cap12

GOA_INDIA 4.2

La prima cosa che ottiene l’avvocato Peter è il mio trasferimento al carcere di Reis Magos, sì prende nome dai Re Magi questo forte, che un tempo proteggeva l’entrata del porto di Panjim.  Lì ove il fiume Mandoví crea un estuario naturale molto grande, i portoghesi colonizzando Goa nel 1300 circa creano quel porto che necessitavano come base d’appoggio per i loro traffici con l’Oriente, che culminavano nell’altra colonia loro di Macao sulla costa cinese.  Sul lato sud in un ansa dell’estuario sorge la città di Panjim, detta anche Panaj, secondo il costume locale che ogni cosa abbia due nomi, uno nell’originaria lingua Marathi, ovvero il tipo di Hindi che si parla nel Maharastra usato dagli indù, ed uno nel Konkani, lingua che nasce dall’incontro del portoghese col Marathi, che si scrive con lettere latine e che è parlato dalla componente cristiana, nello specifico cattolica, dello stato. Le due comunità contano col il 49% l’una della popolazione, e sono sempre in conflitto fra di loro, e ciò ha fatto in modo che il governatore ora sia un mussulmano, comunità che conta appena con il 2%.

Sul lato nord proprio ove inizia l’ansa dell’estuario sorge il piccolo forte di Reis Magos, ultima difesa del porto e della città, che con i suoi cannoni costituiva l’ultima linea di difesa contro gli eventuali invasori avessero superato il ben più grande Fort Aguada, sito proprio all’inizio  dell’estuario di fronte al Mare Arabico. Entrambi i castelli ora servono come carceri. Reis Magos è un carcere giudiziario, ma alcuni detenuti condannati vi scontano la pena o per premio o per punizione. Il forte è sito sulla cima di una collina abbastanza alta cui si accede da un strada in ripida salita dopo aver passato l’unico punto d’accesso alla base della collina che è interamente cintata da un muro.

Al mio arrivo provo un certo rilassamento: incontro un castello, nello stile della galera del conte di Montecristo, e dei castelli che abbondano nelle mie terre natie in Italia; in un certo senso quegli alti muraglioni spessi vari metri tipici dell’architettura militare del feudalesimo europeo mi danno un senso di familiarità, di ritorno a casa, a quel carcere ove son sempre stato. Noi andavamo a fare le prime esperienze psichedeliche in quei castelli, da quando ebbi il motorino a 14 anni me ne andavo fra mura di castelli e monasteri a fumare haschisch e a mangiare lsd, a caccia di fantasmi dentro e fuori di me, a liberare scheletri di appestati dalle rovine di maledizioni e terremoti, a vivere il brivido della paura quando i pipistrelli volavano disturbati dai nostri passi nel buio delle antiche mura che tenevano fuori la luce della luna piena che sempre ci chiamava al viaggio nei misteri. Una volta mentre sorgeva la luna piena rossa, la luna apache che enorme ti lascia senza parole, in pieno acido fortissimo come erano quelli di una volta vedemmo un corvo dalle zampe legate, ma quello era un monastero abbandonato, e chissà perché.

E poi nel grande castello spagnolo che sorge all’Aquila, da cui i governanti coloniali cannoneggiavano la città in rivolta per il pane, io ero di casa in quanto amico della figlia del sovrintendente alle belle arti, ed andavamo fieri della scritta a caratteri cubitali rossi che diceva MAMMUTH GO HOME writing di Vincenzo riguardo allo scheletro del Mammuth ivi ospitato che tanto risultò simpatica a tutta la città che non fu cancellata per anni ed anni.

La prima cosa che percepisco è che i Jailors, ovvero i responsabili del carcere, già sanno che io continuo a consumare eroina, che non si sa bene come abbia, e quindi mi mettono in una celletta punitiva piena di indiani, ma io sono tranquillo. Uno è un Baba, un swami, un santone insomma, che sta dentro per un po’ di fumo, che la tradizione millenaria del suo ordine dà lui diritto a consumare, come mezzo di emancipazione dalla materia; un altro è Raju un ragazzo giovane e vivace, condannato per omicidio.

ASSURBAN: La Cerca de la Oroina

Sono il capitano di una nave spaziale pirata che viaggia l’abisso dello spazio tempo alla ricerca della sorgente delle stelle che ho visto una volta da lontano e che mi attrae più di ogni cosa al mondo.

Cercando membri dell’equipaggio esperti nel maneggio dell’ IO (Interstellar Overdrive) ho dovuto promettere il pagamento in Oroina, il mitico ormone rubato all’umanità chissà quando, l’ormone che permette di creare abbondanza al solo pensarla, e questo ha aggiunto un altro obiettivo alla missione.

