I
Lizandro Peretl si svegliò per la
seconda
volta quella notte, stavolta per fortuna non era sudatissimo, agitato e
col cuore impazzito in gola come la prima, quando quell’incubo lo
aveva svegliato, e gli pareva un sogno adesso non doversi di corsa
cambiare la maglia ed uscire dal letto, entrambi zuppi del suo sudore
come ormai accadeva ogni mattina da troppo tempo. Forse l’ora
tanto prestifera lo aveva aiutato in questo e non ancora cominciava a
sudare oggi. La luna piena era ancora alta nel cielo ed il giardino era
illuminatissimo da quella bianca luce spettrale, le acque del grande
lago come uno specchio d’acciaio che riflettevano il mondo, e con
il mondo anche la scala, visibilissima a quell’ora, di quei suoi
colori arcobaleno ma neri, come l’ossidiana di Tetzkalipoca, lo
specchio del lato oscuro dell’anima degli antichi mexica, che,
ignari del vetro, usavano l’oro per specchiarsi quando si
dovevano pettinare o che, ed invece usavano le levigate pietre laviche
dell’ossidiana arcobaleno per la magia, per guardarsi dentro e
scoprire cosa si celasse nel proprio inconscio, e vedere il proprio
gemello burlone, cupo ed inquietante, per chiedergli consiglio.
Quella cazzo di campana non aveva smesso di
rintoccare a morto tutta la notte, anche al suo primo risveglio era
lì che batteva inspiegabilmente, quando lui era riuscito a
sfuggire, destandosi, da quell'incubo terribile, da quell’orrore
così esagerato, da quella situazione senza scampo, da quel sogno
così reale e terribile che ora non ricordava, voleva scriverselo
a notte, ma no voleva anche dormire, era così stanco quei
giorni, e quando era stanco lui faceva le più grandi cazzate
della sua vita, si metteva nei guai, sbatteva, gli cadevano le cose
dalle mani o le perdeva, si scordava le cose più importanti, si
faceva derubare o metteva in fuga chi amava col suo comportamento
irrazionale, voleva scriverselo per non dimenticarlo il sogno ma forse
non lo aveva fatto proprio per dimenticarselo ché poi avrebbe
dovuto riconoscere che non era un sogno, che quella situazione
così intricata e terribile poteva esser vera, chissà un
mondo parallelo, o un aspetto invisibile di giorno della realtà
dove quell’aberrante mostro che lo inseguiva e lo strangolava
impedendogli di respirare e dicendogli con quella sua femminile voce da
strega non illuderti di star dormendo sei sveglio e lo sai e lui
paralizzato che non poteva muovere un dito incollato alla terra
com’era schiacciato dalla demone che esercitava un peso di
milioni di tonnellate su ogni singola cellula del suo corpo
condannandolo al suolo ed all’immobilità dolorosa mentre
lei chissà che voleva fargli chissà che ulteriori
inenarrabili torture stava architettando. L’affanno, il cuore in
gola, la campana che suonava, e la certezza che la tregua sarebbe
durata poco, che l’incubo poteva ricominciare quando e dove la
strega avesse desiderato, era suo ostaggio, la sua vita, la sua
libertà di movimento sulla superficie terrestre erano solo un
regalo che la sua aguzzina gli faceva, o meglio un prestito che poteva
riprendersi a capriccio e di nuovo svuotargli i polmoni le cui pareti
collassavano e si appicciccavano vuote l’una all’altra
cosiccome il suo corpo si appiccicava al materasso ed a nulla valevano
i suoi sforzi titanici per muoversi per aprir bocca e respirare e
parlare e chiederle chi sei ma soprattutto che vuoi da me perché
perchè io proprio io ed anche la sua mente era schiacciata non
poteva più pensare modellata com’era su una sola idea:
fuggire.
Forse non era male essersi svegliato così
presto, non sapeva l’ora non funzionava più
l’orologio, non funzionava più nulla, forse era un dono il
risveglio ché a quell’ora con quella luna oramai a tre
quarti verso il suo tramonto c’erano chances che ai piantoni
della Guardia Mondiale Preventiva si fossero chiusi gli occhi in una
notte così tranquilla e la vigilanza fosse stata allentata
intorno alla scala cosicché lui, solo lui privo di qualsiasi
cosa di metallico addosso che potesse far squillare i metal detector e
di qualsiasi pensiero qualsiasi aspettativa potesse far squillare i
nuovi, arrivati da dove scoperti da chi da quando? Subversive Brain
Activity Detector SUBAD, e così potesse eludere il blocco e
contrabbandarsi sino alla scala, e sì salirla.
Era diventata un’ossessione quella di metter
il suo piede su quegli scalini arcobaleno, così grandi
così titanici così assurdi che a nessuno sarebbe mai
potuto venire in mente che un piede umano potesse posarvisi e tantomeno
salirvi immateriali com’erano almeno sino a quando quei folli
della neonata Religione della Scala Celeste, perché poi celeste
se era nera la scala, con tutti i verdi i violetti gli indachi
dell’arcobaleno che erano tutti neri brillanti nel nero notturno?
perché poi celeste se la scala non conduceva alle alture celesti
ma semplicemente al bianco della luna? Ma chiaro che non si possono
usare queste argomentazioni contro una religione che è
notoriamente costruita intorno ad una fede e non a nulla di razionale,
dimostrabile, ma tant’è quei folli celestini ce
l’avevano fatta, l’avevano abbordata, come? Durante i primi
giorni della sua apparizione l’avevano risalita, ed erano svaniti
nel nulla tutti insieme centinaia com’erano processione osannante
al dono dei cieli invocante il dio della scala che ci aveva fatto il
dono, celeste, della nera scala arcobaleno. Tutti insieme erano andati
e subito il governo, i governi sino ad allora nemici giurati o
concorrenti sleali si erano uniti, avevano rivitalizzato
l’obsoleto onu per decidere che erano morti i celestini che
eravamo tutti in pericolo e bisognava proteggerci dallo stesso fato e
così reclutarono i peggio di ogni paese, gli assoldati di ogni
corpo militare ed i violenti stupratori assassini di ogni corpo
paramilitare rivestendoli di quelle nuove e scintillanti uniformi
hitech e così istituire da un giorno all’altro la nuova
Guardia Mondiale Preventiva e metterla di guardia alla base della scala
che era qui e ovunque, cosiccome non era mai qui la base
dell’arcobaleno, quello vero, e la sua pentola di monete
d’oro, ed essi erano sempre lì, in ogni paese, ad ogni
visualizzazione della scala, e della luna, spostandosi veloci su quei
fantascientifici blindati inseguendo la luna inseguendo la scala
assediandola circondandola dotati com’erano dei loro celesti
caschi a comando mentale capaci di sparare il raggio della morte contro
chiunque avesse tentato di avvicinarsi di abbordarla per il vostro bene
diceva l’onu per impedire a qualche altro folle di morire come
quegli gnorri della Religione della Scala Celeste nulla contro la
libertà di culto ma lasciate fare a noi con noi lavorano le
migliori risorse del pianeta nulla di naif nulla lasciato al caso ed
all’improvvisazione, e così il blocco, lo stato
d’assedio, il coprifuoco, le oramai innumerevoli condanne a morte
senza processo e senza nemmeno più fosse intimato il rituale
chivalà.
Ma per Lizandro Peretl passare i posti di blocco e
salire la scala era questione di vita o di morte, rimanere a terra
voleva dire esser dato in pasto alla strega nei suoi sogni la notte, e
saltare il pasto nella sua veglia di giorno essendo fallita anche la
generosa possibilità che le aveva dato la compagnia per cui
lavorava, vedrai che in riva al lago lontano dalla città dalla
follia del traffico dello smog della folla umana ti tornerà
l’ispirazione abbiamo bisogno di te ci fidiamo di te ecco le
chiavi del meraviglioso esclusivo chalet dove vanno in vacanza i
dirigenti su al lago è tutto tuo va e produci, come poteva dir
loro che non era questione d’ispirazione ma che lui, il grande
modellatore di realtà virtuali, di ambienti prodotti al computer
che facessero da background ai sempre nuovi ologiochi ai sempre nuovi
olofilm che richiedeva il mercato, che lui proprio lui il numero uno
fra i creatori di mondi aveva perso il controllo delle sue macchine?
