cap17

GOA_INDIA 8.0

La mattina alle 6 ci vengono a svegliare tutti insieme almeno un jailor e l’intero nuovo turno di guardie, ci dobbiamo alzare in piedi e metter in fila per due, per esser contati come bestiame. È il regolamento: si spengono le luci e dall’illuminazione artificiale forzata delle ore notturne e si passa alla penombra che regna durante il giorno. Le due finestre sono alte, con tre file di antiche sbarre a distanza di almeno trenta centimetri l’una dall’altra, le mura spesse più di un metro, è poca la luce che entra, visto che la porta, o meglio il cancello, da sull’interno dell’edificio.

Irrompono le guardie gridando: Utó utó (in piedi, sveglia!) e se non ti alzi ti scuotono con gli scarponi o con i manganelli. È l’ultimo momento di vivida luce al neon perché contemporaneamente qualcuno del personale la spegne e si piomba in una situazione surreale di semioscurità: è giorno! Molti dei prigionieri, specialmente gli occidentali o comunque quelli che fumano charas o prendono le pastiglie, si sono talmente abituati che si alzano dormendo, alcuni davvero ad occhi chiusi, altri semichiusi e cisposi, e si mettono in fila per due insieme agli altri per un momento, basta far vedere che ci siamo tutti e siamo vivi, e tornano a buttarsi giù, molti non si sono mai svegliati e non ricorderanno assolutamente nulla, quale jailor è venuto per esempio.

Di solito tornano tutti a dormire tranne io ed un altro con cui non ho mai parlato, e ci si mette entrambi a fare yoga in cima alla sala, vicino all’angoletto ove è il bagno notturno, coperto solo da un pezzo di muro. Di giorno aprono i bagni, una stanza adiacente con dei cessi alla turca dentro i quali ci facciamo pure la doccia, normalmente buttandoci su l’acqua con una lota di plastica, un secchiellino, la stessa che si usa per pulirsi il culo quando si caca, la stessa con la quale estrarre l’acqua da bere dalla tina; ma io riesco a tirare fuori dallo sciacquone di uno dei cessi un tubo di gomma, evidentemente sostituito chissà quando all’originale in metallo, e con quello mi faccio delle vere e proprie docce!

Lo yoga mattutino all’inizio è ansioso, è solo un’escamotage per non impazzire. Io non ci riesco più a dormire dopo che mi svegliano alle sei, seppur mi addormenti molto tardi, dapprima fumando e convivendo cogli altri; poi quando tutti dormono leggo o scrivo, leggo o scrivo molto fino chissà a che ora; eppure la mattina sono super sveglio, col cuore che mi batte forte, vabbe’ pure la notte batte forte, tanto forte che non mi lascia dormire, poi chissà come ad un punto crollo, ma quando mi sveglio sento subito che continua, che non ha mai smesso e continua a battere così forte che sembra mi sfondi il petto. Nella testa avverto una pressione, più che altro psicologica, emozionale, non è dovuta alla pulsazione cardiaca ma ai pensieri alla tristezza alle lacrime represse, cazzo non piango mai! È dovuta ai pensieri pure quelli repressi confinati sottoterra alla disperazione alla follia controllata questa pressione dall’interno verso l’esterno, dal cervello verso il cranio, sempre pericolosamente vicino all’esplosione, ma che non la raggiunge mai. Non faccio risse o discussioni coi detenuti, non litigo mai neppure colle guardie, ho una media di masturbazione di appena una volta al mese, a volte me ne scordo e vengo la notte mentre dormo e per un altro mese circa sto a posto, non sento richiami omosessuali, niente, niente, niente.