Un’aragosta dello spazio profondo, nostra informatrice telepatica, dovuto alla particolare conformazione fisica che le rende difficile comprendere parole umane ha confuso la parola Oroina, con la parola Orione (Orion per Oroin, in english) e quindi ci siamo ritrovati ad esplorare la costellazione del Guerriero Cosmico.

Nelle profondità sotterranee di uno dei pochi pianeti di Betelgeuese, siamo stati vittima della Rivolta delle Macchine, quando il nostro stesso equipaggiamento di colpo ci ha attaccati , causando danni e feriti. Siamo riusciti a disattivare le macchine, per ritrovarci solo con le nostre doti psico-fisiche umane ad affrontare la difficilissima risalita alla superficie del pianeta Omega Klaría.

Le comunicazioni telepatiche coll’Aragosta dello Spazio Profundo ci informano che il nascondiglio dell’Oroina rubata all’umanità è in celestiali pepite di luce difese strenuamente dagli Euforici Cirripedi, che rendono impossibile l’avvicinamento a qualsiasi tipo di macchina, anche agli autocoscienti Bladrunners, che invano impazzivano per poi morire combattendo una battaglia persa ai Cancelli di Orione.

Dopo inenarrabili peripezie il nostro corpo di spedizione trova una via d’uscita alla superficie di Omega Klaría costituito da due enormi caverne gemelle.

Una volta all’aperto ci troviamo sulla cima di un’incredibilmente alta montagna da cui si domina lo spettacolo impressionante del pianeta che si sviluppa sotto di noi.

La familiarità dello scenario porta ciascuno dei membri del corpo di spedizione  a realizzare di trovarsi sulla punta del proprio stesso naso e che il pianeta altro non è che il suo stesso corpo, una specie di enorme corpo cosmico, che forma l’intero universo, al di fuori del quale non esiste nulla.

Dopo un’interminabile meditazione la nostra attenzione è richiamata da voci umane provenienti da dietro, laddove la montagna/naso scende giù più dolcemente rendendo possibile la discesa a piedi, per scoprire che intorno all’area della fronte del nostro stesso corpo è tutto uno svolazzare di Euforici Cirripedi che imitano alla perfezione la voce delle persone a noi più care.

Grazie all’esperienza di innumerevoli incubi in inferni spazio-temporali non cadiamo nella trappola di correr giù nel territorio occupato dal nemico e, coll’abisso alle spalle, non abbiamo altra scelta che rientrare nelle caverne costituite dalle enormi narici nostre.

Dopo un lunghissimo cammino in un percorso a semicerchio incontriamo un’antichissima grotta così accogliente, familiare e facile da difendere che decidiamo di piantare lì il nostro campo base per riorganizzarci. Attualmente siamo immersi in profonda meditazione di fronte ad un enorme colonna di luce bianca che sorge dalle profondità di fronte alla grotta e sale su…

GOA_INDIA 4.3

Mi vengono a chiamare in cella, ho una visita, per la prima volta Anita e Parvati son qui a Reis Magos. Esco dalla mia cella e le vedo subito, giacché essa da sul cortile e loro sono all’entrata dove sotto un’arcata di sette otto metri che ripara da sole e pioggia si svolgono i colloqui, sorvegliati da una guardia o più. Corro ad abbracciarle.

La prima cosa di cui mi rendo conto è quanto sia affaticata Anita, è tutta sudata e stravolta dalla stanchezza e mi dice che non hanno fatto entrare il moto-taxi giù alla prima cancellata, unico punto di accesso di un muro che circonda l’intera collina sulla cui sommità sorge il castello prigione. Io so quanto sia dura la salita a piedi, tanto più con un peso come la bambina di 4 anni in braccio, giacché mi offro spesso volontario la mattina alle sette per andare giù al pozzo a prendere secchi d’acqua da portar su; e a volte fingendo di scivolare sull’orlo del grande pozzo al livello del terreno mi ci butto dentro e posso così immergermi con gioia nell’acqua che amo, mentre le guardie corrono preoccupatissime e gli altri prigionieri ridono della mia sfacciataggine.

Certo per me è meglio star in questa prigione più a misura d’uomo, non lo stesso vale per Anita, che deve fare un viaggio costoso e faticoso di svariate ore per giunger sin qui, e poi questa salita terribile sotto il sole di mezzogiorno colla bambina in braccio e le buste della spesa per me nell’altra mano lei non dovrebbe proprio farla, coll’epatite cronica ogni sforzo è un pericolo e li facevo tutti io gli sforzi per anni, non le facevo far niente. Pensavo di trattarla come una regina, portando bimba e pacchi ed acqua, quando invece le gridavo, ci litigavo, creando drammi da qualsiasi cazzata, con quella rabbia dentro che mi aumentava coll’eroina, con la coscienza sepolta ma pur sempre esistente che ci stavamo a ferire lo spirito, che avevamo consegnato la nostra gioia di vivere ed i colori e sapori ad una carceriera così dolce e crudele come Lady Heroin, lo spirito morto che vive solo quando tu te la fai, ed allora non ti molla più, e la sua lotta per la vita diventa la tua, e non c’è più amore, non c’è più famiglia, non c’è più un singolo respiro senza dolore o pagamento.

