BLACK RAINBOW




I
   

    Lizandro Peretl si svegliò per la seconda volta quella notte, stavolta per fortuna non era sudatissimo, agitato e col cuore impazzito in gola come la prima, quando quell’incubo lo aveva svegliato, e gli pareva un sogno adesso non doversi di corsa cambiare la maglia ed uscire dal letto, entrambi zuppi del suo sudore come ormai accadeva ogni mattina da troppo tempo. Forse l’ora tanto prestifera lo aveva aiutato in questo e non ancora cominciava a sudare oggi. La luna piena era ancora alta nel cielo ed il giardino era illuminatissimo da quella bianca luce spettrale, le acque del grande lago come uno specchio d’acciaio che riflettevano il mondo, e con il mondo anche la scala, visibilissima a quell’ora, di quei suoi colori arcobaleno ma neri, come l’ossidiana di Tetzkalipoca, lo specchio del lato oscuro dell’anima degli antichi mexica, che, ignari del vetro, usavano l’oro per specchiarsi quando si dovevano pettinare o che, ed invece usavano le levigate pietre laviche dell’ossidiana arcobaleno per la magia, per guardarsi dentro e scoprire cosa si celasse nel proprio inconscio, e vedere il proprio gemello burlone, cupo ed inquietante, per chiedergli consiglio.
    Quella cazzo di campana non aveva smesso di rintoccare a morto tutta la notte, anche al suo primo risveglio era lì che batteva inspiegabilmente, quando lui era riuscito a sfuggire, destandosi, da quell'incubo terribile, da quell’orrore così esagerato, da quella situazione senza scampo, da quel sogno così reale e terribile che ora non ricordava, voleva scriverselo a notte, ma no voleva anche dormire, era così stanco quei giorni, e quando era stanco lui faceva le più grandi cazzate della sua vita, si metteva nei guai, sbatteva, gli cadevano le cose dalle mani o le perdeva, si scordava le cose più importanti, si faceva derubare o metteva in fuga chi amava col suo comportamento irrazionale, voleva scriverselo per non dimenticarlo il sogno ma forse non lo aveva fatto proprio per dimenticarselo ché poi avrebbe dovuto riconoscere che non era un sogno, che quella situazione così intricata e terribile poteva esser vera, chissà un mondo parallelo, o un aspetto invisibile di giorno della realtà dove quell’aberrante mostro che lo inseguiva e lo strangolava impedendogli di respirare e dicendogli con quella sua femminile voce da strega non illuderti di star dormendo sei sveglio e lo sai e lui paralizzato che non poteva muovere un dito incollato alla terra com’era schiacciato dalla demone che esercitava un peso di milioni di tonnellate su ogni singola cellula del suo corpo condannandolo al suolo ed all’immobilità dolorosa mentre lei chissà che voleva fargli chissà che ulteriori inenarrabili torture stava architettando. L’affanno, il cuore in gola, la campana che suonava, e la certezza che la tregua sarebbe durata poco, che l’incubo poteva ricominciare quando e dove la strega avesse desiderato, era suo ostaggio, la sua vita, la sua libertà di movimento sulla superficie terrestre erano solo un regalo che la sua aguzzina gli faceva, o meglio un prestito che poteva riprendersi a capriccio e di nuovo svuotargli i polmoni le cui pareti collassavano e si appicciccavano vuote l’una all’altra cosiccome il suo corpo si appiccicava al materasso ed a nulla valevano i suoi sforzi titanici per muoversi per aprir bocca e respirare e parlare e chiederle chi sei ma soprattutto che vuoi da me perché perchè io proprio io ed anche la sua mente era schiacciata non poteva più pensare modellata com’era su una sola idea: fuggire.
    Forse non era male essersi svegliato così presto, non sapeva l’ora non funzionava più l’orologio, non funzionava più nulla, forse era un dono il risveglio ché a quell’ora con quella luna oramai a tre quarti verso il suo tramonto c’erano chances che ai piantoni della Guardia Mondiale Preventiva si fossero chiusi gli occhi in una notte così tranquilla e la vigilanza fosse stata allentata intorno alla scala cosicché lui, solo lui privo di qualsiasi cosa di metallico addosso che potesse far squillare i metal detector e di qualsiasi pensiero qualsiasi aspettativa potesse far squillare i nuovi, arrivati da dove scoperti da chi da quando? Subversive Brain Activity Detector SUBAD, e così potesse eludere il blocco e contrabbandarsi sino alla scala, e sì salirla.
    Era diventata un’ossessione quella di metter il suo piede su quegli scalini arcobaleno, così grandi così titanici così assurdi che a nessuno sarebbe mai potuto venire in mente che un piede umano potesse posarvisi e tantomeno salirvi immateriali com’erano almeno sino a quando quei folli della neonata Religione della Scala Celeste, perché poi celeste se era nera la scala, con tutti i verdi i violetti gli indachi dell’arcobaleno che erano tutti neri brillanti nel nero notturno? perché poi celeste se la scala non conduceva alle alture celesti ma semplicemente al bianco della luna? Ma chiaro che non si possono usare queste argomentazioni contro una religione che è notoriamente costruita intorno ad una fede e non a nulla di razionale, dimostrabile, ma tant’è quei folli celestini ce l’avevano fatta, l’avevano abbordata, come? Durante i primi giorni della sua apparizione l’avevano risalita, ed erano svaniti nel nulla tutti insieme centinaia com’erano processione osannante al dono dei cieli invocante il dio della scala che ci aveva fatto il dono, celeste, della nera scala arcobaleno. Tutti insieme erano andati e subito il governo, i governi sino ad allora nemici giurati o concorrenti sleali si erano uniti, avevano rivitalizzato l’obsoleto onu per decidere che erano morti i celestini che eravamo tutti in pericolo e bisognava proteggerci dallo stesso fato e così reclutarono i peggio di ogni paese, gli assoldati di ogni corpo militare ed i violenti stupratori assassini di ogni corpo paramilitare rivestendoli di quelle nuove e scintillanti uniformi hitech e così istituire da un giorno all’altro la nuova Guardia Mondiale Preventiva e metterla di guardia alla base della scala che era qui e ovunque, cosiccome non era mai qui la base dell’arcobaleno, quello vero, e la sua pentola di monete d’oro, ed essi erano sempre lì, in ogni paese, ad ogni visualizzazione della scala, e della luna, spostandosi veloci su quei fantascientifici blindati inseguendo la luna inseguendo la scala assediandola circondandola dotati com’erano dei loro celesti caschi a comando mentale capaci di sparare il raggio della morte contro chiunque avesse tentato di avvicinarsi di abbordarla per il vostro bene diceva l’onu per impedire a qualche altro folle di morire come quegli gnorri della Religione della Scala Celeste nulla contro la libertà di culto ma lasciate fare a noi con noi lavorano le migliori risorse del pianeta nulla di naif nulla lasciato al caso ed all’improvvisazione, e così il blocco, lo stato d’assedio, il coprifuoco, le oramai innumerevoli condanne a morte senza processo e senza nemmeno più fosse intimato il rituale chivalà.

