cap21

GOA_INDIA 10.0

Passano i mesi, i giorni, le stagioni. Il tempo fermo immobile in apnea del carcere scivola via veloce. Scrivo molto, ogni giorno, ore, per lo più lettere ad Anita ed a mia mamma. Ho accettato l’invito dei miei riportatomi da Anita di non fare alcuna dichiarazione pubblica in Italia, di non farmi pubblicità di tenere un profilo basso, ma che dico? invisibile. Anita mi ha parlato di uno preso in Marocco, che ha fatto tanto casino e che poi è stato condannato a chissà quanti anni, poveretto. Io penso che il mio caso sia differente, non si tratta di un italiano che solo perché italiano non accetta di esser processato in Asia o Africa per aver probabilmente intentato di esportare chissà quanto fumo. Il mio è il caso di un tossicodipendente che per la detenzione della sua modica personale dose quotidiana rischia 20 anni! Ma tant’è! A decidere sono loro, ad Anita questo invito è stato fatto dai miei genitori, che sono quelli che mi stanno aiutando, che hanno i mezzi per farlo ed ai quali mi affido, cosicché debbo accettare questa raccomandazione, anche se credo io la motivazione sia più quella di non rovinare la carriera di mio padre e la reputazione della famiglia tutta che non l’improbabile effetto negativo che una campagna d’opinione a mio favore in Italia avrebbe sul mio processo qui. Ma lo accetto, accetto il mio destino, so che da qui uscirò vivo e libero in una maniera o l’altra. È per questo che non scrivo a Gilberto, o ad altri amici in Italia, che comincerebbero subito a muovere mari e monti per liberarmi; mi resta l’India, la mia terra qui la mia storia per fare casino, e tanto.

L’avvocato Peter de Souza mi ripete sempre che non ho speranze, ma in ogni parola che dice, io vi trovo una speranza dietro. Per esempio, quando mi dice che non ho proprio speranze poiché il capo dell’operazione in cui sono stato casualmente arrestato è un incorruttibile (al contrario del 99% delle polizie indiane: di solito si esce di galera corrompendo lo stesso pubblico ufficiale che ti ha arrestato che al processo cadrà in tali e tante contraddizioni da invalidare l’accusa) e non solo, anche il giudice lo sa per cui le sue parole sono considerate oro colato… ebbene allora sarò io stesso a proporre d’interrogarlo noi, quale testimone a difesa facendogli le domande: Voi della polizia conoscete certamente l’imputato che vive qui da 10 anni oramai, che tipo è? Obbligando per tanto l’ufficiale in questione a prendere informazioni dalla polizia di Arambol, il villaggio ove vivo ed a dichiarare: Sì lo conosciamo bene, è persona impeccabile che in 10 anni non ha mai dato problemi di alcun genere, manda avanti una famiglia dignitosamente ed è rispettato da tutti nel suo villaggio. Il giudice tenta d’invalidare il dato di fatto domandandogli: ma si droga? E la polizia risponde: per quanto ne sappiamo noi tutti gli stranieri si drogano, comunque l’imputato non ha mai spacciato. Parole che, indipendentemente dalla becera volontà del giudice, saranno indelebilmente scritte negli atti processuali.

Il lavoro che continuo spulciando i codici delle leggi nell’ufficio del carcere da i suoi frutti: incontro il comma che parla dei permessi per la detenzione delle sostanze proibite: in pratica che i governi possono rilasciare tali permessi! Peter, l’avvocato, mi dice che non ha nulla a che vedere con me, che sono permessi relativi ai lavoratori nella fiorente industria governativa del papavero (l’India è il primo esportatore al mondo di morfina farmaceutica) per autorizzarne il trasporto e la detenzione, ma la legge non lo dice, ovvero non stabilisce che queste autorizzazioni siano limitate a questi casi, anche se di fatto saranno i più numerosi. E quello che Peter non sa è che io ricordo benissimo che in Rajasthan, come in Madhya Pradesh, nei governament shop del bhang (prodotto commestibile tradizionale a base di marijuana) si vendeva anche l’oppio legalmente a coloro che avevano il permesso in quanto oppiomani tossico-dipendenti certificati.

Ed io lo stesso permesso, del mio governo, quello italiano ce l’ho! A me hanno dato morfina all’ospedale, e poi al CMAS, per un intero anno! E decido di far valere questo diritto.

D’altra parte quando alla fine non ho potuto più rinviare il processo con le mie tattiche dilatorie, otto mesi dopo l’arresto viene consegnata al giudice l’analisi della polvere sequestratami; analisi sulla quale inizialmente avevo riposto tutte le mie speranze giacché, non conoscendo ancora l’esistenza dell’eroina bianca, la narcotici scrisse trattarsi di cocaina. Di fatto stavo in istato di arresto da otto mesi per un’accusa falsa: la detenzione di cocaina! e puntavo su quest’errore per uscire. Ricordo benissimo quando un amico italiano, arrestato a New Delhi con 300 grammi di eroina, uscì sui due piedi al processo quando, rendendosi conto che la busta di plastica era notevolmente assottigliata evidentemente ad opera dei poliziotti, il suo avvocato chiese di pesarla in aula, ebbene erano 50 grammi, ovvero l’accusa di detenzione di 300 grammi era falsa!