Cazzo era da troppo tempo che menava il can per l’aia, che diceva
alla compagnia ho perso l’ispirazione forse è il vecchio
blocco dello scrittore, quando invece non era così, le idee le
aveva ancora come sempre ridondanti, cento ne pensi per una che ne fai,
ma non poteva realizzarne una, il computer gli si bloccava gli andava
in tilt era un continuo incessante pallosissimo riconfigurarlo,
snervanti ore di reboot uno dopo l’altro, per non parlare della
macchina del rendering olografico che non riusciva più nemmeno a
materializzare i vecchi progetti, sembrava una sfiga che non arriva mai
da sola, il telecomando gli cadeva dalle mani e si rompeva o ci cadeva
il caffé sopra, da quando era allo chalet aveva la barba lunga
che il rasoio elettrico non ne voleva più sapere di accendersi,
e la musica si cancellava dal suo lettore e i contatti
dell’auricolare dell’olotelefono erano intermittenti,
è vero che non aveva nessuno a cui olotelefonare, non aveva
più famiglia, era l’ultimo dei Peretz, ma cazzo le ragazze
della Voce Amica quelle bellissime del ci pensiamo noi al tuo attrezzo,
nemmeno dai loro ologrammi poteva farselo manipolare, le linee
cadevano, e stamattina nemmeno più l’orologio funzionava,
che ore sono? Avessi portato il vecchio orologio da polso di
papà quello a carica manuale col cinturino di pelle che fa tanto
vintage almeno l’ora me la diceva il cipollone, non gli piaceva
svegliarsi senza sapere che ore fossero, era il suo primo gesto ogni
mattina toccare l’orologio fotonico cosicché gli
proiettasse direttamente sulla retina le ore e volendo anche la
situazione meteo e del traffico e politica di ogni remoto angolo del
pianeta, anche se lui non utilizzava mai i programmi
d’intrattenimento popolare così di bassa lega, nulla
a che vedere con le fantastiche creazioni della sua compagnia, ma
almeno l’ora, quella sì la voleva sapere, ed invece
niente, solo la campana, ma batteva a morto, non batteva le ore, ma
comunque di sicuro era tardi, doveva agire prima che il cielo
cominciasse a schiarire, questo almeno non erano riusciti a cambiarlo,
ancora c’era il giorno e la notte, ancora il tempo faceva come
gli pareva, pioveva o era sereno e l’uomo non poteva farci nulla
e quindi fra un po’ anche senza l’orologio a dirlo avrebbe
fatto giorno e addio scala.
Ora o mai più.
È un buon giorno per morire… Soprattutto perché se
resto sono un uomo morto letteralmente morto di fame la compagnia mi
taglia tutto aspettano risultati per oggi ed a loro per chiamarmi gli
olotelefoni funzionano sempre e se non gli do qualcosa oggi è
rottura del contratto con cancellazione di tutti i diritti acquisiti in
tanti anni di lavoro stipendio pensione assistenza casa auto
continbanca mi levano tutto e giù fra i reietti che forse non
esistono neanche più e sarei l’unico a morire di fame in
diretta mondolovisione dall’isola dei famosi.
II
L’ultima cosa che Lizandro Peretl vide su
questo mondo fu la luna d’argento, gli ultimi suoni che
ascoltò furono il canto di un gallo lontano ed il rintocco
della campana, poi l’esplosione gli straziò il corpo, non
provò dolore fisico quanto una sensazione di rottura della sua
unità, il dolore, se così lo si può chiamare, fu
psicologico, un senso di frammentazione, di addio al suo corpo
così come lo conosceva: le gambe stanche da una parte; la sua
coscienza lontanissima; i suoi ricordi che scappavano via in mille
direzioni, lì camminava per il declivio con la sua prima
ragazza, col suo amico che aveva organizzato l’incontro che
spiava da dietro il tronco di un albero; ed il suo nuotare quando perse
i campionati non avveniva in piscina ma era racchiuso in una minuscola
goccia d’acqua che sfrecciava via nel nulla come una cometa sino
ad evaporare; la professoressa delle medie gli voleva bacchettare di
nuovo la mano ma non poteva farlo che la mano non c’era
più; la vagina della ragazza grassa era come un’oscura
caverna che risucchiò un qualcosa che già non era lui ma
una scintilla nell’oscurità; e fu frazionato in mille
coscienze, milioni di spermatozoi che correvano veloci verso la luna e
mai seppe chi fu quello che la raggiunse, erano così diversi
l’uno dall’altro, anche se erano sempre lui; e un orecchio
ascoltava il concerto dei Jethro Tull al palasport dell’eur,
mentre l’altro ascoltava i tamburi nella jungla mentre nella
metropolitana non era più lui ad ascoltare ma le stesse tante
monete che cadevano dalla biglietteria scassinata tintinnavano per
terra e lui era ognuna di esse produttrice di quel suono in cui ognuna
si realizzava nella sua liberazione dalla prigione della macchina
quando sbatteva felice contro la terra e rotolava cantando in una
direzione che la moneta aveva tanto voluta, e poi passò il treno
ed i tuoni nel cielo le nuvole le mille gocce di pioggia che
precipitavano ed il senso di gioia quando il suo mal di pancia se ne
andò in cacca; e fu i tanti pipistrelli che disturbati dallo
speleologo presero il volo; e la faccia del presidente, e la minestra
di cavoli e la sua puzza per le scale, il film, la biglietteria, ed
ogni cosa era lui, non era lui che osservava le cose, ma lui era le
cose, ed ogni candela che aveva acceso in quella che una volta aveva
chiamato la sua vita era la sua vita che si spegneva via breve, il
povero commediante che si agitava ed il sipario che si chiudeva senza
applausi, quell’orma di Armstrong sulla luna d’argento,
ogni granello di polvere di stelle, gli occhi viola di Liz e la botta
in testa fu fortissima e perse i sensi.
La sensazione che lo fece risvegliare fu il dolore
alla testa subito seguito dal dolore ai polsi stretti da qualcosa, una
specie di corda che glieli segava mentre veniva trascinato via ed il
corpo gli faceva male contro il terreno accidentato ed allora fece per
alzarsi per camminare colle sue gambe al ritmo che gli veniva imposto
dalla corda che tirava via i suoi polsi le mani non c’erano
più addormentate com’erano col sangue che non arrivava era
troppo stretta quella corda, come posò il primo piede a terra e
fece per camminare udì quel verso orribile simile a quello che
fa un gatto quando litiga con un altro ma molto più denso
più forte ed allora aprì gli occhi e fu sommerso da
quella luce gialla che sembrava essere il mondo. Non sapeva
perché fosse lì o come ci fosse arrivato. Il dolore alla
testa ed alle mani ricostruirono l’unità delle sue
percezioni, il fatto che lui fosse Lizandro Peretl, un uomo solo e
prigioniero di una corda che lo tirava e di un stridente verso di gatto
che gli intimava di camminare di non fermarsi non riusciva ancora a
vedere, era troppo forte la luce gialla e troppo il dolore alla testa
che pensava oggi potevo dormire sino alle 8 invece di venire qui.
La faccia del troglodita che reggeva la corda era
larga, troppo larga per essere umana e poi parlava come un gatto
impaurito e purtroppo Lizandro lo capiva, anche se non diceva molto,
sei nato per servirmi e lo farai sino a morire se non ti ammazzo prima;
i peli giallo scuro sporco ricoprivano le spalle dell’essere e
tutta la parte posteriore del suo corpo e le sue braccia enormi con
quella specie di mani a tre dita tozze opposte l’un
l’altra, mentre il davanti del suo corpo e le sue gambette corte
storte erano glabre e viscide e ricoperte di una bava puzzolente.
Lizandro Peretl vomitò, di schifo e di
terrore, mentre il mostro troglodita tirava ancor più forte la
corda costringendolo a camminare e così a vomitarsi addosso
faticando a respirare sconquassato com’era il suo diaframma dai
conati, ma la corda tirava tanto forte che Lizandro dovette
necessariamente tenere il passo, era molto più doloroso esser
trascinato per terra dall’enorme forza bruta del mostro,
così costretto a tener il passo veloce di quelle gambette
ridicole che imponevano il ritmo si accorse del maleodorante materiale
che gli bagnava i pantaloni e gli scolava lungo le gambe, caldo come le
lacrime che gli scorrevano sulle gote. Dovette passare del tempo, e
forse dei chilometri, prima che Lizandro smettesse di pensare solo alla
sua orrenda situazione ed a recriminare la sua follia di aver voluto
salire sulla nera scala arcobaleno, ed all’incapacità di
impedirglielo come loro dovere degli sgherri della Guardia Mondiale
Preventiva che erano pagati e bene solo per questo, collo sguardo fisso
sul giallo dorso peloso del mostro e sulle asperità del giallo
terreno. Ma ad un momento il vecchio istinto umano di appellarsi al
cielo gli fece girare la tremante testa verso l’alto, e non
c’è nemmeno il cielo, è tutto giallo, in alto solo
una volta gialla solida di qualcosa che poteva sembrare roccia ma
porosa come una spugna o come quegli scogli mangiati dai frutti di mare
e dai flutti, era doloroso guardare la volta dell’enorme caverna
che era il mondo ove si trovava perché essa emetteva
uniformemente quella luce gialla che gli permetteva di vedere, una luce
bollente.
