cap02

GOA_INDIA 1.2

Mi hanno fregato!!! Urlo a mia moglie, Anita, la compagna fedele di tutti gl’inferni ed i paradisi in cui ci siamo accompagnati, per anni, sicuri, sempre, dell’appoggio della complicità l’uno dell’altra. Non siamo soli. Non siamo mai stati soli da quando ci siamo incontrati quella mattina al CMAS, l’allora Centro Antidroga del Comune dell’Aquila, quella mattina in cui le diagnosticarono l’epatite cronica, davanti ai miei occhi, la prima volta che la rividi da quando avevamo 15 anni e ci eravamo baciati al cinema colle mani che si accarezzavano i corpi frementi.

Ma finì lì quella volta, la Vita ci divise, fino a quando i nostri percorsi si rincontrarono, lei di ritorno da Roma, perso il suo impiego all’Università per l’epatite acuta, e la tossicodipendenza, io di ritorno dall’India appena guarito da una dissenteria bacillare che mi aveva ridotto a 30 chili nel deserto del Rajasthan dove dormivo già dall’altro lato del lago sacro di Pushkar, lì dove bruciano i morti, con Jeanmi che mi diceva, ogni giorno stai peggio un giorno di questi muori, e si rideva, finché uno svizzero francese m’incontra e mi da dell’oppio di quello buono e mi da i soldi per andare a Delhi a comprare morfina togliendomi dalla testa la folle idea di smettere in piena dissenteria bacillare, trascinandomi da Goa a Bombay a Mount Abu a Pushkar in delirio d’astinenza ché volevo smettere colpevolizzando la droga di tutto, immemore del risultato dell’esame delle feci con la diagnosi del bacillo. E vivo per miracolo una volta tornato in Italia ugualmente i dottori mi convinsero a continuare e mi passarono le fiale, roba pura dicevano mica il veleno della strada ed era vero e Mario, il mio grande amico morto pochi giorni dopo il terremoto di crepacuore nel vedere la sua città in macerie, venne a casa e mi disse, qua la Morfina ce la danno a tutti mica solo a te, ed eccomi al CMAS a ritirare ogni giorno la droga di stato, che quando finisce in farmacia i Carabinieri partono di corsa per procurarcela in altre città, e l’ondata di furti così si è interrotta e possono dormire sonni tranquilli i cittadini la cui macchina non verrà sfondata di sicuro per estrarne uno stereo per ventimila lire, e può dormire sonni tranquilli il potere con tutta o quasi la nostra generazione rivoluzionaria, affamata nuda isterica all’alba per strade di zingari in cerca di droga rabbiosa. Amen.

E quella mattina, dopo il flash, l’ondata di calore e gli spilli in tutto il corpo che ti da la Morfina, usciamo dal CMAS Mario ed Anita ed io che le dico vieni a farti una canna con noi, ed in Piazzetta Nove Martiri, dove ero vissuto dai tre ai sei anni e dove mi ero rotto un braccio in bici a sei, sotto il pesante effetto del cannone di Marocco e della Morfe misti, tutto impastato tutto morbido tutto soave tutto ovattato le do un bacio, un bacio interminabile, il bacio ch’era iniziato al cinema nove anni prima e che continuava allora e sempre e la sua lingua, la sua lingua!!! E il suo corpo, il suo corpo!!! E l’Amore esplose, e non me ne importò niente che il professore mio amico, luminare della medicina, confermasse la diagnosi dicendomi in disparte, se non c’è proprio l’amore rodolfo lasciala ha due o tre anni di vita al massimo, ed io no, no, andiamo in India dai medici tibetani già mi hanno guarito un’epatite a me, vedrai, e son passati dieci anni insieme ed è viva ed ha messo al mondo una figlia meravigliosa ed è la persona più fidata del mondo. Ed io esco stanotte risoluto a tradirla.