    Ma per Lizandro Peretl passare i posti di blocco e salire la scala era questione di vita o di morte, rimanere a terra voleva dire esser dato in pasto alla strega nei suoi sogni la notte, e saltare il pasto nella sua veglia di giorno essendo fallita anche la generosa possibilità che le aveva dato la compagnia per cui lavorava, vedrai che in riva al lago lontano dalla città dalla follia del traffico dello smog della folla umana ti tornerà l’ispirazione abbiamo bisogno di te ci fidiamo di te ecco le chiavi del meraviglioso esclusivo chalet dove vanno in vacanza i dirigenti su al lago è tutto tuo va e produci, come poteva dir loro che non era questione d’ispirazione ma che lui, il grande modellatore di realtà virtuali, di ambienti prodotti al computer che facessero da background ai sempre nuovi ologiochi ai sempre nuovi olofilm che richiedeva il mercato, che lui proprio lui il numero uno fra i creatori di mondi aveva perso il controllo delle sue macchine? Cazzo era da troppo tempo che menava il can per l’aia, che diceva alla compagnia ho perso l’ispirazione forse è il vecchio blocco dello scrittore, quando invece non era così, le idee le aveva ancora come sempre ridondanti, cento ne pensi per una che ne fai, ma non poteva realizzarne una, il computer gli si bloccava gli andava in tilt era un continuo incessante pallosissimo riconfigurarlo, snervanti ore di reboot uno dopo l’altro, per non parlare della macchina del rendering olografico che non riusciva più nemmeno a materializzare i vecchi progetti, sembrava una sfiga che non arriva mai da sola, il telecomando gli cadeva dalle mani e si rompeva o ci cadeva il caffé sopra, da quando era allo chalet aveva la barba lunga che il rasoio elettrico non ne voleva più sapere di accendersi, e la musica si cancellava dal suo lettore e i contatti dell’auricolare dell’olotelefono erano intermittenti, è vero che non aveva nessuno a cui olotelefonare, non aveva più famiglia, era l’ultimo dei Peretz, ma cazzo le ragazze della Voce Amica quelle bellissime del ci pensiamo noi al tuo attrezzo, nemmeno dai loro ologrammi poteva farselo manipolare, le linee cadevano, e stamattina nemmeno più l’orologio funzionava, che ore sono? Avessi portato il vecchio orologio da polso di papà quello a carica manuale col cinturino di pelle che fa tanto vintage almeno l’ora me la diceva il cipollone, non gli piaceva svegliarsi senza sapere che ore fossero, era il suo primo gesto ogni mattina toccare l’orologio fotonico cosicché gli proiettasse direttamente sulla retina le ore e volendo anche la situazione meteo e del traffico e politica di ogni remoto angolo del pianeta, anche se lui non utilizzava mai i programmi d’intrattenimento popolare così di bassa lega, nulla  a che vedere con le fantastiche creazioni della sua compagnia, ma almeno l’ora, quella sì la voleva sapere, ed invece niente, solo la campana, ma batteva a morto, non batteva le ore, ma comunque di sicuro era tardi, doveva agire prima che il cielo cominciasse a schiarire, questo almeno non erano riusciti a cambiarlo, ancora c’era il giorno e la notte, ancora il tempo faceva come gli pareva, pioveva o era sereno e l’uomo non poteva farci nulla e quindi fra un po’ anche senza l’orologio a dirlo avrebbe fatto giorno e addio scala.
Ora o mai più.
È un buon giorno per morire… Soprattutto perché se resto sono un uomo morto letteralmente morto di fame la compagnia mi taglia tutto aspettano risultati per oggi ed a loro per chiamarmi gli olotelefoni funzionano sempre e se non gli do qualcosa oggi è rottura del contratto con cancellazione di tutti i diritti acquisiti in tanti anni di lavoro stipendio pensione assistenza casa auto continbanca mi levano tutto e giù fra i reietti che forse non esistono neanche più e sarei l’unico a morire di fame in diretta mondolovisione dall’isola dei famosi.


II

    L’ultima cosa che Lizandro Peretl vide su questo mondo fu la luna d’argento, gli ultimi suoni che ascoltò furono il canto di un  gallo lontano ed il rintocco della campana, poi l’esplosione gli straziò il corpo, non provò dolore fisico quanto una sensazione di rottura della sua unità, il dolore, se così lo si può chiamare, fu psicologico, un senso di frammentazione, di addio al suo corpo così come lo conosceva: le gambe stanche da una parte; la sua coscienza lontanissima; i suoi ricordi che scappavano via in mille direzioni, lì camminava per il declivio con la sua prima ragazza, col suo amico che aveva organizzato l’incontro che spiava da dietro il tronco di un albero; ed il suo nuotare quando perse i campionati non avveniva in piscina ma era racchiuso in una minuscola goccia d’acqua che sfrecciava via nel nulla come una cometa sino ad evaporare; la professoressa delle medie gli voleva bacchettare di nuovo la mano ma non poteva farlo che la mano non c’era più; la vagina della ragazza grassa era come un’oscura caverna che risucchiò un qualcosa che già non era lui ma una scintilla nell’oscurità; e fu frazionato in mille coscienze, milioni di spermatozoi che correvano veloci verso la luna e mai seppe chi fu quello che la raggiunse, erano così diversi l’uno dall’altro, anche se erano sempre lui; e un orecchio ascoltava il concerto dei Jethro Tull al palasport dell’eur, mentre l’altro ascoltava i tamburi nella jungla mentre nella metropolitana non era più lui ad ascoltare ma le stesse tante monete che cadevano dalla biglietteria scassinata tintinnavano per terra e lui era ognuna di esse produttrice di quel suono in cui ognuna si realizzava nella sua liberazione dalla prigione della macchina quando sbatteva felice contro la terra e rotolava cantando in una direzione che la moneta aveva tanto voluta, e poi passò il treno ed i tuoni nel cielo le nuvole le mille gocce di pioggia che precipitavano ed il senso di gioia quando il suo mal di pancia se ne andò in cacca; e fu i tanti pipistrelli che disturbati dallo speleologo presero il volo; e la faccia del presidente, e la minestra di cavoli e la sua puzza per le scale, il film, la biglietteria, ed ogni cosa era lui, non era lui che osservava le cose, ma lui era le cose, ed ogni candela che aveva acceso in quella che una volta aveva chiamato la sua vita era la sua vita che si spegneva via breve, il povero commediante che si agitava ed il sipario che si chiudeva senza applausi, quell’orma di Armstrong sulla luna d’argento, ogni granello di polvere di stelle, gli occhi viola di Liz e la botta in testa fu fortissima e perse i sensi.
    La sensazione che lo fece risvegliare fu il dolore alla testa subito seguito dal dolore ai polsi stretti da qualcosa, una specie di corda che glieli segava mentre veniva trascinato via ed il corpo gli faceva male contro il terreno accidentato ed allora fece per alzarsi per camminare colle sue gambe al ritmo che gli veniva imposto dalla corda che tirava via i suoi polsi le mani non c’erano più addormentate com’erano col sangue che non arrivava era troppo stretta quella corda, come posò il primo piede a terra e fece per camminare udì quel verso orribile simile a quello che fa un gatto quando litiga con un altro ma molto più denso più forte ed allora aprì gli occhi e fu sommerso da quella luce gialla che sembrava essere il mondo. Non sapeva perché fosse lì o come ci fosse arrivato. Il dolore alla testa ed alle mani ricostruirono l’unità delle sue percezioni, il fatto che lui fosse Lizandro Peretl, un uomo solo e prigioniero di una corda che lo tirava e di un stridente verso di gatto che gli intimava di camminare di non fermarsi non riusciva ancora a vedere, era troppo forte la luce gialla e troppo il dolore alla testa che pensava oggi potevo dormire sino alle 8 invece di venire qui.

    La faccia del troglodita che reggeva la corda era larga, troppo larga per essere umana e poi parlava come un gatto impaurito e purtroppo Lizandro lo capiva, anche se non diceva molto, sei nato per servirmi e lo farai sino a morire se non ti ammazzo prima; i peli giallo scuro sporco ricoprivano le spalle dell’essere e tutta la parte posteriore del suo corpo e le sue braccia enormi con quella specie di mani a tre dita tozze opposte l’un l’altra, mentre il davanti del suo corpo e le sue gambette corte storte erano glabre e viscide e ricoperte di una bava puzzolente.