Lo yoga mattutino all’inizio è ansioso, lo faccio per forza, colle lacrime che vorrebbero uscire dagli occhi ma non possono, lo faccio per non impazzire, per far passare il tempo, quel tempo enorme fermo dilatato della prigione. Per fortuna il mio corpo ricorda bene il Sadhana, la pratica di yoga quotidiana che ho fatto per anni ed anni, sin da giovanissimo, iniziai a 13 anni da solo, ho anche insegnato yoga in passato; ed allora mi ci metto, e giorno dopo giorno mi calmo, mi calmo sempre di più sino a che quel lasso di tempo fra le sei e le sette e mezzo di mattina quando poi arriva la colazione, spazio che dapprima riempivo a forza con le asana le posizioni yoga, ebbene ora vorrei che non finisse mai, è uno spazio sacro sereno fuori dal tempo fuori dal ritmo del rumore delle (in)attività che scandisce le giornate in galera o del parlare della gente o dei miei pensieri; è il mio spazio, il tempo del silenzio, della quiete mentre pian piano, a seconda delle stagioni che si susseguono, cambia la luce e d’inverno comincio che è scuro e finisco che è giorno; questo momento è il ritmo mio segreto.

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Alle sette e mezza più o meno arriva la colazione, ovvero ci riempiono il bicchiere di tè nero dolcificato con melassa di canna da zucchero e ci danno un chapati, quella specie di piadina che è la base insieme al riso dell’alimentazione umana in India; è un bel chapati che deve pesare duecento grammi, fatto coll’attá, la farina scura integrale di grano, e per tanto è nutriente, ma non tutti si alzano per questa colazione, nessuno degli occidentali. Io sì: amo i chapati da sempre io, a volte sarà l’unico della giornata, in cui a pranzo si vedrà solo riso scotto e dhal, che qui è l’acqua di cottura delle lenticchie ed volte miracolosamente ve ne galleggiano persino un paio dentro. Qualche volta, la domenica o le feste nazionali danno pesce, le stesse aringhe salate che vediamo seccare sui tetti con i ratti ed i corvi che ne fanno liberamente strage mentre la guardia sull’altana dorme o pensa ad altro, e quando ci arriva, così secco senza cuocere, si vedono tali e quali i morsi dei topi. Penso che pure la farina come il riso non siano proprio puliti. Il governo da appena 12 rupie al giorno per il mantenimento di ogni detenuto, ma circa 10 ne vengono rubate lungo tutta la catena gerarchica. I cucinieri sono dei detenuti nullatenenti che svolgono questo lavoro in cambio dell’equivalente di un pacchetto di bidi, i mini mini sigaretti indiani, al giorno; e non ci si può certo mettere a discutere con loro, sono gli unici che quattro volte al giorno fanno il giro delle celle e ci permettono di comunicare cogli altri, addirittura portano messaggi e cose di nascosto da una cella all’altra, io per esempio affiido loro le mie pasticche calmanti, che mi vengono date da un infermiere tre volte al giorno e che non mangio mai, da portare ad Abdul quando è in isolamento, cioè molto spesso.

Un’altra volta al giorno, alle cinque della sera, ci vengono dato il sabjí ovvero vegetali, cipolle patate carote o melanzane, un mestolino appena, però buoni e piccanti, con dell’altro riso o un chapati, se sono avanzati. Gli occidentali, praticamente tutti, non mangiano nulla di quello che passa il carcere e vivono colle sardine in scatola il pane e le marmellate e le banane ed il latte condensato che comprano, degnandosi di mangiare quello che passa il carcere solo quando non hanno proprio soldi. Io no, io mangio la cana indiana, e mi piace pure, la mangio da sempre pure fuori, certo qui non è il prasadam che ho mangiato per anni ed anni nei templi di tutta l’India, cibo consacrato dal valore aggiunto dalla preparazione secondo dettami vedici coll’intenzione d’esser offerto a Dio ed ai suoi devoti; né la gran varietà di succulenti piatti della cucina punjabi, mughlai, tamil o goana che ordinavo nei ristoranti; né quella che cucinavo io per la famiglia, gli amici o per le decine di persone che quotidianamente venivano a cena al Banyan Tree, l’albero sacro, l’albero dell’immortalità grande come una foresta sotto le cui fronde avevamo vissuto per due anni e mezzo su su nella jungla di Arambol e dove una notte feci i chapati a mano da solo per ben 100 persone; né i dolci che preparava Anita tanto buoni che addirittura a volte ci campavamo quando li vendeva la domenica al Flea Market nel bosco su su nel villaggio tibetano dell’Himalaya.