La greca, con quelle due tette enormi, e quella faccia da troia, con quel suo messaggio subliminale intorno al lago, con quel suo richiamo inequivocabile, e quelle tette, cazzo Anita le ha perse le sue meravigliose  tette, da quando ha smesso di allattare ed ha ricominciato a bucare è diventata un chiodo, sempre bellissima, sempre un Dea quando si fa l’amore… ma ora negli occhi della mente mia ci son solo quelle grosse tette greche e la loro promessa e vado a passi decisi bavoso verso la sua casa sulla scogliera, le villette per i turisti a metà strada fra il villaggio ed il lago. Quando arrivo lei è lì sul muretto ad aspettarmi, come le sirene di Ulisse, il suo canto silenzioso mi ha condotto sin qui. È seduta sul muretto della veranda colle spalle appoggiate alla colonna e le gambe una di qua ed una di là, quasi non ci parliamo, dentro la casa c’è la sua amica che mi piace ancor di più col suo ragazzo a scopare, ed io immediatamente metto mano, o meglio bocca, a quelle tette a quei capezzoli grossi e cicciotti e succhio succhio e succhio e ci rimarrei sempre ma lei si stufa e mi prende il cazzo e se lo infila dentro senza nemmeno muoversi di un millimetro, senza cambiare posizione, non porta niente sotto il longhi, e così come l’ho trovata seduta sul muretto  ora scopa immobile, e mi fa schifo mi disgusta quel suo non voler sapere cosa sia l’amore, ma nemmeno il sesso, e quel suo darsi così volgare così indifferente così orribile quel rapporto che, come quando vado a prostitute, non penso ad altro che a venire e ad andarmene di corsa. Ma mentre sto per andare via arriva Mira, il baba inglese amico nostro e allora so che Anita lo verrà a sapere, e cazzo! non vale proprio la pena di farla incazzare per una scopata di merda.

Allora corro giù e sugli scogli c’è quel ristorante che han chiuso per il monsone, ma io so come entrare infilandomi fra le stuoie di palma con cui lo hanno chiuso e quando son dentro non c’è più quel vento forte e posso accendere la candela, e tirare fuori il cucchiaino e l’acqua e la roba, e farmi lì da solo. Sì mi ero già fatto a casa con Anita prima di uscire, ma questa è una pera di disperazione per non tornare a casa per non guardarla negli occhi, per non confessare ciò che lei già sa prima ancora che glielo dica Mira, mi legge nel cuore lei, siamo una sola cosa noi due, ma io no, non voglio vederla, non voglio dividere con lei questa roba di merda che non fa un cazzo e che le ho promesso che sarei andato a cambiarla e che adesso son disposto a finirmela tutta se non mi fa niente… Ma troppo schifo non deve fare o io son talmente disperato da voler morire ché cado in coma lì, oddio il cosiddetto coma, cioè mi si appende la testa piquè dù né si dice in francese, la testa che cade la saliva, che orrore! mi sbava dalla bocca e resto così tutta la breve notte estiva.

Non penso, sogno, sogno col corpo.

L’eroina s’intrufola nei neuroni dalle porte d’accesso dell’endorfina, ovvero l’hanno chiamata endorfina per distinguerla dalla morfina, quella cattiva, ma in realtà son la stessa cosa la stessa molecola, solo che la chiamano endorfina quando la produce l’ipofisi per difenderci dal dolore, l’ipofisi la nostra ghiandola magica dentro al cervello, mentre la morfina la produce il papavero da oppio, uno spirito morto e vampiro che assurge a vita superiore ed immortale grazie a noi che l’assumiamo. Ed entra nei neuroni e lì esplode l’eroina ritrasformandosi in morfina in un lampo di piacere indescrivibile ed entra nelle cellule di tutto il corpo facilmente visto che già la conoscono, che lì è di casa. Solo che ora non c’è nessun dolore da contrastare… o forse sì c’è il mio dolore spirituale atroce del tradimento, dell’aver tradito Anita, l’amore mio!, c’è il dolore spirituale atroce dell’aver tradito me stesso, la mia ricerca di conoscenza, la mia missione di accrescere la mia percezione di percepire tutto ed invece ferisco il mio spirito per non sentire per non vedere, per non vedere il mio fallimento, la rivoluzione interrotta, la trasformazione congelata, e mi faccio e mi rifaccio, e mentre l’eroina esplode nel cervello le onde esplodono sugli scogli ed è un piacere una musica che mi culla ed il vento che canta canta quella melodia indiana senza tempo di quell’India che ammette tutto, dove le droghe son come il pane, dove la Vita e la Morte non sono che onde che vanno avanti ed indietro, e s’incontrano i cadaveri alla stazione degli autobus e se ne accorgono solo perché qualcuno si stufa di aspettare il posto sulla panchina e tenta di svegliarlo il morto.