    Lizandro Peretl vomitò, di schifo e di terrore, mentre il mostro troglodita tirava ancor più forte la corda costringendolo a camminare e così a vomitarsi addosso faticando a respirare sconquassato com’era il suo diaframma dai conati, ma la corda tirava tanto forte che Lizandro dovette necessariamente tenere il passo, era molto più doloroso esser trascinato per terra dall’enorme forza bruta del mostro, così costretto a tener il passo veloce di quelle gambette ridicole che imponevano il ritmo si accorse del maleodorante materiale che gli bagnava i pantaloni e gli scolava lungo le gambe, caldo come le lacrime che gli scorrevano sulle gote. Dovette passare del tempo, e forse dei chilometri, prima che Lizandro smettesse di pensare solo alla sua orrenda situazione ed a recriminare la sua follia di aver voluto salire sulla nera scala arcobaleno, ed all’incapacità di impedirglielo come loro dovere degli sgherri della Guardia Mondiale Preventiva che erano pagati e bene solo per questo, collo sguardo fisso sul giallo dorso peloso del mostro e sulle asperità del giallo terreno. Ma ad un momento il vecchio istinto umano di appellarsi al cielo gli fece girare la tremante testa verso l’alto, e non c’è nemmeno il cielo, è tutto giallo, in alto solo una volta gialla solida di qualcosa che poteva sembrare roccia ma porosa come una spugna o come quegli scogli mangiati dai frutti di mare e dai flutti, era doloroso guardare la volta dell’enorme caverna che era il mondo ove si trovava perché essa emetteva uniformemente quella luce gialla che gli permetteva di vedere, una luce bollente.
    Dopo quelle che gli sembrarono ore di cammino pieno di sudore per quell’afa bestiale di cui non sembrava soffrire assolutamente il mostro cominciarono a scendere una specie di valle ad anfiteatro sul fondo della quale c’era una enorme buca, un inferno a cielo aperto da cui entrava ed usciva un’interminabile fila di umani legati l’un l’altro carichi di enormi cesti dietro la schiena sotto il controllo dei mostri trogloditi, morire o peggio vivere schiavo all’inferno per non andare all’isola dei famosi? posso esser stato così coglione? Immediatamente sentì un più violento strattone alla corda che gli segava i polsi, si girò e vide che due mostri, usciti da dietro delle più vicine di quelle strane strutture a forma di enorme termitaio che costellavano la valle, avevano preso la corda e la tiravano tentando di strapparla dalle mani del suo carceriere che immediatamente stridendo come un gatto infuriato saltò loro addosso, al primo infilò due dita negli occhi ed il terzo in bocca strappandogli letteralmente la faccia mentre l’altro gli mordeva l’altra mano quella che reggeva la corda, la lotta fra i due era rivoltante e fatta di scatti così veloci che era quasi difficile seguirla ad occhio nudo, col sangue giallo che scorreva abbondante mischiandosi colla bava che le loro pustole della parte frontale, o inferiore? perché  ora si muovevano proprio come due quadrupedi, emettevano più abbondante appestando l’aria. Eventualmente il suo carceriere sventrò anche il secondo assalitore ed ora emetteva un grido blasfemo, è mio! per scoraggiare gli altri mostri che erano usciti dai termitai e che avevano assistito sbavando dalle loro pustole alla lotta. L’aria era irrespirabile per quanto era calda e fetida. Lizandro tremava come un fuscello e l’odore delle sue feci che scorrevano dentro i suoi pantaloni non sembrava più disgustoso ma un qualcosa di vecchio e familiare, che sapeva di mamma,  rispetto all’orrido tanfo alieno. Ma nessun altro osò sfidare il suo carceriere, anzi mentre egli tirando la corda lo costringeva a seguirlo fra i termitai che riempivano tutto lo scenario essendo oramai scesi nella valle maledetta, gli spettatori si lanciavano sui cadaveri e cominciavano a combattersi urlando fra di loro per contendersene le spoglie che sbranavano poi avidamente, l’orrore sembrava non aver fine sinchè entrarono in un buco alla base di uno di essi, dentro la luce accecante diminuiva considerevolmente e Lizandro ebbe bisogno di qualche momento per adattarsi alla penombra giallastra, ancora non riusciva a vedere bene quando udì un forte rumore e si sentì spingere in una buca ove cadde sulla spalla sinistra dopo un volo di un paio di metri, poi sentì di nuovo il rumore ed il dolore alla spalla, la puzza e la temperatura che sebbene molto minore che all’esterno era pur sempre esagerata.
Chi sei? Quando sei arrivato? Quando ci vengono a salvare? Dicevano le tante voci umane sussurranti dai vari angoli della caverna, ma voi chi siete voi? siamo i colpevoli, siamo coloro che hanno creduto che la scala ce l’avesse regalata dio e invece era una trappola di satana, ma quale satana è dio che ci punisce per aver osato mettere il piede per la scala celeste che è solo per gli angeli, siamo gli arroganti, siamo i peccatori, siamo all’inferno, ma quale inferno chissà dove siamo finiti e qui dobbiamo solo scavare e scavare e scavare quell’oro per i gatti finché moriremo ed allora si che andrete all’inferno se continuate a dubitare di dio, ci danno da mangiare i loro figli ancora mezzi vivi e puzzolenti ed i loro aborti ed io l’ho fatto oddio ho dovuto farlo per la fame, tutti dobbiamo farlo per fame, no io lo faccio con piacere ognuno che mangiamo è un mostro in meno, si si con gusto se avessi la forza mi mangerei vivo uno di loro come loro si mangiano i nostri morti, non solo i morti anche i feriti gravi o quelli che rimangono paralizzati dal terrore e non lavorano, per noi i mostricciatoli che appena nati li sbattono qui sotto.  Basta! Voi siete pazzi siete tutti pazzi come potete come avete potuto? e tu allora come sei finito qui? dalla scala naturalmente, ma in quanti eravate? perché non viene ancora l’esercito ad aiutarci? con un paio di cannoni li spazziamo via tutti a questi primitivi li bombardiamo li gasiamo, ma tu chi sei? perché non ci aiutate? non sanno niente da noi non sanno niente dopo che siete spariti voi hanno vietato l’accesso alla scala, non è vero alla miniera ho sentito dire che ogni tanto ne arrivano altri, saranno passati di straforo come me ma l’esercito è lì che uccide chi tenti di risalirla, come si uccidono fra umani invece di allearsi contro gli alieni? è il peccato il peccato originale siamo qui per pagare pagare per tutta l’umanità, zitto vecchio pazzo sei tu che ci hai condotto alla scala, profeta del cazzo, e cominciarono ad accapigliarsi l’un l’altro mentre Lizandro voleva svenire e si buttò giù sperando di cadere addormentato, che differenza c’è? sperando solo di svegliarsi altrove.


III


    In realtà non dormì, meglio morire che vivere qui, appena lo lasciarono in pace ricominciò a tremare, meglio morire che vivere così, provò a muovere le dita, dolore, molto, ma le dita si mossero, le vedeva muoversi, non le sentiva più ma le vedeva, meglio morire che diventare come loro. Gli altri si calmarono. Tremava, è solo un fatto fisico non è  panico sono lucido non è più panico, la semioscurità e l’assenza dei mostri e il silenzio quando gli altri caddero addormentati lo aiutavano, ma fosse stato un sogno no questa puzza non è un sogno e queste corde ai polsi, gli dettero quella calma e lucidità e decise di suicidarsi così freddamente e lucidamente, riesco a muovere le mani con questa corda posso impiccarmi basta annodarla da qualche parte. La ricerca affannosa di un punto d’appoggio per annullare il mondo non dette risultati, non voleva richiamare l’attenzione da quella massa di persone fuori di testa, oramai mostri anche loro che accettavano di mangiare cuccioli di mostro fetosi pur di sopravvivere, sopravvivere perché per un altro giorno di orrore no non io, e così guardava nella penombra per trovare un punto dove attaccare la corda che era stata lo strumento della sua schiavitù e sarebbe diventata lo strumento della sua liberazione, per chissà quanto tempo scrutò nell’ombra della grande cella, col naso scoprì angoli pieni di merda ed angoli pieni di qualcosa di più orribile i resti dei pasti degli ex-adepti della religione della scala celeste, vide uomini e donne che fornicavano veloci, guardò ma non trovò nulla che potesse aiutarlo nel suo piano, il soffitto era liscio, e non c’era traccia di nessuno strumento atto al suo sacro scopo. Di colpo ricordò, quella mattina, com’era lontana la mattina del suo ultimo risveglio erano passati eoni e li sentiva pesanti come macigni quegli eoni, nonostante avesse deciso di tentare la scala, anzi ancor più per questo sapendo che andava ad incontrare il suo destino, all’ultimo momento prima di uscire di casa aveva deciso di presentarsi pulito ed in ordine ed allora, già vestito andò al bagno si lavò e si fece la barba utilizzando tutti i saponi dello chalet, eccetto il rasoio, utilizzò il suo rasoio ed alla fine, per non lasciare la casa incasinata, se lo mise in tasca. Ora lo cercò, lo toccò, è qui! è fatta con questo mi taglio la gola viva la libertà!
    Passò il resto del tempo a meditare, il mondo non era altro che lui ed il rasoio, il rasoio e lui anzi che il valore di quella lama era immenso, lui ed il rasoio, il rasoio e lui, ora ora qui sulla giugulare non posso sbagliare e la vita gorgoglierà via veloce trascinandosi dietro l’orrore gli orrori, lui ed il rasoio, il rasoio e lui, un  taglio netto ed è fatta, lui ed il rasoio, il rasoio e lui,  cosa mi ferma? lui ed il rasoio, lui ed il rasoio, il rasoio e lui, un’immagine un ricordo di una spiaggia lontana al tramonto e quella brezza che viene dal mare che si insinua fra i capelli, lui ed il rasoio, il rasoio e lui,  non è la paura a fermare questa mano, lui ed il rasoio, il rasoio e lui, ci  vuole più coraggio a continuare a vivere qui che a morire, il rasoio e lui, e il tempo passa, forse ore così, lui ed il rasoio, il rasoio e lui, senza la mia mano senza la mia decisione il rasoio non serve ma chissà ho solo la mia vita questo corpo lo amo lo rispetto non sarò io a darlo in pasto ai mostri, o ai celestini…
    La decisione di vivere lo ricompattò e fu allora che il rumore della botola di pietra che si apriva lo richiamò fuori di sé, ma oramai era un altro. Ascoltò senza tremare i miagolii feroci ed ansiosi del mostro, uno alla volta, diceva ed essi salivano uno alla volta, e quando tocco a lui Lizandro con repulsione, ma con una freddezza che non aveva mai conosciuto prima in vita sua, non me ne frega niente son pronto succeda quello che deve succedere, affrontò il mostro che gli si avvicinò, gli sciolse i polsi, gli mise un cesto che pizzicava da morire a mo’ di zaino sulle spalle, e poi gli attaccò le caviglie alla stessa lunga corda che univa tutta la schiera di schiavi e gli dette un tremendo colpo per farlo muovere, nell’ uscire vide che prima di prendere il cesto per metterlo sulle spalle del prossimo disgraziato, il mostro lo svuotava del suo contenuto in un angolo della stanza  che era tutto un mucchio di pepite d’oro.


IV

    Il mostro li guidava come un gregge armato di una lunga frusta di un colore giallo fluorescente il cui tocco a detta dei prigionieri bruciava più del fuoco e rapidamente li condusse nel grande fossato che era la mina a cielo aperto, ove una volta scesi dovettero cominciare a scavare a mani nude in quella specie di fango giallastro che conteneva le pepite. Erano diversi i gruppi di schiavi legati insieme e ognuno controllato dal proprio padrone.  In un gruppo distante un centinaio di metri dal loro una giovane donna ebbe una crisi isterica, cadde in terra urlando e tremando colla bava alla bocca, immediatamente il suo negriero si fece largo a frustate fra le urla di dolore delle sue vittime e le spezzò il collo colle zampe, la slegò dalla corda ed intimando agli altri di riprendere immediatamente il lavoro iniziò immediatamente a sbranarne il cadavere. Il rosso del sangue umano risaltava nel giallo generale come un faro nella notte. Altri mostri che non controllavano gruppi di schiavi si avvicinarono al cannibale e cominciarono con miagolii ad altissima frequenza a contendere il pasto finché  uno riuscì a portarsi via una gamba della disgraziata colla quale fuggì, subito inseguito da altri due. La loro forza era tremenda, il mostro aveva staccato la gamba al cadavere a mani nude! Alcuni schiavi urlavano, piangevano vomitavano ma venivano immediatamente frustati dai loro padroni, scavate, scavate, scavate. Il tempo passava sempre uguale in quel mondo senza sole e senza stelle che ne scandissero lo scorrere, probabilmente non c’era tempo lì, era l’eternità dell’inferno ove l’unico dualismo ancora esistente era quello fra il fango giallo, l’oro giallo, i mostri gialli, la volta gialla, l’aria che sembrava gialla ed il rosso del sangue umano.      Quando i cesti furono oramai pieni dell’oro maledetto gli abominevoli mostri cominciarono a portare le lunghe file di prigionieri fuori dalla cava. Il cammino era lentissimo per l’enorme peso che ogni schiavo doveva portare sulle spalle.. Ma, giusto quando il suo gruppo si inoltrò nella giungla dei termitai sbucò fuori velocissimo un gruppo di mostri che  aggredirono il loro carceriere, la lotta fu tremenda, due, tre degli assalitori restarono a terra morti nelle loro pozze di giallo sangue puzzolente, ma gli altri non gli si avventarono addosso per sbranarli, parevano guidati da un proposito che andava al di là dell’istinto immediato ed infine ebbero la meglio, si impossessarono della frusta e condussero rapidamente il gruppo fuori dalla città dei termitai. Dovettero camminare senza soste a passo sostenuto un tempo immenso nello scenario sempre uguale mentre le corde del cesto carico sembravano scavare un dolorosissimo solco nelle spalle di Lizandro.  Raggiunte delle alture li spinsero verso l’entrata di una caverna la cui imboccatura era sorvegliata da vari mostri armati di fruste.
    Ad uno ad uno li liberarono dai cesti e dalla corda che gli stringeva le caviglie e li buttarono dentro. Nell’enorme caverna c’era già altra gente. Dopo i primi attimi di smarrimento in cui gli occhi si abituarono alla luminosità sempre giallastra ma molto più tenue del bagliore pazzesco che emanava la volta esterna, i celestini cominciarono a riconoscere alcuni loro correligionari, c’erano soprattutto loro di umani su quel mondo, ma c’erano anche persone che si mantenevano in disparte, riposando od osservando il tutto silenziosi da nicchie ed angoli in cui si erano rifugiati evidentemente per restare soli e indisturbati. Lizandro cominciò a girare per trovare un posto tranquillo in cui buttarsi, le lunghe ore di lavori forzati ed ancor di più l’interminabile e veloce marcia che i loro nuovi padroni gli avevano imposto lo avevano stremato. Ave mortales ne es tu quidem ab celestinibus est? Lizandro, che non aveva mai studiato il latino, non solo riconobbe la lingua morta ma comprese benissimo cosa il gigante gli chiedeva. No, io sono un uomo libero, rispose, allora possiamo parlare avvicinati io sono Massimo. Lizandro fu subito affascinato dal fare tranquillo e forte, così diverso dall’agitazione tremebonda dei celestini, mi chiamo Lizandro Peretl piacere, ma dovette subito rimangiarsi quel piacere quando vide gli occhi inumani di colui che diceva chiamarsi Massimo, niente iride niente pupille solo due pozze bianche come la luna piena lo fissavano da una faccia peraltro schietta e dura, zigomi pronunciati, naso rotto, varie cicatrici, barba ispida, collo taurino, ah ah davvero non avevi mai visto un morto? Lizandro ripresosi dalla paralisi fece un salto indietro, non temere sono un uomo come te un prigioniero delle chimere come te solo che son morto anche se qui oramai non fa tanta differenza ho visto morire i compagni miei morire una seconda volta da noi nell’Ade ciò è impossibile, co co co come sarebbe a dire morto nell’Ade allora siamo nell’Ade, dove siamo non lo so ma che sono morto si lo so bene perché ricordo la mia morte anzi posso dire che la mia morte è il ricordo più vivo che ho della mia vita, que que que quegli occhi, si sono quegli occhi che ci distinguono dai tuoi occhi Lizandro posso capire che tu sei vivo nell’Ade abbiamo tutti gli occhi di luna è il marchio il marchio della Morte, ma ma come ricordi la tua morte, tutti i morti ricordano la propria morte beh c’è pure qualche fantasma qualcuno che si aggira per l’Ade collo sguardo confuso rivolto altrove che ancora guarda verso la terra dei vivi sono quegli gli occhi che a me fanno paura occhi senza luce senza intelletto senza coscienza sono quelli che chiamerei gli occhi morti quelli che non vogliono ricordare la propria morte a volte si riprendono e accettano la propria morte e così possono trascorrere la loro vita da morti e la luce torna nei loro occhi ma altri rimangono opachi nell’illusione, in effetti era vero negli occhi così alieni di Massimo splendeva molta luce, fredda lunare ma tanta luce e Lizandro cominciava spontaneamente a preferire quella bianca luce inespressiva all’espressione di follia che adombrava gli occhi dei prigionieri vivi, vivi come lui... Io io quindi sono vivo? Certo che lo sei gli occhi non mentono e poi ricordi forse la tua morte? Bè quando ho messo piede sulla scala è successo qualcosa qualcosa d’indescrivibile la continuità della mia vita l’unicità della mia persona la linearità del tempo si sono interrotte per sempre, sì lo so anch’io son venuto dalla scala lo so cos’è ma la morte è un’altra cosa ti strappa via tutto tutto con una violenza con un’irremediabilità milioni di volte più decisa e poi ricordo bene le lame dei sicari nella schiena nei reni nei polmoni e le parole che mi dissero, Commodo ti saluta e ti ricorda che non c’è posto per due leader a Roma, ma questo mi ricorda qualcosa chi sei Massimo o dovrei forse dire chi sei stato? Massimo conquistatore dei potenti barbari germanici e delle loro fredde terre nel nome di quella Roma e di quell’imperatore che poi mi hanno tradito e mi hanno reso gladiatore peggio che uno schiavo un condannato a morte certa in una lotta senza onore senza motivo solo per salvarsi la pelle e deliziare il pubblico quei cittadini romani cui io avevo portato oro gloria e terre ora erano i miei aguzzini gridando la loro brama di sangue dagli spalti del circo massimo certo andava molto peggio per le donne che erano violentate a morte da tori e cavalli fra lo scherno e gli insulti del pubblico i veri barbari che erano i romani vivi siamo più civili da morti questo è certo, allora Lizandro ricordò i suoi studi da creatore di mondi virtuali, quegli anni in cui le prime ore della mattina così gravose per uno studente per fortuna le passavano in buie sale a visionare gli antichi film a due dimensioni, prima ancora dell’olovisione, ove fra una cascar d’occhi e l’altro vide Il Gladiatore e si ricordò della sua storia, cazzo quell’uomo usciva da un film, e uno è convinto che se un protagonista non muore sul set, come Humphrey Bogart pronto a risorgere nel prossimo film, allora viva per sempre, immortalato, si diceva, dalla pellicola, ma tu non morivi mica Commodo dovette liberarti per volontà del popolo, sì mi liberò e con tutti gli onori mi restituì il mio grado e la mia casa ma poi vigliaccamente mi fece uccidere ma sai manco lui è finito bene l’ho rivisto nell’Ade e ci abbiamo riso sopra, ma come nell’Ade dov’è com’è l’Ade di cui parli, l’Ade è una terra bianca sotto un cielo nero e senza stelle e quando non c’è sole né stelle a girare non c’è più nemmeno Cronos a regnare Cronos regna sulla vita ma non esiste nella morte dove sia l’Ade non lo so caro Lizandro certo non è sottoterra come questo mondo giallo scottante e maledetto questo dev'esser l'Inferno di cui parlano i cristiani il nostro Ade è un posto mica poi tanto male  pieno di cose da fare e di vita ah ah se così si può dire, incredibile, credilo  credilo pure mio nuovo amico dagli occhi impauriti ma sinceri alcuni dicevano che l’Ade fosse sulla Luna e i cosiddetti uomini nuovi del rinascimento ci spiegarono che la Luna ha due facce una che da vivi non si può mai vedere ma sulla quale si passa poi l’esistenza da morti ma altri uomini quelli morti ancora più tardi secondo l’assurdo tempo dei vivi uomini che pronunciano le parole eterne in una lingua che suona come la tua bè quegli uomini dicono che no che che anche dall’altro lato della luna si vedono le stelle e splende il sole e c’è il giorno come la notte che loro ci son stati ed io ci credo ed essi dicono che l’Ade è altrove in un’altra luna invisibile ai vivi come il mondo dei vivi è invisibile ai morti e nei dibattiti che si tengono sull’Ade al riguardo la chiamano BHM che nella mia lingua si dice Sacra Selene Nigra io ci vado a quei dibattiti mi ci diverto e sono le occasioni in cui ci si può riunire noi morti ché sennò ci piace vivere ognuno coi suoi noi fu cittadini romani coi romani, i rinascimentali coi rinascimentali e via dicendo vedrai quando verrai, Lizandro era esterrefatto da quell’uomo che usava il passato e gli altri tempi solo quando parlava della sua vita o dei vivi e sempre e solo il presente quando parlava della sua morte o meglio non della sua morte ma della sua esistenza dopo la morte.      Quasi tutti gli altri prigionieri erano crollati a dormire pur se il loro non poteva chiamarsi un sonno tranquillo, gemevano, si agitavano o si svegliavano di soprassalto urlando di terrore subito zittiti malamente ed insultati dagli altri, i celestini, invece di amarsi e proteggersi l’un l’altro come ci si aspetterebbe da correligionari perseguitati, si odiavano ferocemente addossandosi l’un l’altro la responsabilità di quella situazione, col morto era diverso e Massimo aveva una dignità più umana di quella dei viventi. Come seguendo il filo delle sue considerazioni Massimo continuò, io li ringrazio ora quegli dei o quegli uomini che mi vollero prigioniero e gladiatore perché ciò mi ha preparato a questa ordalia, ma tu qui come ci sei finito?, nell’eterno presente di colpo è apparsa  la scala e con essa il tempo e le stelle e la luna alta nel nostro cielo quella scala splendente d’argento che conduce da un lato alla luna e dall’altro forse alla terra? la follia del voler ancora calpestare la terra a noi interdetta dei vivi ci ha spinto ad organizzare la spedizione da me comandata che invece ci ha portato qui agli inferi quegli inferi che ci erano stati risparmiati ora ci hanno catturati alcuni di noi una volta compreso durante la prima battaglia colle chimere che qui noi morti potevamo morire di nuovo allora hanno scelto di morire suicidandosi o lasciandosi uccidere convinti così di tornare nell’Ade ma io no io non so se sia così temo di non tornarci nell’Ade e questa potrebbe esser la morte definitiva l’oblio la non esistenza io a questa consapevolezza ci tengo come da gladiatore combattevo per conservare la mia vita ora cavo oro per conservare la mia consapevolezza il mio destino è nelle mani degli dei come dev’essere e mai nelle nostre mani ma ora riposiamo giovane amico avrai occasione di racconatrmi le tue di avventure non sai come son felice di aver incontrato un vivo che non sia completamente folle con cui parlare voglio che mi racconti degli alberi e del vento e degli uccelli e dell’azzurro del cielo e del dolce sapore della frutta e della zuppa di pesce coi vegetali come la amavo, ma perché voi morti allora che mangiate se non avete tutto ciò? Noi morti non abbiamo bisogno di mangiare né di bere né di respirare e forse è proprio il fatto di non esser costretto a mangiare l’aberrante pasto rifilatoci dalle chimere che mi mantiene sano di mente… e così Lizandro si addormentò temendo sopra ogni cosa l’ora in cui gli sarebbe venuta fame. 


V


    Il risveglio fu peggiore dei peggiori incubi, la massa umana, se così si potevano ancora chiamare gli ex religiosi si stava avventando sui resti dei piccoli mostri che erano stati buttati dentro ed addirittura si contendevano l'un l'altro gli orribili pezzi della gialla carne fetosa  come i mostri facevano con i cadaveri umani. Lizandro cominciò di nuovo a vomitare, anche se stavolta fu molto più doloroso essendo il suo stomaco vuoto e producendo i suoi conati solo amarissima bile, in questo non ti posso aiutare, la calda voce di Massimo, né ti invidio forse per la prima volta qui non ho desiderio d’esser vivo eppur dovresti mangiare ché se non ce la fai a lavorare ti mangeranno le chimere, io mangiare ciò giammai! preferisco morire, sì forse hai ragione forse voi ancora alla prima morte finireste nell’Ade che è un posto ameno in confronto a questi inferi anche se mi dispiacerebbe perderti appena trovato un amico è davvero un tesoro, gli occhi bianchi lo fissavano senza espressione, il riflesso del vuoto siderale acceso di bianco, del bianco della luna la luce della via lattea, ma la sua voce lo calmò, forse c’è una soluzione c’è una donna qui che sembra più evoluta più simile a te e lei ha degli strumenti nascosti nelle sue vesti degli strumenti con cui tratta le carni forse le cuoce è da diversi turni di lavoro che la spio, ma come non ci hai  ancora parlato? io non parlo colle donne, cosa?, e perché perché dovrei? da vivo sì ci avevo a che fare ma era solo per possederle ma ora che senso avrebbe? sai noi morti non scopiamo..., ora che la morte cominciava a sembrargli una soluzione non più tanto allettante e la curiosità di trovare una persona del suo tempo lo divorava Lizandro seguì Massimo in un angolo ancor più remoto della caverna. La donna fece uno scatto felino quando li vide avvicinarsi ed assunse immediatamente un’ottima posizione di guardia kung fu, i suoi capelli viola avevano un effetto fluo nella gialla penombra, calma calma sono Lizandro Peretl e non voglio farti del male anzi cerco aiuto sto per morire di fame e non riesco a mangiare quegli aborti Massimo dice che forse puoi salvarmi la vita, e perché dovrei? in effetti non lo so, la donna lo scrutava e Lizandro non poté fare a meno di notare che era la prima cosa carina che vedeva sin da quando le macchine gli si erano ribellate, in un altro mondo in un altro tempo, dai dimmi che ci fai alle carni di mostro? prima gli aborti vanno scuoiati e poi cotti solo così la puzza se ne va, e come fai? ho la mia lampada abbronzante tascabile che se ce la appiccico alle carni le cuoce il problema è spellarle ed a mani nude mi ci vogliono ore ma che te lo dico a fare non consumerò  certo le mie preziosissime batterie per cucinare… ad un uomo, e se ti dicessi che ho un rasoio? certo ti sarebbe più facile scuoiarli, gli occhi della donna si illuminarono ed anche Massimo parve ridestarsi e disse, davvero possiedi una lama? e la sua voce, anche se non certo i suoi occhi, sprizzava gioia ed un’inspiegabile speranza sotterranea cominciò a serpeggiare in quello stranissimo trio, ok ma certo non posso cucinare anche per il tuo gigante colle lenti da dj chissà quanto mangia lui, Massimo non mangia non temere potrei ora sapere come ti chiami? ok qui posso dirlo io sono Mara anche se ho ascoltato chiamarmi così solo mia madre ed il mio primo ragazzo per gli altri sono nota come dottoressa Isis e qui su Mercurio sono arrivata senza nemmeno un nome ma solo come un numero.
    I giorni passarono, o meglio non si poteva parlare di giorni, semmai di turni di lavori forzati e di riposo, se così si poteva chiamare il mangiare l’obbrobrio e buttarsi giù a dormire in quella specie di forno che era la loro prigione.
Certo la prospettiva era cambiata, ora erano un gruppo.
Non era più solo, Lizandro, e nemmeno gli altri, anche se i due si ignoravano deliberatamente. Era lui il trade-union: sia Mara che Massimo avevano un rapporto con Lizandro, ma fra di loro non si parlavano, e questo lo faceva incazzare ma anche ridere perché i due, così diversi fra loro come possono esserlo la vita e la morte, la femmina e il maschio, duemila anni di progresso e di culture… erano simili, ma tanto: innanzitutto erano due guerrieri, e comandanti di guerrieri, e non solo sui loro mondi di provenienza, ma anche il loro viaggio qui era esattamente speculare, lui Massimo aveva capeggiato una spedizione dall’Ade alla ricerca del mondo dei vivi, lei K47 aveva capeggiato una spedizione dalla Terra alla ricerca del mondo dei morti per recuperare chissà quali informazioni segretissime perse con la fine dei loro misteriosi portatori, e su questo Mara manteneva ancora il più stretto segreto. Entrambe le spedizioni non avevano raggiunto la loro meta ma erano finite su questo piano infernale, entrambe le spedizioni erano state annientate appena arrivate mantenendo i mostri loro carcerieri uno stretto controllo della scala, e loro due erano gli unici sopravvissuti dei relativi commando, presi prigionieri, disarmati e resi schiavi… ed entrambi avevano la forza per sopravvivere da soli in qualsiasi condizione e di sicuro avrebbero venduta cara la pelle, o almeno la consapevolezza nel caso di Massimo che la pelle l’aveva già persa duemila anni prima… e Lizandro che invece da solo forse non ce l’avrebbe fatta ed aveva tremendamente bisogno di loro che non avevano bisogno di nulla era invece divenuto indispensabile e probabilmente anche i duri e puri cominciavano a rendersi conto che avevano bisogno di lui senza il quale non avrebbero potuto unire le loro forze, cosa che, anche se per il momento non gli dava nulla, capaci com’erano ognuno per suo conto di aver la forza interiore per sopravvivere e l’abilità di tenere alla larga i celestini e i flippati e farsi rispettare, i due  sentivano chiaramente:  l’unione costituiva la loro unica possibilità e speranza chissà quando chissà come di emanciparsi dalla loro situazione di schiavitù e naufragio.
E un giorno avvenne.
    I diavoli, quelli veri, proprio i vecchi diavoli biblici da copione, vennero inconsapevolmente in loro aiuto, ed in quel momento, nell’attimo dell’azione, della scelta, del giocarsi il tutto per tutto, i due guerrieri si guardarono finalmente negli occhi, non solo comunicarono, ma presero delle decisioni insieme e le attuarono con potenza e disciplina. Lizandro non li sentì pronunciar parole, probabilmente i guerrieri delle task force di ogni tempo e luogo hanno un linguaggio tutto loro fatto di sguardi di gesti di azioni di certezze di decisioni immediate di potenza.
    Quando i satiri, corna in testa, gambe da caprone, coda pelosa, cazzo dritto e tridente in mano attaccarono il corteo di schiavi e mostri loro carcerieri e la battaglia fra le differenti razze di chimere infieriva terribile ed i versi disumani degli uni e degli altri e le grida di panico fin troppo umane dei prigionieri echeggiavano alti sino alla volta della caverna e sangue di tutti i colori scorreva a fiumi rompendo finalmente la monocromicità del giallo sottosuolo e la confusione regnava sovrana ed ognuno badava per sé, proprio allora i tre invece agirono come un’unità, le uniche parole che sentì, in lingue diverse, sussurrategli dai suoi due alleati ognuno ad un orecchio dicevano la stessa cosa, presto Lizandro il rasoio tagliamo la corda!
    E veloci, ignorati dalla massa di combattenti mostruosi e pecore celestine troppo impegnati ad ammazzarsi l’un l’altro e/o lasciarsi ammazzare, i tre si allontanarono decisi verso le alture che potevano nasconderli.
Ma appena guadagnarono un rifugio Massimo, le armi, disse, ci servono le armi! e partì di nuovo di corsa da solo di nuovo giù verso la bolgia del massacro interminabile. I due lo guardavano da dietro il costone roccioso che li proteggeva, negli occhi di Lizandro il terrore, pazzo! disse, era già in salvo, bravo! disse invece Mara e girandosi a guardarla vide che gli occhi della donna brillavano di ammirazione. Così, veloce com’era andato via Massimo tornò con tre fruste ed altrettanti tridenti che distribuì, e poi… l’impensabile! si rivolse a Mara guardandola con la luce del bianco nulla negli occhi, la scala è da quel lato se non sbaglio, sì, gli rispose lei !!!, credo anch’io andiamo!


VI


    I due correvano e correvano, e Lizandro non ce la faceva più a stargli dietro, gli facevano male le gambe e l’aria rovente gli bruciava i polmoni ora che la respirava a tutta bocca correndo, chi cazzo gliela dava tutta quella forza? vabbè il morto non respira, non mangia, non beve, non scopa forse manco riposa? mai visto dormire ma Mara nonostante tutte quelle arie di mistero e di tosta tipo la vecchia Lara Croft è una donna viva! e poi ‘sto forcone in mano quanto cazzo pesa! Ma c’era un’altra parte in lui che stava zitta, stringeva i denti e tirava avanti, e non era solo la strizza di essere ripreso dai mostri o magari dai diavoli che chissà quali turpi abitudini potevano avere forse peggio ancora degli altri, con quell’enorme cazzo dritto! Avrebbe preferito morire di fame libero con i suoi amici che esser ripreso ed umiliato! A scavare l’oro, ma che ci fanno coll’oro? mai visto uno strumento un arnese un qualcosa fatto di metallo nelle mani dei gatti, e pure quel forcone che aveva nelle mani sembrava più fatto di una durissima sostanza vegetale che non di metallo, così come la frusta dei mostri doveva essere una qualche liana urticante, la parte dell’impugnatura conservava un qualche tipo di scorza che doveva esser stata levata dal resto dello strumento, sì una corteccia, ma da dove venivano? Non  aveva visto nessun tipo di vegetazione in quel mondo.

    Durante il tempo precedentemente passato insieme a prepararsi i pasti Lizandro tentava sempre di far parlare Mara, anche se lei era restia e di pochissime parole, Lizandro insisteva e non solo per la sua curiosità, lei sembrava sapere tante cose! ma anche per distrarsi per non pensare a quello che faceva, scuoiare i cuccioli di mostro, che schifo! che fetore! Era più per quest’esigenza di distrarre l’attenzione dallo stomaco e dall’olfatto che non per quella di rispondere alle domande della sua testa che Mara, talvolta gli aveva parlato. A quanto pare era così sicura che si trattasse di Mercurio, o Vulcano in base ad un manoscritto alchemico del 1617 che parlava di quattro globi di cui due veramente misteriosi, ed ora ritrovandosi qui aveva risolto il primo dei quesiti che gli studiosi terrestri avevano posto quando capirono che nel manoscritto “Tibi quattuor orbes quaerendi”  ci fosse qualcosa di più che il delirio di qualche antico, la questione che fosse impossibile visitare la superficie di Mercurio per la temperatura immensa, era forse risolta dal fatto che dovevano trovarsi al centro del pianeta, protetti da migliaia di chilometri di chissà quale materiale giallo poroso di cui era costituito, una sostanza capace di trasformare quel calore in luce ed aria respirabile… E i loro studi li avevano altresì convinti che la seconda delle sfere fosse la luna nera, il piano di esistenza post-mortem che loro affannosamente cercavano di raggiungere, da vivi, per portare indietro le informazioni che tanto cercavano e che Lizandro sospettava avessero a che fare proprio col manoscritto, o chissà…
    Ma c’era un’altra parte di lui che stava diventando sempre più silenziosa, che accettava la situazione senza piangersi addosso, ora era sempre più cosciente che c’era sempre stata quella parte in lui, ma in minoranza, repressa e non presa in considerazione da tutte quelle personalità urlanti in lotta una coll’altra per un momento di gloria, per accedere al posto di comando alla cabina di regia e che purtroppo, quando finalmente veniva il loro turno, una volta avuto il potere si perdevano in chiacchiere e zittivano brutalmente la voce silenziosa, quasi considerata molesta. Ora invece, data la completa follia e repentina crudezza della situazione quella parte di lui silente cominciava ad emergere come la più autentica ed affidabile.

    Essi correvano ed egli non ce la faceva più, se non mi fermo e mangio qualcosa crollo qui ed ora! esclamò, sì una sosta ci vuole, disse Massimo fermandosi e sedendosi a terra, scottandosi probabilmente le chiappe come Lizandro e Mara quando lo imitarono, ma i morti si scottano le chiappe? avevo pensato che se raggiungessimo la città di cui mi hai parlato, che chiami il termitaio, aspettando l’ora in cui le chimere portano gli schiavi alle cave e forse resta incustodita potremmo tentare un’incursione e procurarci dei viveri per voi, sì sì anche se mi far star male pensarlo pensare d’esser arrivato al punto di tentare un attacco forse suicida per procurarmi  quest’aberrante pasto, ah ah, rise Mara, e così ci sei arrivato anche tu il puro l’equo l’artista ah ah l’hai capito che l’essere umano è disposto a tutto farebbe qualsiasi cosa pur di sopravvivere ed a quanto pare anche dopo… ma da piccolo non rubavi i soldi nel portamonete di tua madre? e da grande non pensi che saresti capace di ucciderla? e questa capacità di adattarci a qualsiasi situazione tu la chiami una disgrazia uno schifo? e invece è ciò che ci ha reso vincenti non lo capisci? è proprio ciò  che ci ha fatto scendere dagli alberi e diventare uomini ed è ancora ciò che ci permette se attaccati dai parassiti in galera di spidocchiarci l’un l’altro come la nostra antica memoria da primati ci ricorda ah ah tieni Lizandro mangia questa merda e godine! Così detto tirò fuori dalle vesti delle strane strisce giallo scuro e gliene porse un paio, cos’è? la solita carne di aborto non c’è altro lo sai ne ho fatta seccare un po’ nella caverna per ogni evenienza… masticala lentamente succhiala bene tira fuori dall’obbrobrio ogni molecola vitale ah ah ah piccolo uomo… fortuna che non ho più bisogno di voi che il mio addestramento che la disciplina che mi è stata imposta e che volentieri ho fatto mia mi hanno liberato dalla dipendenza dal sesso e da voi uomini così patetici… io non faccio sesso Lizandro non ne ho bisogno né alcun desiderio! Massimo si girò di scatto e la guardò a lungo con quei suoi occhi di neve eterna che forse, pensò Lizandro masticando avidamente il pemnicam di mostro, cominciava a sciogliersi.


    Ci vollero due turni di riposo prima che arrivassero alla zona dov’era stata la scala che però non c’era più. Ma come potete esser sicuri che sia proprio questo il posto? L’ho visto bene quando sono uscito dall’Ade col mio manipolo di morti me lo sono fissato nella memoria quando con i pochi superstiti alla trappola siamo stati portati via a frustate legati come bestie dalle chimere anche se non so se si possa dire superstiti per dei morti eppure la scala non c’è più, non c’è ma tornerà la scala tornerà sì il posto è questo dobbiamo solo accamparci ed attendere anzi il fatto che la scala non ci sia ci aiuta non ci sono più i gatti in attesa ai suoi piedi, ma tu queste cose come cazzo le sai? Lizandro sapeva che doveva credergli che era l’unica ad avere le info, ma non poteva davvero farlo, la scala la sua apparizione un evento cosmico così sublime ed inatteso anche su questo avete messo le mani voi del governo? ma quale evento cosmico la scala l’abbiamo fatta materializzare noi bombardando la luna a bassa frequenza anche se in realtà alcuni ricercatori pensano che l’abbiamo solo fatta visualizzare agli occhi di tutti che la scala ci sia stata sempre per chi era capace di vederla, bombardare la luna? pazzi! avete aperto le porte dell’inferno non lo vedi? ed ora si son richiuse  e siamo fregati fregati per sempre prigionieri potevo tenermi gli incubi almeno da quelli potevo svegliarmi ora invece non ho più scampo! se non sapessi che anche tu Mara hai patito e continui a farlo le stesse sofferenze mie ti ucciderei qui con le mie mani se ne fossi in grado o forse sì nel sonno quando tutto il tuo kung fu è solo un sogno potrei strozzarti davvero K47 attenta!  Ora sì che cominci a svegliarti dai che ci riesci dai che cresci continua così incazzati odiami che questo ti rende l’uomo che ci serve qui! vaffanculo non sei una donna sei una pazza sei un’orca assassina tu ci godi a star qui è più umano Massimo da morto che te!  Massimo, che fino ad allora era stato zitto a scrutare l’orizzonte, se così si può chiamare l’interno di una gigantesca caverna, una volta chiamato in causa si girò ed, ignorando completamente Lizandro ed il suo sfogo, si rivolse alla donna per la prima volta chiamandola per nome, e tu Mara come fai a dire che la scala ritorna? perché lo so, perché aveva causato troppo casino la sua presenza i celestini e non solo ci sono stati altri casi come quello di Lizandro e i disordini e le esecuzioni sommarie della Guardia Mondiale Preventiva la situazione degenerava e la stampa cominciava a fare troppe domande potevano capire e così si decise che una volta inviata la nostra missione A.R.G.O. sospendesse il bombardamento lunare così da chiudere il passaggio fra i mondi ma ad intervalli regolari lo riprendesse appena per un momento per dare la possibilità a noi di tornare dobbiamo solo aspettare, e quando? quando la scala riapparirà? non lo so la nostra concezione del tempo qui è diversa che sulla terra ma di sicuro prima o poi A.R.G.O. farà il suo lavoro il buon vecchio cane da guardia. E quando apparirà la scala che faremo? domandò Lizandro ai suoi compagni. I loro sguardi s’incontrarono, negli occhi della tipa si rifletteva il colore deep purple dei suoi capelli, ma di che colore aveva l’occhi Mara? Fra quel giallo invasivo dell’ambiente vulcaniano ed il deep purple delle sue chiome ed il fatto che in effetti il suo sguardo era sempre schivo se non addirittura sfuggente, Lizandro non era riuscito mai a capire di che colore fossero gli occhi della misteriosa terrestre.  Davvero chiari erano invece gli occhi tuttobianco del morto ed essi esprimevano sempre idee chiare come il ghiaccio d’una cometa, io torno nell’Ade la missione è fallita i miei commilitoni son stati annichilati e forse sbranati e prima che dall’Ade pensino di organizzarne un’altra devo avvertirli del pericolo sennò potrebbero pensare che noi ce la stiamo a spassare fra i vivi a donne e vino e ci siamo dimenticati di loro e poi sinceramente non ho più voglia di tornare fra i vivi se poi ciò sia veramente possibile… la mia vita da morto nell’Ade era una pacchia rispetto a questi inferi; anch’io procederò verso la luna dei morti tantopiù ora che so che veramente esiste e Massimo ne è la prova la mia missione non è fallita ed io continuo, e con un gesto deciso della testa fece tornare al suo posto il ciuffo viola, voi siete pazzi! completamente pazzi specialmente tu Mara non hai visto cosa ci è capitato al primo gradino di questa scala maledetta immagina cosa possano riservarci gli altri no no no! io la riscendo la scala e di corsa se veramente riappare poi chi lo sa ed ora vi lascio folli ad i vostri piani di guerra… a chi poi? vado a dormire sono stanco distrutto buonanotte… e spero davvero che cambiate idea.


VII



    Ma quella “notte” Lizandro Peretl non riposò, dormì malissimo ed infine fu proprio lui e solo lui a cambiare idea. Ebbe un sogno Lizandro, uno dei suoi soliti incubi… ma no stavolta era vero, precipitava in un pozzo nero senza fondo e quel pozzo era lui; lui era il pozzo ed lui era a precipitarvi dentro, la colonna sonora era come un autunno di Vivaldi battuto da enormi timpani che gli rimbombavano nel cuore nelle orecchie negli occhi ed il violino straziante era la sua vita che si arrotolava e srotolava con dolore, e si stava riagglomerando intorno ad un centro indefinibile che era la sua vera essenza ed al tempo stesso non era lui, era un nero profondo oscuro ed insondabile e la sua coscienza era solo ciò che gli si agglutinava intorno cooptando però elementi estranei, presenze aliene e familiari al tempo stesso, fari, luci nere pulsanti nell’oscurità, urla silenziose che gli correvano intorno e da terrore divenivano consuetudine, ed il banditore annunciava ciò che non sarebbe mai successo e la lista era talmente corta che era un singhiozzo che ingoiava lo stesso banditore, e Lizandro seppe che stava ripercorrendo all’indietro il suo viaggio allucinante, che finalmente scendeva la scala, la percorreva a ritroso, come tanto agognato per tornare a casa sulla sua terra, la vecchia cara madre terra ma non era possibile farlo ed il viaggio all’indietro era un viaggio a ritroso nel tempo e i mille e mille spermatozoi rientravano nella testa di cazzo che li aveva eiaculati come attratte da un pifferaio magico le mille parti di sé, le sue notti, le sue donne, il cane osceno che gli regalarono i  suoi da piccolo, le parole che aveva urlato durante le liti, i mondi virtuali da lui creati, le pantofole quelle vecchie brutte e sfondate così comode e quelle nuove che gli dolevano, tutto rientrava in lui o meglio tutto formava lui come se l’enorme vomito di dio che crea il mondo torni indietro e crei dio e lui era dio, Lizandro Peretl lì col piede sulla Scala Celeste.
    Le urla, le guardie preventive, gli spari, m’hanno visto cazzo che faccio? la scala arcobaleno dai mille colori dell’ossidiana, gli infiniti neri, tutti i colori del nero così vicini, ma le guardie le uniformi nere e le loro espressioni oscene, ma sempre così volgari devono essere gli sbirri?  e sono dappertutto, anche davanti ora e gli sbarrano il passo e non può raggiungere la scala e si butta nell’edificio alla sua destra e sbatte la porta dietro di sé e la guardie cominciano a colpirla per buttarla giù, sei in trappola stronzo ti prendiamo! e lui che penetra sempre di più nell’edificio aprendo e chiudendo le porte dietro di sé, cazzo le scarpe rosse mi hanno visto per le scarpe rosse! e poi… quella voce così cupa e così calma che lo chiama, vieni Lizandro è da sempre che ti sto aspettando, come un canto roco e dice vieni, ma d’altra parte dove vado? E si gira a sinistra ed in fondo, in fondo alla hall… quel vortice, quel vortice vivo e nero che parla, ed è così certa la direzione che indica la sua musica, il richiamo più atavico che ci sia, la Bussola HO RITROVATO LA BUSSOLA! quella che perdemmo allora all’inizio del tempo… quanti eoni son passati? E le sue mani si affondano nel vortice nero e lo prendono o è il vortice a prendere lui? Ed è sulla scala e sale verso la luna d’argento nel cielo meraviglioso e vede la luna e la scala e se stesso tutti d’argento rispecchiati nel lago, solo il vortice non si rispecchia ed è come se avesse la luna in mano e la caricasse sulla schiena come il vecchio gnomo che porta la luce per illuminarsi il cammino illuminandolo così a tutta l’umanità, quell’umanità abietta ed ostile che ha sterminato tutti i suoi simili e che ora gli da la caccia. È lì sulla scala coglioni! ha rubato la Bussola fermatelo prendetelo ammazzatelo!
    E Lizandro da il passo fatidico sul primo scalino e cade, cade dal letto e si sveglia su Vulcano e guardando i suoi strani amici dice loro, vengo vengo con voi non posso proprio più tornare indietro! 
    I due erano ancora lì, seduti, come se non avessero dormito per niente, come se non si fossero mai mossi, entrambi in silenzio fissavano un punto per terra.
    Era scosso dai suoi ricordi Lizandro sapeva che non di un sogno si era trattato, ma di un ricordo di veritá che la sua mente gli aveva celato, quant’altro? quant’altro poteva esservi sepolto? La sua vita sulla terra negli ultimi tempi aveva perso quella linearità che dapprima aveva avuto, non era solo la questione della “rivolta delle  macchine” come scherzosamente aveva chiamato il disastro quando tutte le macchine indispensabili alla vita non gli funzionavano più, non gli davano alcuna garanzia, facevano come cazzo gli pareva a loro, no, non era solo quello… c’erano tante cose strane, tanti eventi, i sogni da sveglio in cui sembrava cadere dappertutto, anche in strada quando gli speaker delle radio da tutti gli angoli gridavano i suoi pensieri che venivano commentati dai passanti, e gli schermi  TV che occhieggiavano qui e lì mostrando la storia del suo dialogo interiore, ed addirittura nei centri commerciali dove c’erano impianti olografici, bastava ch’egli vi passasse vicino che materialmente si ritrovava a lottare contro i suoi genitori mitizzati e stravolti e la gente diveniva un pubblico attivo che tifava e delle persone lo fermavano e gli dicevano le frasi più assurde pur se non prive di quel senso segreto, di quel detto e non detto, di quella complicità sull’indicibile, che lo avviluppavano come tentacoli di paranoia. E ne succedevano di cose strane come quando gli chiesero e dai facci vedere e lui pensò è nata una stella! e come un razzo partì dall’orizzonte quasi una cometa al contrario che saliva nel cielo sino ad esplodere e fissarsi in un punto ove la prima stella brillò in quel crepuscolo indio e ci fu un’ovazione dalla strada da ogni stanza dell’hotel, dalla tromba delle scale dal palazzo di fronte ed anche il rumorosissimo traffico delle auto e minibus ululò la sua soddisfazione pelosa. Ma poi dove aveva dormito? Quella notte e tante altre e dove aveva poi mangiato quel giorno? Di quei periodi strani gli avvenimenti si snodavano chiarissimi e veri nella sua memoria ma non c’era continuità né  linearità c’erano dei buchi o meglio delle zone d’ombra tanto in ombra da non vedersene nemmeno l’ombra.
    Il giallo immobile di Vulcano fu squarciato da un grido da una specie di nitrito agghiacciante ed un esercito di satiri armati spuntò alla vista, Massimo e Mara scattarono a raccogliere le armi mentre Lizandro disperava alla vista del numero degli assalitori che si avvicinavano correndo ed insieme alla risolutezza dei suoi compagni, Massimo gli porse un tridente, significava morire lì combattendo. Lizandro si guardò intorno, respirò quell’orizzonte alieno quel giallo asfissiante che pure per un po’ era stata la sua casa e lo salutò, salutò tutto e tutti mentre Massimo comandava loro di ritirarsi verso un’altura ove ci si sarebbe potuti difendere meglio e cominciarono a correre in su e lui rimase dietro e gli pesava il forcone e sentiva le grida degli orrendi satiri così vicine già il fiato sul collo e di colpo quella voce assurda e profondissima Vieni e la realtà di fronte al suo corpo fra le sue mani cominciò ad arrotolarsi su se stessa e gli stracci del suo tessuto precipitarono a spirale verso il centro e di colpo Lizandro ebbe fra le mani un hand game, proprio come quelli da 80mila dollari che giravano ultimamente sulla terra ed il piccolo monitor si accese e dal vortice vivo e nero che  apparve in video la parola Bussola esplose e con essa si materializzò la scala, la Scala arcobaleno rossa sempre rossa con tutti i colori dentro che salgono fino al viola ed è così grande, infinita, e brilla, ed è come se fosse sorto il sole in quella maledetta caverna gialla e cambiò il colore dell’aria ed è così forte che Mara e Massimo si fermano si girano e lei grida subito, visto ve lo avevo detto che la Scala si sarebbe materializzata ARGO deve aver bombardato la Luna giusto in tempo dai andiamo! sulla scala! e Lizandro mentre si lancia col piede sinistro sul gradino della scala che i suoi amici abbordavano dal lato opposto pensò non mi hanno visto erano avanti non han visto nulla non sanno che la scala è nata dalle mie mani! Non sanno che chissà dove e come ho la bussola!


 

Rodolfo de Matteis Atitlán   Guatemala 2006