Dopo quelle che gli sembrarono ore di cammino pieno
di sudore per quell’afa bestiale di cui non sembrava soffrire
assolutamente il mostro cominciarono a scendere una specie di valle ad
anfiteatro sul fondo della quale c’era una enorme buca, un
inferno a cielo aperto da cui entrava ed usciva un’interminabile
fila di umani legati l’un l’altro carichi di enormi cesti
dietro la schiena sotto il controllo dei mostri trogloditi, morire o
peggio vivere schiavo all’inferno per non andare all’isola
dei famosi? posso esser stato così coglione? Immediatamente
sentì un più violento strattone alla corda che gli segava
i polsi, si girò e vide che due mostri, usciti da dietro delle
più vicine di quelle strane strutture a forma di enorme
termitaio che costellavano la valle, avevano preso la corda e la
tiravano tentando di strapparla dalle mani del suo carceriere che
immediatamente stridendo come un gatto infuriato saltò loro
addosso, al primo infilò due dita negli occhi ed il terzo in
bocca strappandogli letteralmente la faccia mentre l’altro gli
mordeva l’altra mano quella che reggeva la corda, la lotta fra i
due era rivoltante e fatta di scatti così veloci che era quasi
difficile seguirla ad occhio nudo, col sangue giallo che scorreva
abbondante mischiandosi colla bava che le loro pustole della parte
frontale, o inferiore? perché ora si muovevano proprio
come due quadrupedi, emettevano più abbondante appestando
l’aria. Eventualmente il suo carceriere sventrò anche il
secondo assalitore ed ora emetteva un grido blasfemo, è mio! per
scoraggiare gli altri mostri che erano usciti dai termitai e che
avevano assistito sbavando dalle loro pustole alla lotta. L’aria
era irrespirabile per quanto era calda e fetida. Lizandro tremava come
un fuscello e l’odore delle sue feci che scorrevano dentro i suoi
pantaloni non sembrava più disgustoso ma un qualcosa di vecchio
e familiare, che sapeva di mamma, rispetto all’orrido tanfo
alieno. Ma nessun altro osò sfidare il suo carceriere, anzi
mentre egli tirando la corda lo costringeva a seguirlo fra i termitai
che riempivano tutto lo scenario essendo oramai scesi nella valle
maledetta, gli spettatori si lanciavano sui cadaveri e cominciavano a
combattersi urlando fra di loro per contendersene le spoglie che
sbranavano poi avidamente, l’orrore sembrava non aver fine
sinchè entrarono in un buco alla base di uno di essi, dentro la
luce accecante diminuiva considerevolmente e Lizandro ebbe bisogno di
qualche momento per adattarsi alla penombra giallastra, ancora non
riusciva a vedere bene quando udì un forte rumore e si
sentì spingere in una buca ove cadde sulla spalla sinistra dopo
un volo di un paio di metri, poi sentì di nuovo il rumore ed il
dolore alla spalla, la puzza e la temperatura che sebbene molto minore
che all’esterno era pur sempre esagerata.
Chi sei? Quando sei arrivato? Quando ci vengono a salvare? Dicevano le
tante voci umane sussurranti dai vari angoli della caverna, ma voi chi
siete voi? siamo i colpevoli, siamo coloro che hanno creduto che la
scala ce l’avesse regalata dio e invece era una trappola di
satana, ma quale satana è dio che ci punisce per aver osato
mettere il piede per la scala celeste che è solo per gli angeli,
siamo gli arroganti, siamo i peccatori, siamo all’inferno, ma
quale inferno chissà dove siamo finiti e qui dobbiamo solo
scavare e scavare e scavare quell’oro per i gatti finché
moriremo ed allora si che andrete all’inferno se continuate a
dubitare di dio, ci danno da mangiare i loro figli ancora mezzi vivi e
puzzolenti ed i loro aborti ed io l’ho fatto oddio ho dovuto
farlo per la fame, tutti dobbiamo farlo per fame, no io lo faccio con
piacere ognuno che mangiamo è un mostro in meno, si si con gusto
se avessi la forza mi mangerei vivo uno di loro come loro si mangiano i
nostri morti, non solo i morti anche i feriti gravi o quelli che
rimangono paralizzati dal terrore e non lavorano, per noi i
mostricciatoli che appena nati li sbattono qui sotto. Basta! Voi
siete pazzi siete tutti pazzi come potete come avete potuto? e tu
allora come sei finito qui? dalla scala naturalmente, ma in quanti
eravate? perché non viene ancora l’esercito ad aiutarci?
con un paio di cannoni li spazziamo via tutti a questi primitivi li
bombardiamo li gasiamo, ma tu chi sei? perché non ci aiutate?
non sanno niente da noi non sanno niente dopo che siete spariti voi
hanno vietato l’accesso alla scala, non è vero alla
miniera ho sentito dire che ogni tanto ne arrivano altri, saranno
passati di straforo come me ma l’esercito è lì che
uccide chi tenti di risalirla, come si uccidono fra umani invece di
allearsi contro gli alieni? è il peccato il peccato originale
siamo qui per pagare pagare per tutta l’umanità, zitto
vecchio pazzo sei tu che ci hai condotto alla scala, profeta del cazzo,
e cominciarono ad accapigliarsi l’un l’altro mentre
Lizandro voleva svenire e si buttò giù sperando di cadere
addormentato, che differenza c’è? sperando solo di
svegliarsi altrove.
III
In realtà non dormì, meglio morire che
vivere qui, appena lo lasciarono in pace ricominciò a tremare,
meglio morire che vivere così, provò a muovere le dita,
dolore, molto, ma le dita si mossero, le vedeva muoversi, non le
sentiva più ma le vedeva, meglio morire che diventare come loro.
Gli altri si calmarono. Tremava, è solo un fatto fisico non
è panico sono lucido non è più panico, la
semioscurità e l’assenza dei mostri e il silenzio quando
gli altri caddero addormentati lo aiutavano, ma fosse stato un sogno no
questa puzza non è un sogno e queste corde ai polsi, gli dettero
quella calma e lucidità e decise di suicidarsi così
freddamente e lucidamente, riesco a muovere le mani con questa corda
posso impiccarmi basta annodarla da qualche parte. La ricerca affannosa
di un punto d’appoggio per annullare il mondo non dette
risultati, non voleva richiamare l’attenzione da quella massa di
persone fuori di testa, oramai mostri anche loro che accettavano di
mangiare cuccioli di mostro fetosi pur di sopravvivere, sopravvivere
perché per un altro giorno di orrore no non io, e così
guardava nella penombra per trovare un punto dove attaccare la corda
che era stata lo strumento della sua schiavitù e sarebbe
diventata lo strumento della sua liberazione, per chissà quanto
tempo scrutò nell’ombra della grande cella, col naso
scoprì angoli pieni di merda ed angoli pieni di qualcosa di
più orribile i resti dei pasti degli ex-adepti della religione
della scala celeste, vide uomini e donne che fornicavano veloci,
guardò ma non trovò nulla che potesse aiutarlo nel suo
piano, il soffitto era liscio, e non c’era traccia di nessuno
strumento atto al suo sacro scopo. Di colpo ricordò, quella
mattina, com’era lontana la mattina del suo ultimo risveglio
erano passati eoni e li sentiva pesanti come macigni quegli eoni,
nonostante avesse deciso di tentare la scala, anzi ancor più per
questo sapendo che andava ad incontrare il suo destino,
all’ultimo momento prima di uscire di casa aveva deciso di
presentarsi pulito ed in ordine ed allora, già vestito
andò al bagno si lavò e si fece la barba utilizzando
tutti i saponi dello chalet, eccetto il rasoio, utilizzò il suo
rasoio ed alla fine, per non lasciare la casa incasinata, se lo mise in
tasca. Ora lo cercò, lo toccò, è qui! è
fatta con questo mi taglio la gola viva la libertà!
Passò il resto del tempo a meditare, il mondo
non era altro che lui ed il rasoio, il rasoio e lui anzi che il valore
di quella lama era immenso, lui ed il rasoio, il rasoio e lui, ora ora
qui sulla giugulare non posso sbagliare e la vita gorgoglierà
via veloce trascinandosi dietro l’orrore gli orrori, lui ed il
rasoio, il rasoio e lui, un taglio netto ed è fatta, lui
ed il rasoio, il rasoio e lui, cosa mi ferma? lui ed il rasoio,
lui ed il rasoio, il rasoio e lui, un’immagine un ricordo di una
spiaggia lontana al tramonto e quella brezza che viene dal mare che si
insinua fra i capelli, lui ed il rasoio, il rasoio e lui, non
è la paura a fermare questa mano, lui ed il rasoio, il rasoio e
lui, ci vuole più coraggio a continuare a vivere qui che a
morire, il rasoio e lui, e il tempo passa, forse ore così, lui
ed il rasoio, il rasoio e lui, senza la mia mano senza la mia decisione
il rasoio non serve ma chissà ho solo la mia vita questo corpo
lo amo lo rispetto non sarò io a darlo in pasto ai mostri, o ai
celestini…
La decisione di vivere lo ricompattò e fu
allora che il rumore della botola di pietra che si apriva lo
richiamò fuori di sé, ma oramai era un altro.