Una delle cose che mi piace di più della dieta carceraria è quando, verso mezzogiorno, si sente gridare ganjí ganjí e attraverso le sbarre del cancello i compagni cuochi ci versano nei bicchieri, ben calda e salata, l’acqua di cottura del riso, che è proprio buona e fa benissimo.

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Mi arrampico su, su quella finestra, tirandomi su colle mani aggrappato alle sbarre. Ché le sbarre, il nemico, quello che ci tiene prigionieri, diventano poi i primi strumenti dei prigionieri, le si usa per fare esercizio, per appenderci le cose, ed ora, per esempio mi ci tengo stretto forte aiutandomi così a stare accucciato nel piccolissimo davanzale interno della finestra alta, da cui, miracolo!!! posso vedere fuori: il mare!!!

La luce del sole si riflette sul mare che brilla, dovrebbe accecare quasi, se non fosse così lontana, e forse lo spessore dei muraglioni secolari del forte fa l’effetto degli occhiali di legno dipinti di nero all’interno con due sottilissime fessure appena per vederci che usano gli esquimesi, inuit o lapponi, per non essere abbagliati dall’enorme ghiacciaio dell’artico. Così il mare fuori, grande come un Oceano infinito col sole fortissimo qui a mille chilometri a sud del Tropico, dà i miraggi e lo si vede bianco bianco quando il sole ci sbatte su.

Un giorno vedo uno fare il wind surf, lontanissimo, l’immagine sua così piccola che nell’unghia del mignolo ce ne entrerebbero due o tre; ed Huve lì subito a dire che lo riconosce quel wind surf che è proprio il suo e glielo hanno rubato, che riconosce la vela gialla! Era tutto suo naturalmente quand’era libero, ed ora non ha nulla solo per qualche errore postale, così com’è qui per errore; e si vanta di suo padre che era nelle SA i veri nazi non come quei rammolliti delle SS che li hanno fatti fuori solo contando sulla sorpresa. E per mantenersi in forma Huve cammina su e giù per la cella, ma non come facciamo tutti che passeggiamo magari insieme ad un altro chiacchierando, no per Huve è un lavoro: ha contato i metri della cella che sono una ventina, uno stanzone che a seconda delle stagioni è più o meno pieno di gente, ed ha preparato 100 pezzettini di carta che tiene in mano ed ogni due vasche ne mette via uno così tiene il conto delle decine di chilometri che fa, camminando ad un ritmo esagerato in pratica ti passa davanti 4 o 5 volte al minuto lasciandosi dietro una fetida zaffata di sudore acido pieno di ormoni rabbiosi, per ore e ore ogni giorno!!!

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Abbiamo mezz’ora d’aria al giorno, e 23 e mezza chiusi. Aprono la porta della cella e possiamo uscire nel cortile del castello, solo noi, ossia danno la mezz’ora d’aria ad ogni singola cella in momenti diversi, cosicché siamo sempre gli stessi, dentro e fuori. Certo se qualcuno vuole, o ha bisogno, di rinunciare alla luce del sole per recarsi di fronte alle sbarre di un’altra cella per poter parlare con un prigioniero di lì normalmente può farlo.

È una mezz’ora molto tranquilla, quasi tutti escono e si siedono su qualche scalino di pietra o laddove sia possibile, oppure stanno in piedi, alcuni fumano altri parlano sottovoce altri ancora si fanno la barba, uno alla volta sotto gli occhi vigili di una guardia, non gli piacciono i suicidi, per loro sarebbe come perdere un cliente, per il quale il governo paga e per poco che sia ci avanza sempre una gran parte da rubare; a parte il fatto che è loro compito che ognuno sconti per completo la sua condanna e se si fanno sfuggire qualcuno che evada vivo o morto che sia potrebbero avere una ritorsione sulla carriera da parte dell’istituzione.

