BLACK RAINBOW_Libro Blu cap. 7-10

i capitoli che ho appena scritto oggi a completare il Libro Blu, il penultimo della mia Space Opera:  “BLACK RAINBOW”, tutt’ora in corso d’opera di cui puoi leggere l’inizio su http://www.teatromagico.us/Textos/BlackRainbow

VII

Il capitan Omno li saluta calorosamente quando li lascia sull’isola di Arboréa: – per te Massimo, ci sarà sempre lavoro sulla mia nave, cerco un nostromo forte, che non abbia più ragione di temere la morte, per addentrarmi a fondo nell’oscuro mare della Coscienza. E tu Lizandro lo sai, la tua vita continua, altre avventure ti attendono! –

I nostri eroi abbandonano la spiaggia e s’incamminano verso l’imponente foresta verde che si vede da lontano sotto il cielo rosa, del colore delicato di una pesca che sta maturando, come quest’alba magica. Al giungervi sono totalmente stupefatti dalla grandezza degli alberi, che salgono su su sino a perdersi alla vista e che hanno tronchi grandi come la più imponente delle cattedrali terrestri. Sotto le fronde degli altissimi alberi che sono distanziati uno dall’altro da spazi immensi c’è una vegetazione piccola lussureggiante fatta di strane piante azzurre dai fiori di vari colori, fiori dalle forme spiraleggianti e vorticose, fiori forti, fiori che sorridono, e che sorridendo gli sbarrano il passo. Ed è il sorriso dei fiori che parla ai loro cuori.
– A ché siete venuti? – un turbine si apre nella coscienza di Lizandro al ricevere questo messaggio questa domanda, e pensa alla Terra Lizandro a quando l’ha lasciata correndo e fuggendo e a quanto gli sia mancata in quest’assenza dio solo sa quanto lunga in questo viaggio fuori dal tempo, e vede il suo lago Lizandro il lago che splendeva sotto la luce bianca della Luna in quel giorno, il giorno dell’addio, e anela Lizandro alla sua terra.
– Non so, fa Massimo, ho scoperto che la morte del corpo è solo un passaggio ma a dire il vero non so ancora verso dove e perché, e non è bastato sfuggire all’illusorie mura dell’Ade, ancora non so ed intendo andare avanti andare più in là ed andarci ad occhi aperti ora che Centronix ha ridato loro il colore, e finalmente la luce può tuffarsi di nuovo nel pozzo della mia anima –
Ed i fiori li lascian passare, aprendo una specie di cammino fra le loro terribili spine. Ed il cammino arriva sino ad un particolare tronco d’albero tutto tutto ricoperto delle sue stesse radici che scendono dall’altissimo a rituffarsi nel terreno. E l’intreccio di queste radici aeree forma come degli scalini, una possibilità di scalare di ascendere e Massimo si lancia vigoroso ed assetato d’avventura come è tornato ad essere dopo esservi sempre stato. E Lizandro infila i piedi suoi e le mani in quegli appigli creati da quel disegno frattale che è l’incredibile ed inestricabile intreccio di radici, e salgono in verticale, ma senza grande sforzo. Pare che il disegno stesso di quella pianta, che potrebbe essere terribilmente ipnotico se uno si perdesse ad ammirarlo senz’altro scopo che il piacere della vista, abbia il potere di contrastare la gravità centronica e di spingerli delicatamente su; e, dopo svariate ore terrestri di arrampicata, i nostri non saprebbero più dire con certezza se siano loro ad arrampicarsi o la pianta a crescere portandoli su con sé.
Passata la coltre delle alte nubi centroniche, nubi violette, nubi indaco, nubi celesti, nubi blu, Lizandro il terrestre, ex programmatore di mondi-virtuali ad immersione totale se mai si può essere ex visto che ogni cosa in fondo è per sempre, e Massimo detto il Gladiatore, già generale dell’esercito di Marco Aurelio imperator di Roma ucciso a tradimento dall’incestuoso parricida Commodo ed infine sfuggito pure all’Ade per divenire il più grande amico di Lizandro nella loro scorribanda cosmica, si trovano di fronte ad un incredibile spettacolo invisibile dall’altezza del suolo. I rami degli alberi sono ampli come autostrade e sono percorsi da un’infinità di esseri di ogni specie, tutta la foresta è una sola grande città: Arboréa! I singoli alberi, piuttosto che perdere la loro individualità, costituiscono degli enormi templi cui convergono i rami-highways, e dove le moltitudini degli esseri si raccolgono, tutti intorno agli enormi tronchi, a costituire degli anelli di persone che stan lì, in simbiosi coll’albero e fra di loro per tempi che sembrano infiniti, e la storia del cosmo si snoda fra i nodi degli alberi di Arboréa, e gli intrecci cosmici si strecciano fra gli intrecci delle radici aeree degli alberi di Arboréa, e le genti vedono il film delle loro sanguinose guerre e delle loro fragili paci susseguirsi uno dopo l’altro sempre più veloci sempre più corte sino ad implodere trasformando la foglia-schermo, su cui vedevano la storia del loro pianeta d’origine, in un fiore un fiore meraviglioso e sempre diverso ed effimero che va via come un soffione e con esso vola via pure la persona che cavalcando un seme volante torna al suo pianeta, ora che sa qual’è la sua missione. E lo spazio ombroso sotto le altissime fronde degli alberi di Arboréa è tutto pieno di questi leggerissimi semi volanti che volano eroici destrieri recando in groppa ognuno un essere di una delle infinite razze della galassia e quel vento soave leggero mite ma penetrante li porta via lontano oltre le fronde, via trasformati di nuovo verso i loro pianeti di origine.
E Lizandro capisce cosa sia Arboréa e l’incredibile missione cosmica di questi alberi e perché sia giunto su Centronix, il pianeta più vicino al centro della Galassia, e sorride Lizandro felice sapendo che sì potrà tornare alla sua Terra.