Un giorno venne a trovarci Bernardette la francese colla pelle bruciata da tanto sole, una signora amabile, la più grande di tutti, si dice che sia stata lei a scoprire Arambol, la prima ad installarvisi sin negli anni ’60, non beve non fuma non si droga Bernardette vive di sole mare lago vento, la mamma di tutte le ninfe. Bernardette entrò in casa e ci disse: ragazzi perché non vi lasciate? State sempre a urlare… tutto il villaggio è preoccupato dalle vostre liti, gl’indiani temono che un giorno o l’altro vi ammazziate. Separatevi la vita è bella, per il bene della bimba… E noi all’unisono, come tutto all’unisono facevamo da dieci anni: ma noi ci amiamo! non ci separeremo mai… come fai solo a pensare una cosa del genere? Se ne andò via stringendo le spalle Bernardette: fate come volete, ma datevi una calmata.

Era la roba, Anita un giorno mi disse: ma tu a smettere non ci pensi mai? Ed io: No, io so che un giorno smetterò, ma per ora me la godo. Lei invece si crucciava dentro; anche se non lo dava a vedere perché era piena di energia, l’anima di ovunque fossimo, con fans di tutto il mondo che la ascoltavano suonare la chitarra e cantare, anche da sola. Una volta tornando in spiaggia ad Arambol, a Goa in India, quando ancora non c’era Parvati, perché ricordo che eravamo soli, o meglio, Anita, io e la Chitarra: era notte tarda, in spiaggia non c’era nessuno, buio, notte, le stelle, il mare, il lago, la quiete più totale, quando Anita mi fa: Accendi un fuoco, facciamo un party! Le dico ch’è matta, ch’è tardi, che non c’è nessuno, tutti dormono. Lei mi fa: non ti preoccupare tu fa il fuoco. All’alba c’erano 100 persone che preferivano quasi che il sole non sorgesse pur di continuare ad ascoltarla.

Ed ora è lì di fronte a me nell’anticamera di questo castello alla conte di Montecristo colle mura spesse svariati metri, mi manca solo la palla al piede, e lei è lì stanca, distrutta, sicuramente impaurita anche se non lo da a vedere, a continuare una vita dura, sola, colla morte nel cuore, per sopravvivere, procurarsi la roba che non è uno scherzo manco se hai i soldi figurati quando a volte mancano pure, tirare su la bambina, muoversi da una città all’altra col caldo feroce dell’estate goana che raggiunge i 50 gradi quando non piove, contattare avvocati, consolato, famigliari, tutto dipende da lei, tutto pesa sulle sue spalle di dea, di una che in Italia ha diritto all’invalidità totale con accompagnamento, ed ora qui fa tutto lei per sé per la figlia e pure per me, fino a rischiare ogni volta 10 anni di carcere per portarmi dentro la droga.

Di colpo, come faccio io senza mai chiedere permessi specialmente quando so che mi verranno negati, prendo Parvati per mano piccolina e la guido attraverso il cortile sin di fronte l’entrata della mia cella, fra le grida delle guardie che dicono che non si può, ma io continuo e nessuno me lo impedisce. E le dico: Parvati, tutto contento di potergliela mostrare, qui vivo, vedi, qui dentro, ti piace? Ma i suoi occhi son sgomenti a vedere le sbarre e nel suo silenzio sento tutto il vuoto la mancanza la paura, e la consapevolezza della mia follia, che ora albergano nella sua antica anima immortale di compagna del mio viaggio attraverso gli eoni.

vai al tredicesimo capitolo -> cap13

One Response to cap12

  1. andrea says:

    Mi immagino un convito di critici illustri… Paratore, Branca, Siciliano…, lassù o quaggiù non ha importanza, un rutilare di elucubrazioni che garrulano tra trachee e laringi cattedratiche, qui, su queste tue pagine. Poi, come d’incanto, ecco apparire l’amata Fernanda: un fiore di luce nel fior dei suoi anni, l’erre moscia suadente e affilata come la prima falce di luna: “Guardate che a questo qui, se va avanti così, Castaneda e anche il mio Williams gli possono fare solo una ricca sega”.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *