Manikaran, la capitale della Parvati Valley, laddove il Dio Serpente Sheshnag portò la Dea Madre rapita, e laddove Shiva venne a recuperare la sua amata, e nella battaglia fra titani, ad ogni proiettile che Shiva lanciò contro la Serpe, sì proprio il serpente che tiene intorno al collo, proprio lui Sheshnag s’invaghì di Parvati sino a rapirla, ovvero non potette resistere all’eccitazione dei due che amoreggiavano ché quando ella baciava il collo al suo amato, lui il serpente era proprio lì, in mezzo, e si scoprì non essere un semplice ornamento… e laddove cade ogni proiettile lanciato dal distruttore della mente e dell’universo, un geyser d’acqua calda nasce, ed è così che Manikaran è costruita nel lato in ombra del canyon, unico centro abitato in tutta la valle su quel lato, ove d’inverno ci sono solo poco più di un paio d’ore di sole, ma le acque son calde, le case son sulle acque calde, ed è la festa della calda umidità.
E da Manikaran salgo ancora a piedi su su oltre i tremila, quasi ai quattro, dove le piante di Marijuana son blu, ed il fumo il migliore, del mondo. E salgo su e cammino e dormo in case piene di pulci laddove vestono ancora collo stile greco antico: qui si nascosero i disertori dell’esercito di Alessandro Magno, quelli che incontrarono l’amore e non ci pensarono manco un minuto a camminare anni per tornare a morire in qualche guerra dimenticata al fine di regalare altre terre al loro re; e qui ci si nasconde noi oggi, i disertori di tutti gli eserciti del mondo, i pacifisti gli incazzati pronti a morire ma mai per un padrone o un generale.
Occhi turchini e giacca bianca, qui le genti le discendenze i lignaggi, lo spirito, gli spiriti, l’alleanza, ed avevo pure una stanza, giù a Manikaran, la condividevo con Rejis, il francese, che una volta bucò due decilitri di vino rosso, e fece una faccia da vecchio nostromo, immediatamente sbronzo, naso rosso, ooo Rejis!
E lì in quella stanza, ove non è necessario mettere materassi per dormire ché il pavimento è così caldo per le acque sotterranee, una mattina ci si sveglia per andare a camminare in montagna con Rejis, e mentre ci si stava fumando un paio di chillums a colazione, ecco l’italiano che avevo ospitato per la notte ed era uscito presto ritornare con tutta una schiera di poliziotti.
Che stronzo! Lo incontrano per la strada, gli chiedono dove vivi, e lui, invece di rispondere non ho casa sono appena arrivato, li porta a casa nostra, l’infame! Gli ufficiali entrano ed intimano a tutti i presenti di tirare fuori i passaporti, e lo stronzo mi dice pure in italiano di star tranquillo che il fumo suo lo ha nascosto fuori casa, nel mio giardino, quanta grazia! Io pure il mio fumo ce l’ho nascosto e so che Rejis non ne ha, infatti stavamo partendo per la montagna ché lui vuole comprarne di quello buono, ma so che Rejis è fuori visto, ossia dovrebbe già esser uscito dall’India, di fatto sta in situazione di Overstay un reato che prevedeva allora sino ad un anno e mezzo di galera! Gli diamo i passaporti prima noi e l’ufficiale li controlla accuratamente, Rejis è l’ultimo, pallido in volto aspettando la mannaia che si abbatta… ma proprio quando l’ufficiale gli chiede il documento, un suo sottoposto, un semplice agente arriva colle mani dentro il barattolo della farina ove io ho nascosto il mio fumo, sicuro che nessun indù avrebbe mai messo le mani nella sacra attá! Ed invece… così l’ufficiale dimentica completamente del passaporto di Rejis, di fatto glielo ridà in mano senza nemmeno aprirlo, e domanda col fumo fra le mani: di chi è questo? Ed io, invece di dire che era dell’infame contando pure sul fatto che Rejis avrebbe sicuramente confermato, in preda alla mia solita onestà dico: è mio! E vado via in manette.
Mi portano fuori alla scuola, ove ci sono varie persone fermate in tutta Manikaran; e tutta la popolazione della piccola città in semicerchio intorno alla piazza al cui centro sta un tavolo ove han posto la bilancia con gli ufficiali che pesano la droga sequestrata e noi, i fermati, proprio davanti alla porta della scuola, circondati di guardie. Mi rendo conto subito che con 120 grammi, 12 tolas come si dice qui, son quello che ne ha di più, me la vedo brutta… ed allora, cercando una exit strategy, approfitto della distrazione dei piantoni e scopro che la porta della scuola giusto dietro di me non è chiusa a chiave, la socchiudo e mi infilo dentro alla chetichella richiudendomela alle spalle, ed inizio a correre frenetico dentro l’edificio, aprendo e chiudendo alle mie spalle tutte le porte che incontro in linea retta sino a che l’ultima mi da la libertà sul retro della scuola.
Corro via veloce, non so dove andare, il mio afflato spirituale conduce i miei passi al tempio Sikh, quello delle acque calde. Ho sempre visto delle misteriose entrate ai suoi sotterranei che chiamavano la mia curiosità, e mi ci butto dentro, nelle viscere della madre terra, fra vasche e condutture d’acqua bollente, fra i vapori una specie d’inferno benedetto, più che altro un limbo in cui attendo, vari piani livelli sotto la città, la sentenza divina: mi troveranno o no?