VIII

– La Terra è cambiata Lizandro, mentre tu non c’eri – e girandosi a vedere chi ha parlato Lizandro si stupisce: – Yousef! – non può non chiamarlo, riconoscendo il suo amico, il tecnico dei suoi computer che tante volte lo ha tolto d’impaccio salvando il suo lavoro quando i tempi stringevano e le macchine s’impuntavano, quante volte lo aveva salvato Yousef dalla deportazione a vita sull’isola dei famosi? Eppure è diverso il suo amico: è blu!
– Son blu da quando son qui Lizandro, da quando il sistema sulla Terra è crollato… –
– Crollato? Non governano più le multinazionali dello spettacolo allora? Finalmente, l’abbiamo atteso tanto! perché così triste Yousef se lo sognavamo insieme il crollo dell’intrattenimento obbligatorio globale? –
– …è stata dura Lizandro amico mio, maestro, vedere la gente impazzita affamata nuda isterica rabbiosa camminare all’alba fra crepe che correvano lungo muri dagli angoli smozzicati, finestre, occhi morti, dai vetri rotti, teli di plastica che gridavano sbattuti incessantemente dal vento. Volti tutte rughe terrorizzati ustionati, piedi che camminavano, scarpe rotte conducendo pezzi di famiglie senza meta –
– Non abbiamo preso il potere noi, i creativi? –
– Il potere? Il potere! Il potere Lizandro è un illusione, una chimera, una droga, la droga che ci fa schiavi, il vampiro che ci risucchia nella guerra nel conflitto… e dopo il susseguirsi di governi rivoluzionari sempre più brevi, sempre più ridicoli, e successive ondate di rivolte e sangue, Lizandro tanto sangue, sangue grondando dai muri dalle piazze dai parchi dagli occhi, e le armi chimiche, e l’aria irrespirabile satura di grida e di dolore. Ed allora si sono insanguinati pure gli scalini della Scala, ma non per le armi della Guardia Mondiale Preventiva… si era già sciolta la Guardia Mondiale Preventiva, e rivelato che il SUBAD non era altro che il solito vecchio PRISM, l’algoritmo di spionaggio totale, e che essi non avevano scoperto la tecnologia della telepatia e della sonda psichica come affermavano, quando si scoprì il bluff, quando tutti seppero che il re era nudo… è stato un momento Lizandro, un solo momento e non c’era più nulla più nessuno ad impedire alle genti di fuggire di prendere la Scala. Nulla se non loro stessi! Ed allora le genti per sfuggire alla fame ed alle epidemie quando se ne andò la corrente elettrica e tutti i supermercati divennero delle nauseabonde discariche percorse da branchi di topi appestati, le genti si lanciarono sulla Scala. E fu orribile, si calpestavano l’un l’altro ed i gradini della scala celeste divennero vermigli del sangue dei bambini schiacciati dei vecchi calpestati dagli scarponi militari corazzati degli stessi mercenari della Guardia Mondiale, quelli che dovevano prevenire l’accesso indiscriminato alla Scala furono in realtà i primi a lanciarvisi su senza controllo, il ritorno dei barbari Lizandro, solo che stavolta invece di scendere… salirono… –
– Ed allora Yousef, ch’è successo? Come sei arrivato sin qui? –
– In quei pochi terribili giorni se ne andò gran parte della popolazione terrestre, chi morì schiacciato ai piedi della Scala, e chi invece la prese. Ci riuscì, vi salì sopra e non ne abbiamo saputo più niente… –
– E la Scala ti ha portato qui, come a me, Yousef, fratello, amico, mago dell’elettronica… –
– No Lizandro io non presi la Scala. Me ne guardai bene perché io ti avevo sognato Lizandro, ti avevo sognato schiavo, perdonami Lizandro. Avevo sognato la tua ex-moglie che nelle sembianze di una gatta gialla e grassa ti teneva prigioniero, costringendoti a scoparla tutti le notti e tutti i giorni partoriva nidiate di orribili gattini gialli purulenti ed appestosi… Perdonami Lizandro, ma decisi di non seguirti sulla Scala, di non fare la tua fine, specialmente pensando a cosa poteva riservarmi la mia di ex-moglie… –
– Ah ah ah Yousef, sei sempre il solito… –

Ed i due amici e compari passano un tempo infinito ridendo al rivivere le loro storie ed i loro amori e dolori ed ora, ora che tutto sembra così lontano così insignificante di fronte alla magnificenza di Arboréa, all’immensità della missione cosmica dei suoi alberi giganti, ed il mistero dei misteri di Centronix, ora… i gran drammi delle loro vite son tutte barzellette, e pare che più intenso fu il dramma, più intensa la disperazione, il temere per il proprio ombelico e più divertenti sono le risate. E si sganasciano i due per ore, e si sganascia pure Massimo che ora ha recuperato anche la facoltà di ridere e ride alla romana e rida alla spagnola, ed è proprio sguaiato ed il suo sghignazzare antico è contagioso ed infine ridono senza più doversi raccontare nulla, fino a che, ubriachi di risa, cadono addormentati.

IX

Ed è la prima volta che Massimo dorme, la prima volta dal giorno della sua morte, ucciso a tradimento sull’arena di Roma. Ed è la prima volta che dorme Massimo, ubriaco di risa, ed è la prima volta che sogna… E si sogna col corpo azzurro Massimo, sul ponte della caravella del capitan Omno che solca i flutti che già non son più verdi ma neri, oscuri come l’idea stessa del peccato, ed Omno che gli dice: – Finalmente Massimo, finalmente…. –
E quando Lizandro si sveglia lancia un urlo che desta i suoi compagni – Ma sei diventato blu!!! –
E Massimo si vede blu e ride, perché sa, sa che lo aspetta il mare.

– Anch’io divenni blu all’arrivare qui Lizandro, Yousef continua ora il suo racconto nella dorata luce dell’alba centronica filtrata dal verde delle fronde degli enormi alberi-tempio, Eravamo rimasti in pochi sulla Terra, in pochi rispetto a prima almeno, e vagavamo intorno al Lago, così come fantasmi, come in un mattino dopo una notte di sbornia, la sbornia del sangue. Tutti ne fummo ubriacati, anche chi, come me, non partecipò alla strage, in prima persona, ma quando il sangue è dappertutto i suoi effluvi ubriacano anche gli innocenti, se mai sono esistiti, gli innocenti. E la gente cominciò a sparire, risucchiata dalla terra, letteralmente. Un momento erano lì davanti a te, ed il momento dopo, giù. E venne il mio giorno, e fui risucchiato e l’ultima cosa che ricordo fu il sole che tramontava dietro il vulcano e poi anche i miei occhi erano sotto terra. E mi ritrovai qui, il corpo blu, e non so più nulla della Terra, cos’è successo dopo, poiché non fui certo l’ultimo, ricordo la gente che mi guardava stupefatta mentre la terra mi risucchiava… E non finii sotto terra ma su quest’albero. E da allora son qui, sono uno dei giardinieri di Arboréa… quando qualcosa va male, quando qualcuno dei pellegrini non passa oltre la Cerimonia, quando non vola via sul seme volante, e rimane lì solo e sconsolato, arriviamo noi giardinieri, ed il mio compito è di abbracciarlo, rifocillarlo, farci quattro risate e dirgli – che culo, sei ancora qui – e lo riaccompagno giù dai fiori guardiani, e l’ultima cosa che so è che i fiori lo avvolgono di profumi e dan lui da bere un nettare dall’aroma divino. Ed io torno su, e questa è la mia vita qui Lizandro, pare semplice forse ma ti giuro che è uno spasso… –
– Congratulazioni Yousef, quando uno è un tecnico è un tecnico, in ogni dove, anche qui! Giardiniere ad Arboréa! Wow, che onore tenere un amico come te!!!
– Ma… e io? Perché solo io sono ancora così, tu sei blu, e giardiniere, Massimo è blu, e marinaio, ed io? Io che? –
– Ah ah ah Lizandro, tu sei qui per la Cerimonia… questo è il vero compito di Arboréa, portare le genti alla Cerimonia… –

X

Ed è seduto ora intorno all’Albero Lizandro formando un Cerchio con persone di tutti i tipi di tutte le specie più incredibili di questa Galassia.
E davanti ai suoi occhi scende una delle foglie magiche di Arboréa, che misteriosamente è un quadro, un quadro animato sul quale vede dipinta tutta la sua vita, ed anche altre vite, le sue innumerevoli vite sulla Terra ed altrove, e quell’attimo è un tempo immenso incommensurabile mentre passano gli eoni e le vite e le morti e ride Lizandro ride finché la foglia si trasforma in fuoco.
Un Fuoco grande come l’universo intero, un fuoco che è il centro della Galassia. E dal Fuoco nasce il Vento.
E quel vento soave, mite e penetrante, lo porta via a cavallo di un seme volante e saluta i suoi amici Lizandro, e Massimo e Yousef agitano le loro mani azzurre a salutarlo ed i loro occhi brillano, brillano sprizzando orgoglio al vedere che il loro amico e compagno di tante avventure vola via. Ce l’ha fatta!
Ma non è lì Lizandro non è a cavallo del seme volante, Lizandro vede la scena dall’alto, dall’alto della Scala.

…segue…

[Rodolfo de Matteis]

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BLACK RAINBOW Libro Blu cap. 3-6

i capitoli che ho appena scritto oggi del mio romanzo di fantascienza:  “BLACK RAINBOW”, tutt’ora in corso d’opera di cui puoi leggere l’inizio su http://www.teatromagico.us/Textos/BlackRainbow Da segnalare che sta per uscirne in Messico la prima parte in forma di comix, con disegni dell’ottimo Astronauta Novgord, sulla nuova rivista “KRANK” fondata e diretta dal grande Jorge Tamatz Juanes, ma ecco i nuovi capitoli:

III

E lo prende per mano quel Lizandro blu al Lizandro multicolore, quello che si sente se stesso, quello che è appena arrivato colla Scala. Cazzo! pensa Lizandro la Scala, l’incredibile Scala fra i mondi, già mi sembra quasi normale, un che di conosciuto, di possibile… mentre questo qui questo me stesso blu che è sceso dal cielo come una cometa, questo è proprio l’assurdo! Perché non tremo di paura? Perché non scappo?

– Ah ah ah Lizandro non scappi perché ti viene da ridere a trovarci l’uno di fronte all’altro! Fra tutti gli esseri che compongono tutti gli universi chi dovevamo incontrare adesso? Proprio quello, quell’unico da cui scappi ogni notte in sogno, quell’unico che non vuoi mai incontrare, quell’unico di cui neghi l’esistenza: un altro te stesso! Puoi creare mostri, gatti vulcaniani, la Scala, mondi trappola, rettliani arrapati, mondi virtuali, lune piene, morti ambulanti e viventi zombizzati… ma tu proprio tu quello che non puoi, né vuoi creare: sei tu, ma sì puoi, tutto si può, un altro te stesso, ma non riuscivi a pensare che fosse possibile… Quello là, te stesso, quello non l’hai creato tu, o sì? Ma sei davvero uno o sei tanti? Sono l’unico, sono il mondo sono l’universo, sono quello, sono tutto, e ciò che accade è solo necessità, pura e splendente come una gemma nella sua unicità dalle mille facce che però hanno le facce di tutti di tutti gli altri esseri umani piante alieni pesci spiriti.

Ed allora un pensiero un solo pensiero di identità di convenienza di “ego” di separazione ed ecco che sono solo una parte e non ci capisco più un cazzo e sono uno de miliardi di spermatozoi che schizzano fuori dall’enorme verga cosmica che senza pietà ce lo mette in culo e via a creare altri universi altri mondi per esserne il dio il dio crudele il dio degli eserciti implacabile, e la guerra cosmica continua attraverso il tempo lo spazio e sai bene che i nemici ci devono essere perché sennò che palle sennò sei solo di nuovo, nella nuova inspirazione ed ancora l’universo si ritira in te ed i mille soli sono nel tuo cuore ed è l’implosione il big crunch il gusto di dire io c’ero… ma se c’ero ci sarò sempre ed allora ci sono io il creatore di pace e ci sei tu e siamo la stessa persona e ci possiamo guardare in faccia e non è un sogno, è vero e possiamo toccarci – e il Lizandro blu tende la mano al Lizandro illustrato all’arlecchino e gliela stringe – e non scoppia tutto non si annulla l’universo solo perché siamo qui su Centronix, tanto vicini al centro alla sorgente delle stelle. In qualsiasi altro punto della Galassia il nostro incontro causerebbe un’esplosione cosmica ed annullerebbe quest’universo tutto. La fine. Qui invece è solo un inizio uno degli inizi possibili, qui la deflagrazione avviene solo dentro nella coscienza e quello che scoppia sono tutti quegli stronzi che ti portavi dietro Lizandro multicolor, l’uomo illustrato l’uomo collage di tutti quelli che incontra in cui si muta si trasforma, quello che dev’essere accettato dall’ambiente dagli altri quello mimetizzato quello che si nasconde… bum! Tu bomba incalzatrice della storia, tu bomba desiderio di distruggere il mondo intero, di mandarlo affanculo, di dire le jeux sont fait, rien ne va plus, e bum. Tutto sbagliato tutto da rifare. Bum. Il mondo non l’ha fatto Dio, dio voleva solo lo spirito, questa carne sofferente che marcisce ogni giorno è opera del demonio! E allora bum. Vaffanculo al mondo intero. Ah ah ah Lizandro, creavi mondi virtuali o volevi semplicemente distruggere il tuo di mondo, ah ah ah Lizandro erano davvero virtuali i mondi che creavi, era davvero virtuale il tuo esserne il dio il creatore, il dito teso sopra il tasto CANC? Ed ora invece sei qui e quelli che si annichilano sono gli altri e tu resti, qui solo con me, che sei tu… come ti senti Lizandro? –

– Bene, finalmente sto bene, non ho questo dovere questa necessità di capire, sinceramente non me ne frega niente –

E si rilassa Lizandro e già non è più intermittente, già non è più l’uomo illustrato, già non è più un collage, e di nuovo la sua pelle ha il colore della carne, della carne umana, e si guarda Lizandro e non gli fanno più male gli occhi, ma l’altro se stesso è ancora blu ed alza gli occhi al cielo Lizandro e vede un cielo senza stelle di un nero splendente e vibrante che davvero contiene tutti i colori tutte le possibilità ma che nero resta e brilla senza abbagliare e nel nero di colpo viaggia una stella blu ed è l’altro Lizandro, quello blu, che ora che è lontano e viaggia a cometa veloce nel cielo senz’altre stelle, ora è davvero se stesso, mentre quando era lì davanti a lui ed aveva la sua faccia e le sue fattezze era un altro che gli parlava e che poteva toccare, era l’altro insomma, ora che vola lì nel cielo sconosciuto del centro della galassia ora che si va tuffando nel buco nero avvicinandosigli in lente spirali a velocità altissime, ora ch’è così lontano ora è lui è se stesso e davvero lo sente come se stesso Lizandro e sa che non era un illusione che non era un travestimento quello che aveva davanti che era davvero lui perché ora che vola è lui davvero che va lì a tuffarsi nel mistero nel buco nero, nella sorgente delle stelle.

IV

E lì di fronte c’è di nuovo Massimo, il suo vecchio amico Massimo il Gladiatore, il compagno di mille avventure, che ride e ride a squarciagola – che succede Massimo perché ridi? – gli dice Lizandro ma non può trattenersi dal ridere anche lui, lì alla fine del mondo.

– L’ho visto, Lizandro, ho visto l’Ade, l’Ade in cui stavo, era solo una mezza bolla, una cupola di cristallo che vola in questo cielo senza stelle, senza stelle come lo era il cielo dell’Ade, ma non è certo lo stesso perché l’Ade da cui volevo tanto evadere se ne vola lontano nel cielo e in lente larghissime spirali si va tuffando veloce lì nel vortice al centro della Galassia, quel buco nero che ingoia tutto, e siamo troppo vicini per vederlo ma è da lì che nascono le stelle, che nasce tutto quest’universo. Sono vivo Lizandro, qui sono vivo! – e si gira a guardarlo Massimo ed i suoi occhi non sono più  un muro di bianco, ora le sue pupille sono blu cobalto quasi nere, profondissime, scure nere e nel fondo del nero brilla la stella blu cobalto della sua coscienza – Ma forse non dovrei dire che sono vivo, non so che dirti come spiegartelo Lizandro ma la Morte in cui credevo non esiste, l’Ade era un giochino della mia mente un mondo virtuale, quando sono morto, quando Commodo mi ha ucciso a tradimento, io ho pensato di andare nell’Ade, era ciò che mi aspettavo, non sono un vigliacco Lizandro, non sono di quelli che tanta paura hanno della morte da continuare a vagare sulla Terra come fantasmi a girare intorno ai loro cari a stare dentro un muro dentro una lamiera ondulata nel giardino di fattucchieri da quattro soldi che tengono prigionieri i fantasmi per vivacchiare loro… no Lizandro io non ebbi paura di morire guardai in faccia la mia morte, vado nell’Ade dissi e nell’Ade vissi, occhi bianchi niente sesso niente cibo niente respiro senza tempo ma tutto il resto continuava uguale, era l’Ade in cui mi avevano insegnato a credere da piccolo nella mia Spagna romana… E non c’era Lizandro, lo inventavo io e quelli come me, e c’era eccome quando ci stavamo dentro alla nostra prigione, e poi venne la Scala, e se c’è un dio in questo mondo è quello che ci ha dato la Scala… che alla fine mi ha portato qui e l’Ade non è che un altro granello di pulviscolo cosmico che cade che vola solo e lontano nel vuoto.

V

E tornano i due uomini blu che li avevano accolti sul pianeta Centronix, non i loro alter-ego ma due altri centronici qualsiasi che dicono loro – qui abbiamo anche il mare, volete venirci ? –

E lì davanti spumeggiano le onde verdi e fluorescenti e brillano gli spruzzi quando s’infrangono e mille goccioline schizzano ed ognuna è bianca e brillante rifrangendo la luce alta lassù nel cielo la luce della sorgente delle stelle, luce che non illumina l’oscurità luce che ti fa vedere tutto anche se è buio, luce dei miei occhi pensa Lizandro, mentre timoroso mette un piede sulla lancia che si è avvicinata alla riva e che li porta sulla caravella che è arrivata dall’altomare e che ondeggia lì davanti scricchiolando il legno, sventolando le sue bandiere, a punta le tette della sua polena.

E si issano le vele e viaggiano per mare, il capitano della nave è un simpatico uomo blu, e la sua barba blu ondeggia nel vento ed i suoi occhi blu sprizzano voglia di esplorare di divertirsi di osservare ancora ed ancora l’orizzonte infinito.

– Gli scogli Neoliberiani!!! – grida la vedetta blu dall’alto dell’albero maestro ed il capitan Omno dice ai due passeggeri terrestri, non ci sono tappi per le orecchie che possano impedire al canto delle sirene di essere udito dai marinai e così ipnotizzarli, l’unica cosa che potete fare è di legarvi, non tutti insieme, ma ognuno per conto suo, usando questi steli di rosa a mo’ di corda e così il pungere delle spine vi mantiene sani di mente.

Si fanno legare Lizandro e Massimo dai marinai, e poi i marinai si fanno legare, e l’ultimo viene legato dal capitano, che e il solo a restare slegato e Lizandro gli chiede – e tu non ti leghi? Non temi il richiamo delle sirene? –

– Ah ah ah sono sirene, bellissime donne, con quella bella fichetta stretta che devono avere in quanto non hanno cosce che possono allargare ma code di pesce che te lo tengono stretto e wow! Ma sono solo sirene che vivono prigioniere in quegli scogli a cui devono attirare gl’ignari consumatori affinché ivi vengano sbranati dal debito… pensa che la loro regina Cristina Laguardia avrebbe fatto qualsiasi cosa per ingraziarsi il re di Francia, che teoricamente doveva essere una sua vittima, pur di vivere un giorno in libertà… ma restò prigioniera del suo stesso scoglio… e vorrebbe attirare me ora? ma io sono Omno, il Terrore dei Sette Mari, il Vento della Libertà! che possono contro di me? –

– Questo prodotto lava più bianco, questo invece pulisce da sé, se non vuoi farti la faccia a fette tu devi usare queste lamette –

…ed il coro delle sirene fa il contrappunto a quello della regina che, per bella che sia, oramai oltre alla coda sta tramutando anche il suo bel volto in pisciforme:

– Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  –

… e la solista regina Laguardia:

– Meno male che tutto va bene meno male meno male, meno male che niente va male meno male meno ma’

– Non ho capito che cosa cercava quel pensionato che si lamentava, se vuoi che sul viso la gioia ritorni eccoti la crema di tutti i giorni –

– Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  –

– Meno male che tutto va bene meno male meno male, meno male che niente va male meno male meno ma’

– Se tu vuoi crescere forte e robusto eccoti subito il cibo più giusto –

– Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  –

– Meno male che tutto va bene meno male meno male, meno male che niente va male meno male meno ma’

– Non son sicura che hanno acchiappato quelli che in banca avevan rubato, ma se in famiglia il calor vuoi trovare ecco la stufa che devi comprare…

– Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  –

– Meno male che tutto va bene meno male meno male, meno male che niente va male meno male meno ma’ – [1]

VI

Il dolore che mi davano le punture delle spine di rosa ogni qualvolta mi dimenavo per liberarmi e correre a comprare lo shampo che sembra panna e sembra neve ed è proprio come la mamma, mi ha decisamente salvato dalla follia e quel pungermi mi riportava alla realtà ed ora, quando gli scogli sono superati ed il canto si affievolisce in lontananza chiedo al capitano Omno di liberarmi, ma lui sghignazzando mi dice che quelle della regina Laguardia erano solo le prime di scogliere…

– Il richiamo delle sirene era solo per i più gonzi… ci sono sempre quelli che riescono a sfuggire dagli scogli prima di essere completamente divorati dal debito e che si rimettono in mare, ma devono ancora affrontare le scogliere dei tritoni e del loro re Guru. Eccole che si avvicinano! –

Lizandro guarda avanti ed è frastornato dalla bellezza di questi scogli, riflessi multicolori brillano dalle rocce che sembrano fatte di metalli preziosi incastonate di gemme, piene come sono di simboli sacri, geometrie segrete, percorsi labirintici verso la trasmutazione, cosparse le rocce di carte astrali, carte dei tarocchi, incensiere fumanti, campane, rinunce, promesse cabalistiche, mondi migliori.

E cantano ora i tritoni:

– Ancora solo ma dove vuoi andare Lizandro? Hai visto le sirene? Ce ne sono ad ogni angolo, non sono mica finite lì… come pensi di resistere da solo? –

– la jungla ti attende più avanti, ah ah all’evoluzione pensi Lizandro, ah ah un mondo fatto di zanne e artigli grondanti sangue…  non più solo sirene ma Scilla e Cariddi, mostri ibridi deformi, le tue paure fatte realtà, attaccato alla roccia colle arpie che ti divoreranno il fegato che sempre ricrescerà … –

– ma come pensi di salvarti Lizandro? Senza una guida senza un dio senza un guru?

– insieme siamo più forti, entra nella post-umanità Lizandro l’uomo è un esperimento fallito e destinato a scomparire, unisciti a noi nell’organismo collettivo e superumano, il futuro sotto la guida del Guru, lui sa, lui vede, lui ti ama –

La risata di Omno che capelli azzurri al vento, se la ride della lunga barba bianca del re Guru, mi fa sentire che tutti gli altri marinai stanno declamando un coro che sembra una manifestazione politica più che una preghiera: – SCIAME NO! SCIAME NO! SCIAME NO! –

E mi unisco al grido nostro di potere che copre oramai il canto dei tritoni e mi si fondono le parole fra le labbra e sto lì a dire: – Sciameno, sciameno sciamæno sciamæno sciamano sciamano… –

Ed a queste parole Omno agitando la sua bandiera collo smily al vento come fosse una spada grida – attento Guru, stai attentooo! –

Ma non è una minaccia, come pensava il re Guru che già rispondeva cantando soavemente: – attenti voi della nave dei folli, quel capitan Omno vi porterà al dis…. – bensì era un avvertimento quello del nostro capitano, ed ora le parole gli muoiono in gola al povero re Guru poiché, appena passati noi indenni, gli altri tritoni lo hanno attaccato e pugnalato alle spalle proprio lì sopra al cuore e muore il caro vecchio Guru dicendo: – Tu quoque fili mignottæ… – ma nessuno lo ascolta più che i tritoni già si sbranano l’un l’altro…


[1] Ugolino, uno dei padri fondatori del rock demenziale, in anticipo sui tempi, nella sua canzone Meno Male del 1969

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HOLI esp

Hoy en India es HOLI, la Fiesta de los Colores, casi un Carnaval, Fiesta de Primavera, Semana Santa. Las clases sociales parecen desvanecerse, solo por hoy, y un pobre puede manchar el vestido de un rico sin ser madreado y encarcelado. Vi muchas fiestas de Holi en mis años en la India, pero nada que ver con este: en el fin de los años ’80 del siglo pasado partí de Goa para Indore, la mas grande ciudad del estado de Madhya Pradesh, la Tierra de Medio, el corazón de la India, atravesada por el Narmada, el rio sagrado del país en una antiguísima era.

Me habían dicho que en Indore todavía había posibilidad que te dieran una extensión de la visa, que según las nuevas leyes de la Unión Indiana era de un máximo de seis meses, después de los cuales tenia que salir a huevo, y esperar un mes para pedir un nuevo permiso, si te lo daban. Pero si tenias un sello de alguna Oficina Estatal de Migra… seguro que era bueno! Seguro mejor que los sellos falsos hechos a mano que usábamos entonces, a tener un pasaporte… yo había estado muchos años sin papeles y después con pasaporte encontrados o que me regalaban, pero ahora que tenía un nuevo flameante pasaporte italiano quería arriesgar la vía legal, y así partí, llevando también el pasaporte de Anita, mi esposa.

Después de un larguísimo viaje, 24 horas en el mítico barco Goa-Bombay (ahora ya Mumbay) rolas por la ciudad, y por fin abordar el Avantika Express que en poquito más de 14 horas, mas retrasos, me lleva a Indore, estoy ya en mi destino y, no recuerdo como vagando entre cantinas y chai shops,  me encuentro en la casa de una simpática familia que me consigue 200 gramos de opio. Lo compraba, aprovechando de encontrarme en unas de la mejores áreas mundiales de producción, solo por algunas emergencias, ya eran años que no lo comía prefiriendo inyectarme heroína. Bytheway era buenísimo. Así por la mañana me como una super bola y salgo a la calle para ir a la migra.

Apenas afuera una explosión de colores: ¡¡¡es HOLI!!!

Dejo pronto de un lado la idea de tomar algún taxi por anillos periféricos y escojo de atravesar todo el centro a pie, para gozar de la fiesta.

La escena es increíble, nunca vi antes algo así, parecía el infierno de Dante si no fuera por la felicidad derramando a contagiarlo todo, mucha muchísima gente tirándose colores unx encima del otrx, la ciudad es la paleta de un pintor loco.

De pronto alguien me tira polvo rojo, pues verde, pues amarillo, caras que ríen.

La turbia es todo, cuerpos amontonados, pero no hay violencia, no es como en un concierto de ska, nadie empuja, nadie ejerce la fuerza de ninguna manera, solo tirarse colores, no hay trafico, seria imposible pasar…

Pero de repente entre la gente se ve llegar un elefante, montado por dos chavos multicolor que tiran cubetadas de color liquido hacía los primeros pisos de la casas donde los más ricos disfrutaban del espectáculo sin mancharse, ya no ¡los colores llegan hasta las azoteas!

Llego al Inmigration Office por la tardecita, entro pintado desde los pies a la cabeza como un arlequín, los polis se la ríen y en corto me sellan los pasaportes regalándome un año más de visa.

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HOLI

Oggi in India è HOLI, la festa dei colori, una specie di Carnevale, Festa di Primavera, Pasqua. Le classi sociali sembrano abolirsi e un povero può imbrattare il vestito di un ricco senza finire bastonato e in galera. Ne avevo visti vari di Holi durante i miei anni in India, ma sul finire degli anni ’80 del secolo scorso partii da Goa per Indore, la città più importante dello stato del Madhya Pradesh, ovvero la Terra di Mezzo, il cuore dell’India, attraversato dal Narmada, il fiume sacro del paese in un’era antichissima.

Mi avevano detto che a Indore c’era ancora la possibilità che ti dessero un’estensione del permesso di soggiorno, il quale secondo le nuove norme dell’Unione Indiana era limitato ad un massimo di 6 mesi, trascorsi i quali dovevi uscire ed aspettare minimo un mese per richiedere un altro visto. Ma di sicuro se avevi un timbro di un Ufficio Statale d’Immigrazione esso era valido! Sempre meglio che i timbri contraffatti a mano con i quali si andava in giro allora, prima dei computer: chi ce lo aveva il passaporto… Io ero stato tanti anni senza alcun documento, e poi con passaporti trovati o regalati, ma ora che avevo una figlia ed un nuovo passaporto italiano preferii tentare la sorte nel cammino della legalità, e così partii da Goa, armato pure del passaporto di Anita mia moglie.

Dopo un lunghissimo viaggio, 24 ore sul mitico battello Goa-Bombay (oggi Mumbay) sbattimento in città, ed infine sull’Avantika Express che in poco più di 14 ore mi porta ad Indore, sono a destinazione e non ricordo come vagabondando fra cantine o chai-shop mi trovo di notte in casa di una simpatica famiglia ove mi procurano ben 200 grammi di ottimo oppio. Lo compravo, approfittando di trovarmi in una delle migliori zone di produzione, solo per le emergenze in quanto erano già anni ed anni che non ne mangiavo più e preferivo farmi di eroina. Comunque era buonissimo. Così alla mattina successiva ne mangio una bella palla ed esco per recarmi all’Immigration Office.

Appena in istrada l’esplosione dei colori è inequivocabile, è HOLI!

Rinuncio subito all’idea di prendere un taxi per alcuna circonvallazione e decido di farmela a piedi attraversando tutto il centro e godendomi la festa.

La scena è incredibile, mai ne avevo vista una così, sembrerebbe un girone dell’inferno se non fosse per la gioia contagiosa che dilaga ovunque, tanta tantissima gente ammassata a tirarsi colori l’un l’altro, la città è la tavolozza di un pittore folle.

Subito qualcuno mi lancia addosso una manciata di polvere rossa, e poi verde e poi gialla, volti che mi ridono felici.

La ressa è totale, i corpi ammassati attaccati, ma non c’è violenza, nessuno spinge nessuno fa forza in alcun modo ma sono tutti lì solo per tirarsi i colori addosso, la città è un delirio, non c’è traffico, sarebbe impossibile per qualsiasi mezzo passare…

ma ad un punto incredibilmente fra la folla si fa strada un elefante montato da due ragazzi policromi che lanciano grandi secchiate di colore liquido contro le finestre ed i balconi delle case, ove i più ricchi si godevano la scena al sicuro dell’altezza, ma non più, macchiati anche loro, anche i muri, come tutto il resto.

Arrivo all’Immigration Office che oramai è pomeriggio, ed entro avventurosamente tinto come un arlecchino dalla testa ai piedi, gli ufficiali ridono e seduta stante mi timbrano i passaporti regalandomi un intero anno di permesso.

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The Wall

Gods Angels Demons Fuck Off

Yes thanks you saved my life so many times

As I was asking for, petty survivor at any cost

Meanwhile around me Death was raging

Life and I were killing blaming ravaging destroying

And now what?

In the beautiful land of flowers of wonders of gentle birds

Curled up cursed down cured again and again

I cry you out of my space

Oh caretakers, for all I care, I can’t care less

*

Jealous of my grief, not wanting to release my sadness

The only thing left here for me, working for me

Caressing my lone lonely heart

Pouring honey in this so hard a world

The real holy reason for my laziness

Able to remove any “I should do”

– Anyway it is not right to be happy in this world

If you want to be normal you have to suffer

And to forget it through addiction of any sort –

So it’s been taught and shown to me

And so I believe, deep down where the beliefs are roots

And from those roots it flourishes the red tree

Bark of blood, mangling leaves, shrapnel flowers exploding

Anger, holy fury, fuelling myself into life into the action

Oh rush of rage jet propelled engine of my resurrection

Love and intolerance curled one around the other

Building up the vampire DNA of power on, again.

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ASCO

Asco, presión, gorgoteo volcánico en el estomago en le garganta
Liofilizado de carne humana, concentrado de mal de ojo
Ecos de palabras rabiosas de gestos. Vómito.
Vomitando veleidades de dominio cansancio existencial
Vampirizandose otra y otra vez
Masturbandose a cuatro manos
¡Mono! ¡Cobra de Shiva que ahorca!
¡Mujer! mujer madre mujer hija mujer esposa
Esposas de alianzas de oro eslabones de una cadena que cruje
Que cruje entre porros copas inyecciones ansiedad derramando
Carrera jadeante y perezosa del levantarse angustiante al ocaso
Templo: la noche suave protección de la oscuridad
Relojes parados respiro suspendido solo queda la vejiga
A medir horas de-programadas y sinceras.
Y otra vez la mujer en el sueño, puta abismal y perenne.

Más arriba el color del manantial de las estrellas
El olor libre del cosmos
El soplo

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Nausea

Nausea, pressione, gorgoglìo vulcanico nello stomaco nella gola
Liofilizzato di carne umana, concentrato di malocchio
Echi di parole rabbiose di gesti. Vomito.
Vomitando velleità di dominio di controllo stretto
Attraverso routine sessuale stanchezza esistenziale
E ancora e ancora vampirizzandosi
Masturbandosi a quattro mani
Scimmia! Cobra di Shiva che strozza!
Donna! donna madre, donna figlia, donna sposa
Manette di fedi d’oro anelli di una catena che cigola.
Che cigola fra canne tazze pere ansietà diffusa
Corsa affannosa e pigra dall’alzarsi angosciante al tramonto
Tempio: la notte soffice protezione dell’oscurità
Orologi fermi respiro sospeso solo resta la vescica
A scandire ore deprogrammate e sincere.
E di nuovo la donna nel sogno, troia abissale e perenne.

Più su il colore della sorgente delle stelle
L’odore libero del cosmo
Il soffio.

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3º Mese

Ahi! come saresti stato carino oggi a tre mesi
fra le braccia della tua forte mamma
con un cappellino buffo in testa, Michel.
Calde le lacrime che piango in quest’alba fredda
come ogni giorno, da quella terribile notte
quando col dolore e la follia ci hai dato la forza.
La forza con cui proprio ieri tua madre
non ha mollato camera e cellulare
a chi gli puntava la pistola alla tempia.
La forza che ci ha permesso di richiedere
il divieto di esercitare, ora imposto dall’autorità
alla “levatrice”: non ne ammazzerà più.
La forza mia di accogliere coscientemente infine
gli spiriti guida, ascoltandoli con calma e stupore
e gioia e affetto e senza più paura.
La forza che ci farà accettare la Morte quando verrà
abbandonandoci con fiducia al suo dolce abbraccio
sereni e felici di poterti incontrare ancora, Michel.
¡Ay! Como habría sido lindito hoy a los tres meses
entre los brazos de tu fuerte mamá
con un gorrito chistoso en la cabeza, Michel.
Cálidas las lagrimas que lloro en esta fría madrugada
como cada día, desde aquella noche terrible
cuando con el dolor y la locura nos diste la fuerza.
La fuerza con la cual justo ayer tu madre
no soltó cámara y celular
a quien le apuntaba la pistola en la frente.
La fuerza que nos permitió pedir
la prohibición de ejercer, ahora impuesta por la autoridad
a la “partera”: no matará no más.
La fuerza mía de acoger conscientemente por fin
l@s espíritus guías, escuchándoles con calma y asombro
y dicha y afecto y sin más miedo.
La fuerza que nos hará aceptar la Muerte cuando vendrá
abandonándonos con confianza a su dulce abrazo
serenos y felices de poderte encontrar aún, Michel.
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It’s Not My Problem

Hasta un palillo para limpiar orejas tirado en el piso

o un lo que sea de platillo a cocinar, hasta una manzana

Todo está hechizado por su presencia.

Cada esquina un fantasma acechando al transeúnte

ahí clavado desde sus acontecimientos y para siempre

Mendigos fantasmas a manos tendidas reclamando vida.

Dura la rebeldía a la dictadura de los objetos de los lugares

que detentan el loop continuo el replay imperante

Solo el niño pasa suelto, riéndose.

Rodolfo de Matteis, Tenochtitlan, a 15 de diciembre de 2012
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LA FOSA – 2º capítulo

enlace al 1er capítulo -> http://www.teatromagico.us/Blog/?p=1243

El sol sigue implacable e inclemente alto en el cielo mientras que yo sigo excavando. Los pandilleros que me miran aburridos se dan un toque tras el otro, yo una palada tras la otra. El trabajo y el tanto sudar parecen aliviar mi cruda, o será que a estas alturas la precedentemente terrible cruda ya no es un problema ¿como podía ser tanto importante antes? ¿Que son la cruda, el mal de cabeza, el estomago retorcido y todo por el estilo, en frente a la Vida y la Muerte?