È bello stare fuori, al sole, sentendo la pelle che ne beve avidamente la luce, luce che cura, luce che alimenta, luce solare come un lusso, come fosse una droga rara.

L’atmosfera è surreale: tutte queste persone pallide, anche gl’indiani più scuri quando sempre chiusi nella penombra assumono un colorito giallognolo malaticcio e strano, che stanno lì senza saper che fare; lo spazio non è tanto e non si può correre o giocare a pallone come si vede nei film, nulla, solo parlare, ed io lo faccio spesso con le guardie tanto per cambiare, o guardare il riquadro di cielo che si vede sopra, quasi sempre uguale, terso e azzurro, accecante e monotono, non si vedono molti uccelli né aerei né nulla; non succede niente, tutto sta fermo, immobile, abbandonato e solo, senza futuro, senza presente, senza niente.

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In una differente cella c’è un altro occidentale, un tedesco colla barba che parla poco e che dopo un po’ verrà portato via al penitenziario, condannato a 10 anni per 10 grammi di fumo.

Io continuo anche qui con la mia tattica di sentirmi male quando si tratta di andare in Tribunale per l’udienza, quando si tratti in pratica di fare un passo avanti verso la condanna, e così senza una strategia per vincere il processo preferisco non vada avanti per niente. Sono un esperto del nulla, delle terre di nessuno, della frontiera fra la vita e la morte, fra un respiro ed il successivo, fra il piacere ed il dolore, fra il giusto per principio e lo sbagliato per necessità, avvezzo alla sospensione, al rimandare, al non esserci, al non fare, al nascondermi, camuffarmi, sparire… e questo mi aiuta rispetto agli altri, quelli che han fretta, che vogliono uscire subito e quindi addirittura accelerano il processo precipitandosi verso la quasi certezza di una condanna a dieci o più anni, pericolo al quale non credono. Ma non sono nemmeno come quegli altri troppo realisti, tipo i due studenti keniani che arriveranno un giorno presi per un etto di fumo, dei quali uno il più intellettuale praticamente dorme sempre salvo qualche ora alla notte quando legge, mentre l’altro il più atletico ci ripete che dobbiamo organizzarci costituire una banda forte per sopravvivere ai dieci anni di penitenziario. NO, NO! io non lo accetto, io non la contemplo mai la possibilità di scontare la condanna! e continuo a metter da parte le mie pastiglie sonnifere tre volte al giorno e mi faccio contrabbandare qualche banconota dall’ingegner Di Piazza che nascondo fra suola e soletta delle scarpe, ovvero che ho sempre con me quando esco per tribunale o ospedali vari, sempre all’erta per una possibilità di fuga che stavolta non mi farei certo sfuggire.

Faccio i miei turni a scavare col cucchiaino in bagno un’improbabile tunnel verso i tetti, finché un giorno un 15 agosto giorno dell’Indipendenza dell’India dalla corona britannica, veniamo invitati a salire sul tetto per l’alzabandiera, tutti gli stranieri ed alcuni indiani mandano affanculo a gran voce la bandiera e si rifiutano di andare alla cerimonia, ma io sì. A parte il fatto che per me ogni occasione di uscire dalla cella e vedere il sole è la benvenuta, sono curioso di vedere i tetti, i famosi tetti dai quali dovremmo evadere secondo Huve e Amon, e così salgo. Ad un certo punto dopo la cerimonia il sergente capo mi chiama invitandomi a guardar bene fuori dagli spalti, mura altissime ed a picco su scogli paurosi come affilatissime zanne che aspettino solo di dilaniare le carni e le ossa del malcapitato, e mi sussurra: Davvero da qui volete saltare? Dillo agli altri com’è la situazione…

E così il giorno X, quando Huve ed Amon mi chiamano alle sei di mattina, appena dopo che i bagni vengono aperti quando la vigilanza è la meno stretta per il cambio turno delle guardie, invitandomi ad andar via con loro ovvero fuggire finalmente verso la libertà… con grande sforzo e trepidazione per un’altra occasione eventualmente persa, col cuore che mi batte fortissimo, rispondo: Buona Fortuna, io passo.

Certo mi aiuta Marco che la sera prima mi aveva detto: io con Huve non vado da nessuna parte.

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Torneranno in cella dopo un po’ i due, dicendo che non son riusciti ad arrivare al tetto, che sarà per un’altra volta. Ma non è solo questione di riuscire ad arrivare fuori le mura, bisogna anche avere un piano una volta fuori, ci vuole una macchina e un po’ di soldi come minimo, qualcuno che ti aspetti e ti porti via dallo stato il più velocemente possibile. Farsi riprendere sotto le mura sfracchiati, o comunque vagabondando a piedi nei dintorni sarebbe la peggior cosa, a parte la sicura condanna a due anni minimo per evasione, poi la passeresti in isolamento e sempre e comunque con una vigilanza così stretta da rendere quasi impossibile un secondo tentativo.

No io voglio uscire dalla porta principale, assolto o comunque prosciolto, cosa che vedo molto più possibile. E come piano B continuo a metter da parte le mie pastiglie sonnifere ogni giorno, ed a farmi amiche le guardie le quali, noncuranti del regolamento, già accettano il mio caffè e le mie sigarette, che un giorno potrebbero esser ben caricati di psicofarmaci mettendoli tutti a dormire per esempio, o non so che…

Ma di fatto, seppure l’avvocato Peter imposti la sua battaglia processuale per farmi avere 10 anni e non 20 a me risuonano continuamente in testa le parole che lessi il terzo giorno, quando un giudice di Mapusa convalidò il mio arresto consegnandomi un foglietto che diceva testualmente: “trovato in possesso di sostanza proibita SENZA NESSUN DOCUMENTO CHE LO PERMETTA”.

Io domandai a tutti cosa significasse o meglio implicasse quella frase, lo domandai ad avvocati, poliziotti, impiegati del carcere, prigionieri, Di Piazza, e tutti invariabilmente mi rispondevano: scordatelo, non significa niente, è una quisquilia legale una formula giuridica priva di qualsiasi valore pratico. Ma io no! A me quelle parole risuonano in testa incessantemente, devono significare qualcosa! Nella legge nulla è a caso, nulla è quisquilia, nulla è privo di valore!

E così un giorno chiedo al direttore del carcere di poter studiare personalmente la legge, di poter aver accesso ai libri, ai codici che la prigione sicuramente possiede, reclamandolo come un diritto. Il direttore tentenna, però simpatizza, non può dirlo ma sento che in qualche maniera mi rispetta, e mi compatisce, sa che sono vittima di un meccanismo infernale, che sono (stato) solo un tossicodipendente in possesso della sua modica dose personale, e perdipiù un tossico che ce l’ha fatta da solo a smettere, senza gridare, senza fare drammi, stringendo i denti senza chiedere, né tantomeno accettare l’aiuto psichiatrico che tutti reclamano. Sa il direttore che negarmi la possibilità di sperare e studiare una via legale per uscire vorrebbe dire il lasciarmi concentrato solamente sulla via illegale, e che ciò potrebbe dar via libera allo scatenarsi della mia violenza o follia e di quella lucidità criminale che ognuno ha.

Alla fine cede il direttore, però mi dice che non potrebbe mai permettere i sacri libri in una cella, che dovrò recarmi negli uffici, quando possibile, e consultarli lì.

E così cominciano lunghe mattinate in cui io, seduto ad un tavolino fra gli impiegati dell’amministrazione carceraria, mi leggo il librone del codice penale indiano, senza una guida, senza esperienza, spulciando ogni parola alla ricerca di una possibile via d’uscita.

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