Ascoltò senza tremare i miagolii feroci ed ansiosi del mostro,
uno alla volta, diceva ed essi salivano uno alla volta, e quando tocco
a lui Lizandro con repulsione, ma con una freddezza che non aveva mai
conosciuto prima in vita sua, non me ne frega niente son pronto succeda
quello che deve succedere, affrontò il mostro che gli si
avvicinò, gli sciolse i polsi, gli mise un cesto che pizzicava
da morire a mo’ di zaino sulle spalle, e poi gli attaccò
le caviglie alla stessa lunga corda che univa tutta la schiera di
schiavi e gli dette un tremendo colpo per farlo muovere, nell’
uscire vide che prima di prendere il cesto per metterlo sulle spalle
del prossimo disgraziato, il mostro lo svuotava del suo contenuto in un
angolo della stanza che era tutto un mucchio di pepite
d’oro.
IV
Il mostro li guidava come un gregge armato di una
lunga frusta di un colore giallo fluorescente il cui tocco a detta dei
prigionieri bruciava più del fuoco e rapidamente li condusse nel
grande fossato che era la mina a cielo aperto, ove una volta scesi
dovettero cominciare a scavare a mani nude in quella specie di fango
giallastro che conteneva le pepite. Erano diversi i gruppi di schiavi
legati insieme e ognuno controllato dal proprio padrone. In un
gruppo distante un centinaio di metri dal loro una giovane donna ebbe
una crisi isterica, cadde in terra urlando e tremando colla bava alla
bocca, immediatamente il suo negriero si fece largo a frustate fra le
urla di dolore delle sue vittime e le spezzò il collo colle
zampe, la slegò dalla corda ed intimando agli altri di
riprendere immediatamente il lavoro iniziò immediatamente a
sbranarne il cadavere. Il rosso del sangue umano risaltava nel giallo
generale come un faro nella notte. Altri mostri che non controllavano
gruppi di schiavi si avvicinarono al cannibale e cominciarono con
miagolii ad altissima frequenza a contendere il pasto
finché uno riuscì a portarsi via una gamba della
disgraziata colla quale fuggì, subito inseguito da altri due. La
loro forza era tremenda, il mostro aveva staccato la gamba al cadavere
a mani nude! Alcuni schiavi urlavano, piangevano vomitavano ma venivano
immediatamente frustati dai loro padroni, scavate, scavate, scavate. Il
tempo passava sempre uguale in quel mondo senza sole e senza stelle che
ne scandissero lo scorrere, probabilmente non c’era tempo
lì, era l’eternità dell’inferno ove
l’unico dualismo ancora esistente era quello fra il fango giallo,
l’oro giallo, i mostri gialli, la volta gialla, l’aria che
sembrava gialla ed il rosso del sangue umano.
Quando i cesti furono oramai pieni dell’oro maledetto gli
abominevoli mostri cominciarono a portare le lunghe file di prigionieri
fuori dalla cava. Il cammino era lentissimo per l’enorme peso che
ogni schiavo doveva portare sulle spalle.. Ma, giusto quando il suo
gruppo si inoltrò nella giungla dei termitai sbucò fuori
velocissimo un gruppo di mostri che aggredirono il loro
carceriere, la lotta fu tremenda, due, tre degli assalitori restarono a
terra morti nelle loro pozze di giallo sangue puzzolente, ma gli altri
non gli si avventarono addosso per sbranarli, parevano guidati da un
proposito che andava al di là dell’istinto immediato ed
infine ebbero la meglio, si impossessarono della frusta e condussero
rapidamente il gruppo fuori dalla città dei termitai. Dovettero
camminare senza soste a passo sostenuto un tempo immenso nello scenario
sempre uguale mentre le corde del cesto carico sembravano scavare un
dolorosissimo solco nelle spalle di Lizandro. Raggiunte delle
alture li spinsero verso l’entrata di una caverna la cui
imboccatura era sorvegliata da vari mostri armati di fruste.
Ad uno ad uno li liberarono dai cesti e dalla corda
che gli stringeva le caviglie e li buttarono dentro. Nell’enorme
caverna c’era già altra gente. Dopo i primi attimi di
smarrimento in cui gli occhi si abituarono alla luminosità
sempre giallastra ma molto più tenue del bagliore pazzesco che
emanava la volta esterna, i celestini cominciarono a riconoscere alcuni
loro correligionari, c’erano soprattutto loro di umani su quel
mondo, ma c’erano anche persone che si mantenevano in disparte,
riposando od osservando il tutto silenziosi da nicchie ed angoli in cui
si erano rifugiati evidentemente per restare soli e indisturbati.
Lizandro cominciò a girare per trovare un posto tranquillo in
cui buttarsi, le lunghe ore di lavori forzati ed ancor di più
l’interminabile e veloce marcia che i loro nuovi padroni gli
avevano imposto lo avevano stremato. Ave mortales ne es tu quidem ab
celestinibus est? Lizandro, che non aveva mai studiato il latino, non
solo riconobbe la lingua morta ma comprese benissimo cosa il gigante
gli chiedeva. No, io sono un uomo libero, rispose, allora possiamo
parlare avvicinati io sono Massimo. Lizandro fu subito affascinato dal
fare tranquillo e forte, così diverso dall’agitazione
tremebonda dei celestini, mi chiamo Lizandro Peretl piacere, ma dovette
subito rimangiarsi quel piacere quando vide gli occhi inumani di colui
che diceva chiamarsi Massimo, niente iride niente pupille solo due
pozze bianche come la luna piena lo fissavano da una faccia peraltro
schietta e dura, zigomi pronunciati, naso rotto, varie cicatrici, barba
ispida, collo taurino, ah ah davvero non avevi mai visto un morto?
Lizandro ripresosi dalla paralisi fece un salto indietro, non temere
sono un uomo come te un prigioniero delle chimere come te solo che son
morto anche se qui oramai non fa tanta differenza ho visto morire i
compagni miei morire una seconda volta da noi nell’Ade ciò
è impossibile, co co co come sarebbe a dire morto nell’Ade
allora siamo nell’Ade, dove siamo non lo so ma che sono morto si
lo so bene perché ricordo la mia morte anzi posso dire che la
mia morte è il ricordo più vivo che ho della mia vita,
que que que quegli occhi, si sono quegli occhi che ci distinguono dai
tuoi occhi Lizandro posso capire che tu sei vivo nell’Ade abbiamo
tutti gli occhi di luna è il marchio il marchio della Morte, ma
ma come ricordi la tua morte, tutti i morti ricordano la propria morte
beh c’è pure qualche fantasma qualcuno che si aggira per
l’Ade collo sguardo confuso rivolto altrove che ancora guarda
verso la terra dei vivi sono quegli gli occhi che a me fanno paura
occhi senza luce senza intelletto senza coscienza sono quelli che
chiamerei gli occhi morti quelli che non vogliono ricordare la propria
morte a volte si riprendono e accettano la propria morte e così
possono trascorrere la loro vita da morti e la luce torna nei loro
occhi ma altri rimangono opachi nell’illusione, in effetti era
vero negli occhi così alieni di Massimo splendeva molta luce,
fredda lunare ma tanta luce e Lizandro cominciava spontaneamente a
preferire quella bianca luce inespressiva all’espressione di
follia che adombrava gli occhi dei prigionieri vivi, vivi come lui...