Ci sono vari vecchietti, che non avevo mai visto su al livello della “vita normale”, vecchietti seminudi che vivono fra le acque calde, fra i vapori e le vasche, secondo me salgono solo all’ora dei pasti offerti dal tempio ed il resto della loro vecchiaia la passano qui, al caldo, vestiti solo con un perizoma o un longhi, ossia un panno che cinge i fianchi stile Gesù sulla croce, come stava vestita mezza India, la povera e la religiosa. Non fanno caso a me i vecchietti sotterranei, gli uomini santi, la sconosciuta cultura underground di Manikaran, ugualmente io mi dirigo al più profondo dei livelli, ove mi nascondo acquattato dietro l’ultima vasca, immerso nei vapori caldi e nella speranza, ch’è quasi una certezza che le sacre acque mi salvino. E così è.
Non ho un orologio, le ore passano, non so che fare, a un punto decido d’uscir fuori. Come salgo al tempio la prima persona che incontro mi dice: che fai qui? Ti stanno cercando dappertutto, scappa!
Ed allora mi arrampico perpendicolare su per il monte, fuori da qualsiasi sentiero, con passo di capriolo salto fra le rocce su su su, sino alla sommità della scarpata da cui domino tutto il villaggio, come soldatini li vedo i poliziotti che girano per il villaggio e le loro jeep parcheggiate nel piazzale, sino a che se ne vanno a sera portandosi via due persone incatenate, e penso che posso scendere. Ma non mi fido ed aspetto l’oscurità, e quando essa viene entro al villaggio percorrendo oscure vie laterali, rasentandone i muri per mantenermi sempre nell’ombra, la madre notte è mia alleata, l’alleata di tutti i rei del mondo. Non posso tornare a casa, penso di recarmi all’abitazione di un francese amico col proposito di chiedergli ospitalità, di nascondermi lì qualche giorno, e sì ci arrivo non visto da nessuno, e lì sono lì Rejis e tutta la banda a fumare: sono salvo!
Ma dopo un po’ vogliono uscire, andare a bere, io no io dico resto qui vi aspetto, ed il proprietario acconsente, ma Rejis e tutti mi accusano di paranoico: è finita, sei libero, gli sbirri sono andati via, andiamo a festeggiare! che temi? e mi faccio convincere ed esco in strada. Ma lì fuori mi prende l’ansia, il panico totale, non voglio farmi vedere in cantina non mi fido e parto correndo verso casa mia attraversando tutta la strada principale deserta a quest’ora, son circa le dieci di sera, 13 ore sono passate dal mio arresto, 12 dalla mia fuga.
C’è Rama che piscia in istrada, ubriaco come ogni sera il bramino alla luce che emette il suo chai shop mi riconosce ed urlando si aggrappa ai miei capelli lunghi con tutte e due le mani. Escono dal ristorante due sbirri, completamente ubriachi, e mi acchiappano pure loro ed a forza i due poliziotti più Rama più qualcun altro, non senza difficoltà, mi portano dentro. Risulterà che la Polizia andandosene via aveva lasciato due agenti per continuare a cercarmi ed essi, invece di rastrellare la città se la passavano ubriacandosi con Rama, ed io ero passato proprio lì davanti! Dopo svariate libagioni, verso l’una di notte mi portano via, incatenato, verso una casetta governativa di qualche tipo, appena una capanna all’entrata del villaggio che hanno lasciato in dotazione agli sbirri, proprio al Bus Stand, ove mi dicono che aspetteremo il primo autobus per Kulu, la capitale distrettuale.
Normalmente gli stranieri specialmente gli occidentali non vengono torturati come i normali prigionieri in India, per tema di ritorsioni diplomatiche, ma i due poliziotti sono estremamente ubriachi e mi riempiono di botte, calci e pugni ai quali non ho la forza di reagire, più che altro per aver perso la fiducia in me stesso. Mi sento un coglione, ero libero, dominavo la città dai monti e li vedevo tutti come soldatini di piombo, dominavo l’inconscio e la paranoia dai caldi sotterranei del tempio, ero persino riuscito ad arrivare alla casa del francese ove avrei potuto rimanere al sicuro un tempo indefinito o andarmene via a piedi per i monti e far perdere le mie tracce, e no! Come uno scemo mi ero buttato per la via principale, in preda all’indifferenza, alla falsa sicurezza noncurante che mi dettero gli svariati chillum fumati a casa del francese, e per la prima volta dalla mattina ero finito in preda al panico, e mi ero buttato fra le braccia della “legge”.
E le loro botte erano le mie, ero io a pensare di essermele meritate: sono uno stronzo! pensavo. Quando si stufano di picchiarmi ed insultarmi e vogliono dormire i due aguzzini ne pensano un’altra: aprono una delle due manette antidiluviane, la destra, e vi fanno passare dentro due giri di catena cosicché quando la richiudono non ci sia più spazio per il mio braccio, e la mano inizia immediatamente a gonfiarsi ed a diventare blu con dolori atroci. Così non puoi pensare a scappare ancora! sghignazzano i due aguzzini, e così passo le poche ore che mancano al primo bus, quello delle sei di mattina…