A un punto uno, el menos feo de los tres, extiende su brazo con un churro enorme en la mano hacía mi: ¿quieres wuey? Yo veo mi propio brazo extenderse, siento una ola de calor subir del corazón hacia la cabeza mientras que justo cuando estoy por decirle gracias la enormidad de la palabra explota ¿agradecerles a estos desgraciados que me quieren matar? ¡ni modo! Y es solo por esto despertarse de mi orgullo que empiezo a pensar ¿fumar ahora, volverme pacheco y torpe? ¿y si va a haber chance de escapar o de salvarme quien sabe como? No no no, no puedo arriesgarme de perder lo poco de energía de dignidad de rabia de lucidez que se me queda, no puedo arriesgar de no ser capaz de agarrarla si acaso viene la ocasión única de salvación así por wuey… ¡no esta vez no! y sí que quiero salvarme: espero algo, algún milagro, una llamada que le dé la contra-orden, o quien sabe que… Me parece de estar loco a pensar ancora de salvarme aquí adentro de mi tumba ya medio lista con tres armas automáticas apuntándome, me siento loco como nunca antes en mi vida, a mi que me decían el loco cuando iba a las ocho de la mañana a comprar más coca en los barrios más podridos de las ciudades más hermosas del país… ahora no, loco no quiero estar, menos pa’morir… ya parece que se vaya a acabar el día, y yo con él. No quiero morir pacheco, no quiero morir pendejo feliz, no, no sé que voy a encontrar del otro lado, el verdadero otro lado, del cual nunca regresó nadie, nadie que se conozca… a lo mejor no hay nada… pero parece demasiado fácil, perderse en la nada desaparecer sin memoria sin visión sin consciencia, no la veo tan fácil, siempre tuvimos que batallar en la Vida, a lo mejor hay que batallar hasta atrás de la Muerte…

¿quieres o no fumar wuey?

¡NO! oigo mi voz decir que NO, por fin después de una vida de síes.

Y agrego rápido y furioso: ¡Y váyanse a la chingada!

Su respuesta es una carcajada, una carcajada fea vulgar corrupta, mientras que el otro dice: ¡a la chingada vas a ir tú abuelito cabrón, jajaja, excava pues más rápido que ya me aburrí! El tercero, el Gato Montés, nunca habla.

Y empiezo a llorar, lagrimas saladas que saben a mi hija, a mi esposa, a todo lo mal que les hice, a cuanto las pegué, a cuando les rompí la madre, a cuando las insulté gritando como loco, a cuando derrumbaba las puertas de los cuartos donde se refugiaban llenas de miedo, y yo a entrar loco de veras p’hacerles pagar el desafío a mi autoridad ¡Yo soy el jefe el patrón aquí y porten respeto! gritaba como loco con los ojos pa’fuera las venas de la garganta tan hinchadas como tuberías de cloaca  mientras que a putazos hacía pedazos del estéreo que había regalado a mi hija… solo porque lo había prendido pa’no escuchar mi locura, pa’no tener que acordarse toda la vida de las maldades que iba pronunciándole…

¡Ay las lagrimas no me alivian! NO no quiero que me alivien no quiero que la mota me alivie no quiero que nadie ni nada me alivien quiero morir con mi dolor con todas mi culpas… y excavo más rápido ya, ya no quiero vivir, no más, y con cada palada de tierra dura y reseca que saco de la fosa me sepulto sepulto mi alma mi corazón mis culpas mi locura; y ahora que por fin no estoy loco… voy a estar en esta locación… pa’siempre. Aquí en esto ojo del culo del mundo, esta fosa desconocida y perdida en la nada donde nadie nunca podrá venir a llevarme flores a llorar o a festejar conmigo el Día de Muertos…

Y ahí están conmigo le Petit Serge, sobredosis en un hotel de mala muerte de Nueva Delhi, y Gerome, sobredosis en una cabina de teléfono publico en Europa… muertos sin que nadie los lloró, quemado uno y sepultado el otro probablemente por parte del gobierno, sin flores… quien sabe si nunca lo supieron sus madres si acaso tenían madres todavía… y lloro lloro por ellos por mis amigos, mientras que estos asesinos pendejos ríen diciendo ¡y ahora no te cagues en los pantalones cobarde de un wuey!

No saben que no lloro por mi, me vale de mi, siempre me valió, lloro por mi hija, mi esposa, mis amigos. Y si es que nadie les lloró a mis amigos yo lo hago, y si no tuvieron una sepultura, yo se las voy a dar, y cada palada de tierra que saco es para ellos, para darles una tumba digna por fin. Los amigos se ven en el momento de la bisoña se dice, y aquí estoy por ellos, con ellos.

Y pienso en Mario, en mi amigo Mario, que tenía que morir cada rato y nada ni nadie lo pudo matar, hasta que vino el terremoto y ni el terremoto pudo, no, sobrevivió hasta al terremoto… pero no en su corazón, y unos días después del terremoto se fue así solo pa’no ver su querida ciudad en ruinas y saqueada por políticos y empresarios. Y sepulto a Mario también con mi paladas de tierra que saco del desierto, y de veras no se porque, Mario sí tiene una tumba y hermanas y hermanos, y no se porque le tengo que hacer esta ceremonia fúnebre, no soy un sacerdote yo… pero sí se la hago, por liberarnos…

Y pienso en Gilberto, mi amigo, mi maestro de literatura underground en largas tardes que se volvían noches que se volvían madrugadas con cervezas y cigarros, cuando había, porque no había no había nada en su casa, en la refri solo un bote de nescafé medio vacío, mientras que organizaba festivales de poesía y publicaba artículos en periódicos nacionales y escribía tesis de licenciaturas una tras la otra para semiólogos huevones, y en su casa no había comida, puro nescafé que tomaba frío por falta de gas calentándose con música lsd y cigarros nomás, y pienso que tengo que sepultar a él también… y en este momento oigo su voz, la voz de Gilberto, clara fuerte inconfundible en mi cabeza que me dice fuerte y claro: A mi déjame en paz…

De repente oigo unos gritos afuera de la fosa, ahora es tan profunda que ya es una tumba, mi tumba, una voz nueva, que nunca había oído, miro afuera de mi tumba y es el Gato Montés que grita. Hay una nube oscura rara baja que se va tragando a mis asesinos y un zumbido absurdo que parece el despegar de un avión, el Gato Montés deja su arma en el piso que a nada le sirve ahora en contra de un enjambre de abejas enloquecidas que lo persiguen mientras que corre corre por el desierto cacheteándose la cara y gritando hasta que cae a tierra, pa’siempre. Son menos inteligentes sus compinches que disparan disparan ráfagas inútiles en contra de la nube negra logrando solo que un cuervo caiga muerto por una bala perdida, un cuervo que se ofreció de acompañarlos al otro mundo.

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