Io io quindi sono vivo? Certo che lo sei gli occhi non mentono e poi
ricordi forse la tua morte? Bè quando ho messo piede sulla scala
è successo qualcosa qualcosa d’indescrivibile la
continuità della mia vita l’unicità della mia
persona la linearità del tempo si sono interrotte per sempre,
sì lo so anch’io son venuto dalla scala lo so
cos’è ma la morte è un’altra cosa ti strappa
via tutto tutto con una violenza con un’irremediabilità
milioni di volte più decisa e poi ricordo bene le lame dei
sicari nella schiena nei reni nei polmoni e le parole che mi dissero,
Commodo ti saluta e ti ricorda che non c’è posto per due
leader a Roma, ma questo mi ricorda qualcosa chi sei Massimo o dovrei
forse dire chi sei stato? Massimo conquistatore dei potenti barbari
germanici e delle loro fredde terre nel nome di quella Roma e di
quell’imperatore che poi mi hanno tradito e mi hanno reso
gladiatore peggio che uno schiavo un condannato a morte certa in una
lotta senza onore senza motivo solo per salvarsi la pelle e deliziare
il pubblico quei cittadini romani cui io avevo portato oro gloria e
terre ora erano i miei aguzzini gridando la loro brama di sangue dagli
spalti del circo massimo certo andava molto peggio per le donne che
erano violentate a morte da tori e cavalli fra lo scherno e gli insulti
del pubblico i veri barbari che erano i romani vivi siamo più
civili da morti questo è certo, allora Lizandro ricordò i
suoi studi da creatore di mondi virtuali, quegli anni in cui le prime
ore della mattina così gravose per uno studente per fortuna le
passavano in buie sale a visionare gli antichi film a due dimensioni,
prima ancora dell’olovisione, ove fra una cascar d’occhi e
l’altro vide Il Gladiatore e si ricordò della sua storia,
cazzo quell’uomo usciva da un film, e uno è convinto che
se un protagonista non muore sul set, come Humphrey Bogart pronto a
risorgere nel prossimo film, allora viva per sempre, immortalato, si
diceva, dalla pellicola, ma tu non morivi mica Commodo dovette
liberarti per volontà del popolo, sì mi liberò e
con tutti gli onori mi restituì il mio grado e la mia casa ma
poi vigliaccamente mi fece uccidere ma sai manco lui è finito
bene l’ho rivisto nell’Ade e ci abbiamo riso sopra, ma come
nell’Ade dov’è com’è l’Ade di cui
parli, l’Ade è una terra bianca sotto un cielo nero e
senza stelle e quando non c’è sole né stelle a
girare non c’è più nemmeno Cronos a regnare Cronos
regna sulla vita ma non esiste nella morte dove sia l’Ade non lo
so caro Lizandro certo non è sottoterra come questo mondo giallo
scottante e maledetto questo dev'esser l'Inferno di cui parlano i
cristiani il nostro Ade è un posto mica poi tanto male
pieno di cose da fare e di vita ah ah se così si può
dire, incredibile, credilo credilo pure mio nuovo amico dagli
occhi impauriti ma sinceri alcuni dicevano che l’Ade fosse sulla
Luna e i cosiddetti uomini nuovi del rinascimento ci spiegarono che la
Luna ha due facce una che da vivi non si può mai vedere ma sulla
quale si passa poi l’esistenza da morti ma altri uomini quelli
morti ancora più tardi secondo l’assurdo tempo dei vivi
uomini che pronunciano le parole eterne in una lingua che suona come la
tua bè quegli uomini dicono che no che che anche
dall’altro lato della luna si vedono le stelle e splende il sole
e c’è il giorno come la notte che loro ci son stati ed io
ci credo ed essi dicono che l’Ade è altrove in
un’altra luna invisibile ai vivi come il mondo dei vivi è
invisibile ai morti e nei dibattiti che si tengono sull’Ade al
riguardo la chiamano BHM che nella mia lingua si dice Sacra Selene
Nigra io ci vado a quei dibattiti mi ci diverto e sono le occasioni in
cui ci si può riunire noi morti ché sennò ci piace
vivere ognuno coi suoi noi fu cittadini romani coi romani, i
rinascimentali coi rinascimentali e via dicendo vedrai quando verrai,
Lizandro era esterrefatto da quell’uomo che usava il passato e
gli altri tempi solo quando parlava della sua vita o dei vivi e sempre
e solo il presente quando parlava della sua morte o meglio non della
sua morte ma della sua esistenza dopo la morte.
Quasi tutti gli altri prigionieri erano crollati a
dormire pur se il loro non poteva chiamarsi un sonno tranquillo,
gemevano, si agitavano o si svegliavano di soprassalto urlando di
terrore subito zittiti malamente ed insultati dagli altri, i celestini,
invece di amarsi e proteggersi l’un l’altro come ci si
aspetterebbe da correligionari perseguitati, si odiavano ferocemente
addossandosi l’un l’altro la responsabilità di
quella situazione, col morto era diverso e Massimo aveva una
dignità più umana di quella dei viventi. Come seguendo il
filo delle sue considerazioni Massimo continuò, io li ringrazio
ora quegli dei o quegli uomini che mi vollero prigioniero e gladiatore
perché ciò mi ha preparato a questa ordalia, ma tu qui
come ci sei finito?, nell’eterno presente di colpo è
apparsa la scala e con essa il tempo e le stelle e la luna alta
nel nostro cielo quella scala splendente d’argento che conduce da
un lato alla luna e dall’altro forse alla terra? la follia del
voler ancora calpestare la terra a noi interdetta dei vivi ci ha spinto
ad organizzare la spedizione da me comandata che invece ci ha portato
qui agli inferi quegli inferi che ci erano stati risparmiati ora ci
hanno catturati alcuni di noi una volta compreso durante la prima
battaglia colle chimere che qui noi morti potevamo morire di nuovo
allora hanno scelto di morire suicidandosi o lasciandosi uccidere
convinti così di tornare nell’Ade ma io no io non so se
sia così temo di non tornarci nell’Ade e questa potrebbe
esser la morte definitiva l’oblio la non esistenza io a questa
consapevolezza ci tengo come da gladiatore combattevo per conservare la
mia vita ora cavo oro per conservare la mia consapevolezza il mio
destino è nelle mani degli dei come dev’essere e mai nelle
nostre mani ma ora riposiamo giovane amico avrai occasione di
racconatrmi le tue di avventure non sai come son felice di aver
incontrato un vivo che non sia completamente folle con cui parlare
voglio che mi racconti degli alberi e del vento e degli uccelli e
dell’azzurro del cielo e del dolce sapore della frutta e della
zuppa di pesce coi vegetali come la amavo, ma perché voi morti
allora che mangiate se non avete tutto ciò? Noi morti non
abbiamo bisogno di mangiare né di bere né di respirare e
forse è proprio il fatto di non esser costretto a mangiare
l’aberrante pasto rifilatoci dalle chimere che mi mantiene sano
di mente… e così Lizandro si addormentò temendo
sopra ogni cosa l’ora in cui gli sarebbe venuta fame.
V
Il risveglio fu peggiore dei peggiori incubi, la
massa umana, se così si potevano ancora chiamare gli ex
religiosi si stava avventando sui resti dei piccoli mostri che erano
stati buttati dentro ed addirittura si contendevano l'un l'altro gli
orribili pezzi della gialla carne fetosa come i mostri facevano
con i cadaveri umani. Lizandro cominciò di nuovo a vomitare,
anche se stavolta fu molto più doloroso essendo il suo stomaco
vuoto e producendo i suoi conati solo amarissima bile, in questo non ti
posso aiutare, la calda voce di Massimo, né ti invidio forse per
la prima volta qui non ho desiderio d’esser vivo eppur dovresti
mangiare ché se non ce la fai a lavorare ti mangeranno le
chimere, io mangiare ciò giammai! preferisco morire, sì
forse hai ragione forse voi ancora alla prima morte finireste
nell’Ade che è un posto ameno in confronto a questi inferi
anche se mi dispiacerebbe perderti appena trovato un amico è
davvero un tesoro, gli occhi bianchi lo fissavano senza espressione, il
riflesso del vuoto siderale acceso di bianco, del bianco della luna la
luce della via lattea, ma la sua voce lo calmò, forse
c’è una soluzione c’è una donna qui che
sembra più evoluta più simile a te e lei ha degli
strumenti nascosti nelle sue vesti degli strumenti con cui tratta le
carni forse le cuoce è da diversi turni di lavoro che la spio,
ma come non ci hai ancora parlato? io non parlo colle donne,
cosa?, e perché perché dovrei? da vivo sì ci avevo
a che fare ma era solo per possederle ma ora che senso avrebbe? sai noi
morti non scopiamo..., ora che la morte cominciava a sembrargli una
soluzione non più tanto allettante e la curiosità di
trovare una persona del suo tempo lo divorava Lizandro seguì
Massimo in un angolo ancor più remoto della caverna. La donna
fece uno scatto felino quando li vide avvicinarsi ed assunse
immediatamente un’ottima posizione di guardia kung fu, i suoi
capelli viola avevano un effetto fluo nella gialla penombra, calma
calma sono Lizandro Peretl e non voglio farti del male anzi cerco aiuto
sto per morire di fame e non riesco a mangiare quegli aborti Massimo
dice che forse puoi salvarmi la vita, e perché dovrei? in
effetti non lo so, la donna lo scrutava e Lizandro non poté fare
a meno di notare che era la prima cosa carina che vedeva sin da quando
le macchine gli si erano ribellate, in un altro mondo in un altro
tempo, dai dimmi che ci fai alle carni di mostro? prima gli aborti
vanno scuoiati e poi cotti solo così la puzza se ne va, e come
fai? ho la mia lampada abbronzante tascabile che se ce la appiccico
alle carni le cuoce il problema è spellarle ed a mani nude mi ci
vogliono ore ma che te lo dico a fare non consumerò certo
le mie preziosissime batterie per cucinare… ad un uomo, e se ti
dicessi che ho un rasoio? certo ti sarebbe più facile scuoiarli,
gli occhi della donna si illuminarono ed anche Massimo parve ridestarsi
e disse, davvero possiedi una lama? e la sua voce, anche se non certo i
suoi occhi, sprizzava gioia ed un’inspiegabile speranza
sotterranea cominciò a serpeggiare in quello stranissimo trio,
ok ma certo non posso cucinare anche per il tuo gigante colle lenti da
dj chissà quanto mangia lui, Massimo non mangia non temere
potrei ora sapere come ti chiami? ok qui posso dirlo io sono Mara anche
se ho ascoltato chiamarmi così solo mia madre ed il mio primo
ragazzo per gli altri sono nota come dottoressa Isis e qui su Mercurio
sono arrivata senza nemmeno un nome ma solo come un numero.