GOA_INDIA 1.3

Mi sveglio alle 5, ai primi chiarori dell’alba, la candela ormai spenta, l’aria fresca, si vedono tutti i barattoli del ristorante, le cose che hanno messo da parte per l’anno prossimo, ci sarebbe tutto per fare colazione, cereali latte in polvere, ma io non tocco nulla, rispetto il tetto che mi ha ospitato, il tempio della mia breve notte. Mi faccio ed esco. Grigio, il sole ancora non esce è tutto grigio silenzioso e surreale. Attraverso la spiaggia il villaggio ed eccomi vicino a casa mia. Dolore, nostalgia tristezza immensa. So che Parvati mia figlia si sveglia ogni mattina a quest’ora come me, e passiamo insieme il tempo più magico, più beato che abbia mai vissuto, in silenzio, per non svegliare la mamma  ogni mattina all’alba le mostro il mondo o lei mi mostra il suo giacché è molto diverso da quello che verrà dopo, dal giorno, dalle attività, in silenzio comunichiamo muoviamo gli oggetti, i suoi giocattoli i miei che son le pentole con cui preparo il chai le scaldo il latte ed andiamo insieme al pozzo a tirar su l’acqua e lei cammina con me mano nella mano sua piccolina ed è tutto dolce e morbido ed il mondo è meraviglioso e buono mentre andiamo al forno lì vicino e compriamo il pane caldo ogni mattina alle sei appena sfornato e torniamo a casa a mangiarlo insieme col burro e la marmellata d’albicocche così buona che fanno gl’inglesi, che son gli stessi che ce la fanno d’estate sull’Himalaya al villaggio tibetano, e son le stesse albicocche secche tibetane, e ne mettiamo da parte un paio di panini per Anita che dorme e che non vogliamo svegliare e vediamo insieme ogni giorno il sole sorgere rosso enorme fra le palme da cocco sotto cui vive tutta Goa.

E stamattina c’è quel sole così e il pozzo è lì che mi aspetta che dice vieni porta tua figlia a vivere il miracolo dell’acqua che viene pura e buona dalla terra e falla giocare con me che i suoi giochi son la sua Vita e la Vita le si sta mostrando come un gioco meraviglioso e mi si stringe il cuore a sentirla sveglia lì nella casa a duecento metri che si domanda perché non entro perché oggi no perché oggi niente miracolo, ed il cuore mio è stretto chiuso triste triste triste e vedo tutto con nostalgia come non fosse più mia la mia casa come non possa io entrare inseguito come sono dalla vergogna dalla colpa dalla fretta assurda, e tiro dritto, con un nodo in gola, colla colpa mia che ora non è l’aver tradito Anita, colla colpa mia che ora è il non entrare il non permettermi io di vivere la fiaba del risveglio di Parvati e del nuovo giorno, coll’esigenza che ho io di punirmi, di privarmi della gioia profonda oggi, di privarmi della poesia, di pagare per la mia notte meravigliosa nel ristorante sugli scogli, per pagare dello schifo del tradimento, del tradimento a mia figlia, al mio spirito, alla gloria di una vita che sembra ritornare alla zombietà da cui credevo di uscire tanto facile scopandomi una turista.

[Rodolfo de Matteis 12 aprile 2010]

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2 Responses to cap02

  1. Jackie Chroniss says:

    wish I knew Italian….but it feels wonderful!

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