La ripetizione dei gesti abituali della mia quotidianità, come per esempio farmi la barba, rivelano il loro mistero nella diversità dei sentimenti che mi suscitano. Giorno dopo giorno, anno dopo anno sempre uguali… a volte ne sento il peso enorme, la vacuità, la tristezza, un senso di inutilità.
L’ha risolto la moda il problema consentendo anche agli impiegati statali e bancari barbe lunghe e abbigliamenti casual. Resta il desiderio per me, figlio d’un’altra epoca già portatore di trecce rasta e di pesanti barbe rivoluzionarie poi sagge poi di baffoni macho e terzomondisti, di rasarmi ogni giorno, la gioia di potermi accarezzare e di baciare chicchessia senza pizzicare, di sentirmi fresco col vento che mi rivitalizza insinuandosi fra i capelli puliti e pettinati, gioia che si trasferisce nell’atto quotidiano che, scevro da esser un rituale, è momento di frizzante energia carico di sogni e di promesse.
Altre volte invece è sì rituale, rituale e medicina: nei profondi cupi momenti del male oscuro riemergendo a fatica da melmosi gorghi subacquei, l’atto quotidiano della pulizia ha il potere di rivitalizzare la psiche.
Un altro aspetto ancora è esplorato nella mia performance che con l’aiuto del fratello della mia anima Atlizín abbiamo videoregistrato durante un memorabile viaggio nel deserto sacro messicano di Wirikuta, se vuoi ammirarlo clicca qui: LYCOS