I giorni passarono, o meglio non si poteva parlare
di giorni, semmai di turni di lavori forzati e di riposo, se
così si poteva chiamare il mangiare l’obbrobrio e buttarsi
giù a dormire in quella specie di forno che era la loro
prigione.
Certo la prospettiva era cambiata, ora erano un gruppo.
Non era più solo, Lizandro, e nemmeno gli altri, anche se i due
si ignoravano deliberatamente. Era lui il trade-union: sia Mara che
Massimo avevano un rapporto con Lizandro, ma fra di loro non si
parlavano, e questo lo faceva incazzare ma anche ridere perché i
due, così diversi fra loro come possono esserlo la vita e la
morte, la femmina e il maschio, duemila anni di progresso e di
culture… erano simili, ma tanto: innanzitutto erano due
guerrieri, e comandanti di guerrieri, e non solo sui loro mondi di
provenienza, ma anche il loro viaggio qui era esattamente speculare,
lui Massimo aveva capeggiato una spedizione dall’Ade alla ricerca
del mondo dei vivi, lei K47 aveva capeggiato una spedizione dalla Terra
alla ricerca del mondo dei morti per recuperare chissà quali
informazioni segretissime perse con la fine dei loro misteriosi
portatori, e su questo Mara manteneva ancora il più stretto
segreto. Entrambe le spedizioni non avevano raggiunto la loro meta ma
erano finite su questo piano infernale, entrambe le spedizioni erano
state annientate appena arrivate mantenendo i mostri loro carcerieri
uno stretto controllo della scala, e loro due erano gli unici
sopravvissuti dei relativi commando, presi prigionieri, disarmati e
resi schiavi… ed entrambi avevano la forza per sopravvivere da
soli in qualsiasi condizione e di sicuro avrebbero venduta cara la
pelle, o almeno la consapevolezza nel caso di Massimo che la pelle
l’aveva già persa duemila anni prima… e Lizandro
che invece da solo forse non ce l’avrebbe fatta ed aveva
tremendamente bisogno di loro che non avevano bisogno di nulla era
invece divenuto indispensabile e probabilmente anche i duri e puri
cominciavano a rendersi conto che avevano bisogno di lui senza il quale
non avrebbero potuto unire le loro forze, cosa che, anche se per il
momento non gli dava nulla, capaci com’erano ognuno per suo conto
di aver la forza interiore per sopravvivere e l’abilità di
tenere alla larga i celestini e i flippati e farsi rispettare, i
due sentivano chiaramente: l’unione costituiva la
loro unica possibilità e speranza chissà quando
chissà come di emanciparsi dalla loro situazione di
schiavitù e naufragio.
E un giorno avvenne.
I diavoli, quelli veri, proprio i vecchi diavoli
biblici da copione, vennero inconsapevolmente in loro aiuto, ed in quel
momento, nell’attimo dell’azione, della scelta, del
giocarsi il tutto per tutto, i due guerrieri si guardarono finalmente
negli occhi, non solo comunicarono, ma presero delle decisioni insieme
e le attuarono con potenza e disciplina. Lizandro non li sentì
pronunciar parole, probabilmente i guerrieri delle task force di ogni
tempo e luogo hanno un linguaggio tutto loro fatto di sguardi di gesti
di azioni di certezze di decisioni immediate di potenza.
Quando i satiri, corna in testa, gambe da caprone,
coda pelosa, cazzo dritto e tridente in mano attaccarono il corteo di
schiavi e mostri loro carcerieri e la battaglia fra le differenti razze
di chimere infieriva terribile ed i versi disumani degli uni e degli
altri e le grida di panico fin troppo umane dei prigionieri
echeggiavano alti sino alla volta della caverna e sangue di tutti i
colori scorreva a fiumi rompendo finalmente la monocromicità del
giallo sottosuolo e la confusione regnava sovrana ed ognuno badava per
sé, proprio allora i tre invece agirono come
un’unità, le uniche parole che sentì, in lingue
diverse, sussurrategli dai suoi due alleati ognuno ad un orecchio
dicevano la stessa cosa, presto Lizandro il rasoio tagliamo la corda!
E veloci, ignorati dalla massa di combattenti
mostruosi e pecore celestine troppo impegnati ad ammazzarsi l’un
l’altro e/o lasciarsi ammazzare, i tre si allontanarono decisi
verso le alture che potevano nasconderli.
Ma appena guadagnarono un rifugio Massimo, le armi, disse, ci servono
le armi! e partì di nuovo di corsa da solo di nuovo giù
verso la bolgia del massacro interminabile. I due lo guardavano da
dietro il costone roccioso che li proteggeva, negli occhi di Lizandro
il terrore, pazzo! disse, era già in salvo, bravo! disse invece
Mara e girandosi a guardarla vide che gli occhi della donna brillavano
di ammirazione. Così, veloce com’era andato via Massimo
tornò con tre fruste ed altrettanti tridenti che
distribuì, e poi… l’impensabile! si rivolse a Mara
guardandola con la luce del bianco nulla negli occhi, la scala è
da quel lato se non sbaglio, sì, gli rispose lei !!!, credo
anch’io andiamo!
VI
I due correvano e correvano, e Lizandro non ce la
faceva più a stargli dietro, gli facevano male le gambe e
l’aria rovente gli bruciava i polmoni ora che la respirava a
tutta bocca correndo, chi cazzo gliela dava tutta quella forza?
vabbè il morto non respira, non mangia, non beve, non scopa
forse manco riposa? mai visto dormire ma Mara nonostante tutte quelle
arie di mistero e di tosta tipo la vecchia Lara Croft è una
donna viva! e poi ‘sto forcone in mano quanto cazzo pesa! Ma
c’era un’altra parte in lui che stava zitta, stringeva i
denti e tirava avanti, e non era solo la strizza di essere ripreso dai
mostri o magari dai diavoli che chissà quali turpi abitudini
potevano avere forse peggio ancora degli altri, con quell’enorme
cazzo dritto! Avrebbe preferito morire di fame libero con i suoi amici
che esser ripreso ed umiliato! A scavare l’oro, ma che ci fanno
coll’oro? mai visto uno strumento un arnese un qualcosa fatto di
metallo nelle mani dei gatti, e pure quel forcone che aveva nelle mani
sembrava più fatto di una durissima sostanza vegetale che non di
metallo, così come la frusta dei mostri doveva essere una
qualche liana urticante, la parte dell’impugnatura conservava un
qualche tipo di scorza che doveva esser stata levata dal resto dello
strumento, sì una corteccia, ma da dove venivano? Non
aveva visto nessun tipo di vegetazione in quel mondo.
Durante il tempo precedentemente passato insieme a
prepararsi i pasti Lizandro tentava sempre di far parlare Mara, anche
se lei era restia e di pochissime parole, Lizandro insisteva e non solo
per la sua curiosità, lei sembrava sapere tante cose! ma anche
per distrarsi per non pensare a quello che faceva, scuoiare i cuccioli
di mostro, che schifo! che fetore! Era più per
quest’esigenza di distrarre l’attenzione dallo stomaco e
dall’olfatto che non per quella di rispondere alle domande della
sua testa che Mara, talvolta gli aveva parlato. A quanto pare era
così sicura che si trattasse di Mercurio, o Vulcano in base ad
un manoscritto alchemico del 1617 che parlava di quattro globi di cui
due veramente misteriosi, ed ora ritrovandosi qui aveva risolto il
primo dei quesiti che gli studiosi terrestri avevano posto quando
capirono che nel manoscritto “Tibi quattuor orbes
quaerendi” ci fosse qualcosa di più che il delirio
di qualche antico, la questione che fosse impossibile visitare la
superficie di Mercurio per la temperatura immensa, era forse risolta
dal fatto che dovevano trovarsi al centro del pianeta, protetti da
migliaia di chilometri di chissà quale materiale giallo poroso
di cui era costituito, una sostanza capace di trasformare quel calore
in luce ed aria respirabile… E i loro studi li avevano
altresì convinti che la seconda delle sfere fosse la luna nera,
il piano di esistenza post-mortem che loro affannosamente cercavano di
raggiungere, da vivi, per portare indietro le informazioni che tanto
cercavano e che Lizandro sospettava avessero a che fare proprio col
manoscritto, o chissà…
Ma c’era un’altra parte di lui che stava
diventando sempre più silenziosa, che accettava la situazione
senza piangersi addosso, ora era sempre più cosciente che
c’era sempre stata quella parte in lui, ma in minoranza, repressa
e non presa in considerazione da tutte quelle personalità
urlanti in lotta una coll’altra per un momento di gloria, per
accedere al posto di comando alla cabina di regia e che purtroppo,
quando finalmente veniva il loro turno, una volta avuto il potere si
perdevano in chiacchiere e zittivano brutalmente la voce silenziosa,
quasi considerata molesta. Ora invece, data la completa follia e
repentina crudezza della situazione quella parte di lui silente
cominciava ad emergere come la più autentica ed affidabile.
Essi correvano ed egli non ce la faceva più,
se non mi fermo e mangio qualcosa crollo qui ed ora! esclamò,
sì una sosta ci vuole, disse Massimo fermandosi e sedendosi a
terra, scottandosi probabilmente le chiappe come Lizandro e Mara quando
lo imitarono, ma i morti si scottano le chiappe? avevo pensato che se
raggiungessimo la città di cui mi hai parlato, che chiami il
termitaio, aspettando l’ora in cui le chimere portano gli schiavi
alle cave e forse resta incustodita potremmo tentare
un’incursione e procurarci dei viveri per voi, sì
sì anche se mi far star male pensarlo pensare d’esser
arrivato al punto di tentare un attacco forse suicida per
procurarmi quest’aberrante pasto, ah ah, rise Mara, e
così ci sei arrivato anche tu il puro l’equo
l’artista ah ah l’hai capito che l’essere umano
è disposto a tutto farebbe qualsiasi cosa pur di sopravvivere ed
a quanto pare anche dopo… ma da piccolo non rubavi i soldi nel
portamonete di tua madre? e da grande non pensi che saresti capace di
ucciderla? e questa capacità di adattarci a qualsiasi situazione
tu la chiami una disgrazia uno schifo? e invece è ciò che
ci ha reso vincenti non lo capisci? è proprio ciò
che ci ha fatto scendere dagli alberi e diventare uomini ed è
ancora ciò che ci permette se attaccati dai parassiti in galera
di spidocchiarci l’un l’altro come la nostra antica memoria
da primati ci ricorda ah ah tieni Lizandro mangia questa merda e
godine! Così detto tirò fuori dalle vesti delle strane
strisce giallo scuro e gliene porse un paio, cos’è? la
solita carne di aborto non c’è altro lo sai ne ho fatta
seccare un po’ nella caverna per ogni evenienza… masticala
lentamente succhiala bene tira fuori dall’obbrobrio ogni molecola
vitale ah ah ah piccolo uomo… fortuna che non ho più
bisogno di voi che il mio addestramento che la disciplina che mi
è stata imposta e che volentieri ho fatto mia mi hanno liberato
dalla dipendenza dal sesso e da voi uomini così patetici…
io non faccio sesso Lizandro non ne ho bisogno né alcun
desiderio! Massimo si girò di scatto e la guardò a lungo
con quei suoi occhi di neve eterna che forse, pensò Lizandro
masticando avidamente il pemnicam di mostro, cominciava a sciogliersi.
Ci vollero due turni di riposo prima che arrivassero
alla zona dov’era stata la scala che però non c’era
più. Ma come potete esser sicuri che sia proprio questo il
posto? L’ho visto bene quando sono uscito dall’Ade col mio
manipolo di morti me lo sono fissato nella memoria quando con i pochi
superstiti alla trappola siamo stati portati via a frustate legati come
bestie dalle chimere anche se non so se si possa dire superstiti per
dei morti eppure la scala non c’è più, non
c’è ma tornerà la scala tornerà sì il
posto è questo dobbiamo solo accamparci ed attendere anzi il
fatto che la scala non ci sia ci aiuta non ci sono più i gatti
in attesa ai suoi piedi, ma tu queste cose come cazzo le sai? Lizandro
sapeva che doveva credergli che era l’unica ad avere le info, ma
non poteva davvero farlo, la scala la sua apparizione un evento cosmico
così sublime ed inatteso anche su questo avete messo le mani voi
del governo? ma quale evento cosmico la scala l’abbiamo fatta
materializzare noi bombardando la luna a bassa frequenza anche se in
realtà alcuni ricercatori pensano che l’abbiamo solo fatta
visualizzare agli occhi di tutti che la scala ci sia stata sempre per
chi era capace di vederla, bombardare la luna? pazzi! avete aperto le
porte dell’inferno non lo vedi? ed ora si son richiuse e
siamo fregati fregati per sempre prigionieri potevo tenermi gli incubi
almeno da quelli potevo svegliarmi ora invece non ho più scampo!
se non sapessi che anche tu Mara hai patito e continui a farlo le
stesse sofferenze mie ti ucciderei qui con le mie mani se ne fossi in
grado o forse sì nel sonno quando tutto il tuo kung fu è
solo un sogno potrei strozzarti davvero K47 attenta! Ora
sì che cominci a svegliarti dai che ci riesci dai che cresci
continua così incazzati odiami che questo ti rende l’uomo
che ci serve qui! vaffanculo non sei una donna sei una pazza sei
un’orca assassina tu ci godi a star qui è più umano
Massimo da morto che te! Massimo, che fino ad allora era stato
zitto a scrutare l’orizzonte, se così si può
chiamare l’interno di una gigantesca caverna, una volta chiamato
in causa si girò ed, ignorando completamente Lizandro ed il suo
sfogo, si rivolse alla donna per la prima volta chiamandola per nome, e
tu Mara come fai a dire che la scala ritorna? perché lo so,
perché aveva causato troppo casino la sua presenza i celestini e
non solo ci sono stati altri casi come quello di Lizandro e i disordini
e le esecuzioni sommarie della Guardia Mondiale Preventiva la
situazione degenerava e la stampa cominciava a fare troppe domande
potevano capire e così si decise che una volta inviata la nostra
missione A.R.G.O. sospendesse il bombardamento lunare così da
chiudere il passaggio fra i mondi ma ad intervalli regolari lo
riprendesse appena per un momento per dare la possibilità a noi
di tornare dobbiamo solo aspettare, e quando? quando la scala
riapparirà? non lo so la nostra concezione del tempo qui
è diversa che sulla terra ma di sicuro prima o poi A.R.G.O.
farà il suo lavoro il buon vecchio cane da guardia. E quando
apparirà la scala che faremo? domandò Lizandro ai suoi
compagni. I loro sguardi s’incontrarono, negli occhi della tipa
si rifletteva il colore deep purple dei suoi capelli, ma di che colore
aveva l’occhi Mara? Fra quel giallo invasivo dell’ambiente
vulcaniano ed il deep purple delle sue chiome ed il fatto che in
effetti il suo sguardo era sempre schivo se non addirittura sfuggente,
Lizandro non era riuscito mai a capire di che colore fossero gli occhi
della misteriosa terrestre. Davvero chiari erano invece gli occhi
tuttobianco del morto ed essi esprimevano sempre idee chiare come il
ghiaccio d’una cometa, io torno nell’Ade la missione
è fallita i miei commilitoni son stati annichilati e forse
sbranati e prima che dall’Ade pensino di organizzarne
un’altra devo avvertirli del pericolo sennò potrebbero
pensare che noi ce la stiamo a spassare fra i vivi a donne e vino e ci
siamo dimenticati di loro e poi sinceramente non ho più voglia
di tornare fra i vivi se poi ciò sia veramente possibile…
la mia vita da morto nell’Ade era una pacchia rispetto a questi
inferi; anch’io procederò verso la luna dei morti
tantopiù ora che so che veramente esiste e Massimo ne è
la prova la mia missione non è fallita ed io continuo, e con un
gesto deciso della testa fece tornare al suo posto il ciuffo viola, voi
siete pazzi! completamente pazzi specialmente tu Mara non hai visto
cosa ci è capitato al primo gradino di questa scala maledetta
immagina cosa possano riservarci gli altri no no no! io la riscendo la
scala e di corsa se veramente riappare poi chi lo sa ed ora vi lascio
folli ad i vostri piani di guerra… a chi poi? vado a dormire
sono stanco distrutto buonanotte… e spero davvero che cambiate
idea.
VII
Ma quella “notte” Lizandro Peretl non
riposò, dormì malissimo ed infine fu proprio lui e solo
lui a cambiare idea. Ebbe un sogno Lizandro, uno dei suoi soliti
incubi… ma no stavolta era vero, precipitava in un pozzo nero
senza fondo e quel pozzo era lui; lui era il pozzo ed lui era a
precipitarvi dentro, la colonna sonora era come un autunno di Vivaldi
battuto da enormi timpani che gli rimbombavano nel cuore nelle orecchie
negli occhi ed il violino straziante era la sua vita che si arrotolava
e srotolava con dolore, e si stava riagglomerando intorno ad un centro
indefinibile che era la sua vera essenza ed al tempo stesso non era
lui, era un nero profondo oscuro ed insondabile e la sua coscienza era
solo ciò che gli si agglutinava intorno cooptando però
elementi estranei, presenze aliene e familiari al tempo stesso, fari,
luci nere pulsanti nell’oscurità, urla silenziose che gli
correvano intorno e da terrore divenivano consuetudine, ed il banditore
annunciava ciò che non sarebbe mai successo e la lista era
talmente corta che era un singhiozzo che ingoiava lo stesso banditore,
e Lizandro seppe che stava ripercorrendo all’indietro il suo
viaggio allucinante, che finalmente scendeva la scala, la percorreva a
ritroso, come tanto agognato per tornare a casa sulla sua terra, la
vecchia cara madre terra ma non era possibile farlo ed il viaggio
all’indietro era un viaggio a ritroso nel tempo e i mille e mille
spermatozoi rientravano nella testa di cazzo che li aveva eiaculati
come attratte da un pifferaio magico le mille parti di sé, le
sue notti, le sue donne, il cane osceno che gli regalarono i suoi
da piccolo, le parole che aveva urlato durante le liti, i mondi
virtuali da lui creati, le pantofole quelle vecchie brutte e sfondate
così comode e quelle nuove che gli dolevano, tutto rientrava in
lui o meglio tutto formava lui come se l’enorme vomito di dio che
crea il mondo torni indietro e crei dio e lui era dio, Lizandro Peretl
lì col piede sulla Scala Celeste.
Le urla, le guardie preventive, gli spari,
m’hanno visto cazzo che faccio? la scala arcobaleno dai mille
colori dell’ossidiana, gli infiniti neri, tutti i colori del nero
così vicini, ma le guardie le uniformi nere e le loro
espressioni oscene, ma sempre così volgari devono essere gli
sbirri? e sono dappertutto, anche davanti ora e gli sbarrano il
passo e non può raggiungere la scala e si butta
nell’edificio alla sua destra e sbatte la porta dietro di
sé e la guardie cominciano a colpirla per buttarla giù,
sei in trappola stronzo ti prendiamo! e lui che penetra sempre di
più nell’edificio aprendo e chiudendo le porte dietro di
sé, cazzo le scarpe rosse mi hanno visto per le scarpe rosse! e
poi… quella voce così cupa e così calma che lo
chiama, vieni Lizandro è da sempre che ti sto aspettando, come
un canto roco e dice vieni, ma d’altra parte dove vado? E si gira
a sinistra ed in fondo, in fondo alla hall… quel vortice, quel
vortice vivo e nero che parla, ed è così certa la
direzione che indica la sua musica, il richiamo più atavico che
ci sia, la Bussola HO RITROVATO LA BUSSOLA! quella che perdemmo allora
all’inizio del tempo… quanti eoni son passati? E le sue
mani si affondano nel vortice nero e lo prendono o è il vortice
a prendere lui? Ed è sulla scala e sale verso la luna
d’argento nel cielo meraviglioso e vede la luna e la scala e se
stesso tutti d’argento rispecchiati nel lago, solo il vortice non
si rispecchia ed è come se avesse la luna in mano e la caricasse
sulla schiena come il vecchio gnomo che porta la luce per illuminarsi
il cammino illuminandolo così a tutta l’umanità,
quell’umanità abietta ed ostile che ha sterminato tutti i
suoi simili e che ora gli da la caccia. È lì sulla scala
coglioni! ha rubato la Bussola fermatelo prendetelo ammazzatelo!
E Lizandro da il passo fatidico sul primo scalino e
cade, cade dal letto e si sveglia su Vulcano e guardando i suoi strani
amici dice loro, vengo vengo con voi non posso proprio più
tornare indietro!
I due erano ancora lì, seduti, come se non
avessero dormito per niente, come se non si fossero mai mossi, entrambi
in silenzio fissavano un punto per terra.
Era scosso dai suoi ricordi Lizandro sapeva che non
di un sogno si era trattato, ma di un ricordo di veritá che la
sua mente gli aveva celato, quant’altro? quant’altro poteva
esservi sepolto? La sua vita sulla terra negli ultimi tempi aveva perso
quella linearità che dapprima aveva avuto, non era solo la
questione della “rivolta delle macchine” come
scherzosamente aveva chiamato il disastro quando tutte le macchine
indispensabili alla vita non gli funzionavano più, non gli
davano alcuna garanzia, facevano come cazzo gli pareva a loro, no, non
era solo quello… c’erano tante cose strane, tanti eventi,
i sogni da sveglio in cui sembrava cadere dappertutto, anche in strada
quando gli speaker delle radio da tutti gli angoli gridavano i suoi
pensieri che venivano commentati dai passanti, e gli schermi TV
che occhieggiavano qui e lì mostrando la storia del suo dialogo
interiore, ed addirittura nei centri commerciali dove c’erano
impianti olografici, bastava ch’egli vi passasse vicino che
materialmente si ritrovava a lottare contro i suoi genitori mitizzati e
stravolti e la gente diveniva un pubblico attivo che tifava e delle
persone lo fermavano e gli dicevano le frasi più assurde pur se
non prive di quel senso segreto, di quel detto e non detto, di quella
complicità sull’indicibile, che lo avviluppavano come
tentacoli di paranoia. E ne succedevano di cose strane come quando gli
chiesero e dai facci vedere e lui pensò è nata una
stella! e come un razzo partì dall’orizzonte quasi una
cometa al contrario che saliva nel cielo sino ad esplodere e fissarsi
in un punto ove la prima stella brillò in quel crepuscolo indio
e ci fu un’ovazione dalla strada da ogni stanza dell’hotel,
dalla tromba delle scale dal palazzo di fronte ed anche il
rumorosissimo traffico delle auto e minibus ululò la sua
soddisfazione pelosa. Ma poi dove aveva dormito? Quella notte e tante
altre e dove aveva poi mangiato quel giorno? Di quei periodi strani gli
avvenimenti si snodavano chiarissimi e veri nella sua memoria ma non
c’era continuità né linearità
c’erano dei buchi o meglio delle zone d’ombra tanto in
ombra da non vedersene nemmeno l’ombra.
Il giallo immobile di Vulcano fu squarciato da un
grido da una specie di nitrito agghiacciante ed un esercito di satiri
armati spuntò alla vista, Massimo e Mara scattarono a
raccogliere le armi mentre Lizandro disperava alla vista del numero
degli assalitori che si avvicinavano correndo ed insieme alla
risolutezza dei suoi compagni, Massimo gli porse un tridente,
significava morire lì combattendo. Lizandro si guardò
intorno, respirò quell’orizzonte alieno quel giallo
asfissiante che pure per un po’ era stata la sua casa e lo
salutò, salutò tutto e tutti mentre Massimo comandava
loro di ritirarsi verso un’altura ove ci si sarebbe potuti
difendere meglio e cominciarono a correre in su e lui rimase dietro e
gli pesava il forcone e sentiva le grida degli orrendi satiri
così vicine già il fiato sul collo e di colpo quella voce
assurda e profondissima Vieni e la realtà di fronte al suo corpo
fra le sue mani cominciò ad arrotolarsi su se stessa e gli
stracci del suo tessuto precipitarono a spirale verso il centro e di
colpo Lizandro ebbe fra le mani un hand game, proprio come quelli da
80mila dollari che giravano ultimamente sulla terra ed il piccolo
monitor si accese e dal vortice vivo e nero che apparve in video
la parola Bussola esplose e con essa si materializzò la scala,
la Scala arcobaleno rossa sempre rossa con tutti i colori dentro che
salgono fino al viola ed è così grande, infinita, e
brilla, ed è come se fosse sorto il sole in quella maledetta
caverna gialla e cambiò il colore dell’aria ed è
così forte che Mara e Massimo si fermano si girano e lei grida
subito, visto ve lo avevo detto che la Scala si sarebbe materializzata
ARGO deve aver bombardato la Luna giusto in tempo dai andiamo! sulla
scala! e Lizandro mentre si lancia col piede sinistro sul gradino della
scala che i suoi amici abbordavano dal lato opposto pensò non mi
hanno visto erano avanti non han visto nulla non sanno che la scala
è nata dalle mie mani! Non sanno che chissà dove e come
ho la bussola!
Rodolfo de Matteis Atitlán Guatemala 2006