Quando infine arrivano le analisi in aula dicono: morfina! Ma il giudice Batta, con una mossa di dubbia legalità, straccia letteralmente colle sue mani la denuncia della polizia che mi accusa di detenzione di cocaina e ne scrive un’altra di suo pugno lui con la quale mi ritrovo seduta stante imputato per detenzione di morfina! E subito mi rivolge la fatidica domanda, ovvero se mi dichiari colpevole o innocente. Io a lungo avevo discusso con i legali sulla possibilità di confermare il possesso della droga dichiarandomi tossicodipendente, ma mi era stato spiegato ripetutamente che al momento di riconoscermi colpevole il giudice avrebbe chiuso il dibattimento condannandomi sui due piedi alla pena minima di 10 anni, e così dico: Innocente!

Ma per lo stesso giorno il giudice aveva orchestrato la lettura inattesa delle analisi anche del secondo pacchetto, quel quartino che mi avevano trovato nella cucitura dei pantaloni al judicial lock-up di Panjim, di fatto relativo ad un altro procedimento, non calendarizzato per oggi. Anche in questo caso risulta esserci morfina! Al che il “giudice” mi rivolge questa domanda, letteralmente: Non vorrà dirmi che è innocente anche in questo caso?! ed alla mia risposta: Innocente, mi punta due dita in direzione della faccia, come quando uno vuole cecarti, sghignazzando: Io ti do venti anni!

Sento le gambe cedermi ma resto dritto. In un qualsiasi stato di diritto un “giudice”, quale terza parte giudicante, che anticipa la sentenza verrebbe immediatamente ricusato. In un qualsiasi stato di diritto un giudice che mischia le sue competenze con quelle della pubblica accusa verrebbe immediatamente ricusato, ma, mi spiega l’avvocato, questo giudice è stato messo lì apposta dal governo per combattere la corruzione nelle loro stesse file, fra giudici e polizia, gli è stata data amplia carta bianca, e questi sono i suoi metodi! Forse, aggiunge, potremo usare questi abusi una volte in Corte d’Appello, che è l’unica istanza ove forse potrei uscire assolto, fra qualche anno, ma per ora si tratta solo di tentare di ottenere due condanne alla pena minima (10 anni!) e “concorrenti”, ovvero che corrano simultaneamente e non consecutivamente: la mia grande speranza sarebbe di farmi “solo” 10 anni e non i 20 cui il giudice ha deciso e pubblicamente annunciato di volermi condannare!

Io non ci credo. Non credo che questo giudice voglia essere tanto “buono” da darmi solo 10 anni, ma do lo stesso la mia fiducia all’avvocato Peter per tentarlo. Cosiccome non credo di volermi far 10 anni, né esser condannato e sperare nell’appello. No.

Il fatto che le analisi dicano chissà perché morfina, e non eroina, né il suo nome chimico di diacetilmorfina, rafforzano ancor di più la mia intenzione di farmi venire dall’Italia i documenti di quando lo stato italiano, attraverso le sue strutture sanitarie, mi dava la mia dose quotidiana, esattamente di morfina.

GOA_INDIA 10.1

Era appena iniziato il 1980, ed io avevo da poco reiniziato, dopo il primo anno e mezzo d’India, a bucare. A Goa, dopo aver sfumazzato carissima eroina tailandese cogli italiani, quando costoro smisero di offrirmela mi rivolsi al mercato indiano: allora la morfina governativa, ossia la purissima sostanza che il governo indiano produce per esportarla alle ditte farmaceutiche di tutto il mondo, si vendeva in farmacia a 2000 lire il grammo! Mi ritrovai in breve scimmiatissimo. Ci si sparava pere da mezzo grammo, 4 volte al giorno, ognuna seguita da qualche ora di sonno profondo. C’erano intere case che sembravano bombardate col gas nervino: tutti buttati giù a dormire, tutto il giorno, e la notte pure; c’erano cortili ove la gente dormiva colla testa reclinata sulle sedie disposte ¡n cerchio; c’era gente “in coma” sotto gli alberi della giungla, in riva al mare, dappertutto. L’atmosfera era surreale! Il 26 febbraio 1979, giorno dell’eclissi totale di sole, che unì i suoi effetti vampiri con quelli della morfina che noi vampiri ci si faceva, fra tutte le decine di persone presenti sulla spiaggia di Arambol, fui l’unico sveglio! Io ero troppo interessato all’evento cosmico per dormire! Avevo pure comprato 13 acidi per l’occasione che distribuii in regalo fra vari amici, ma costoro fra la solita overdose di morfina e il desiderio di morte intrinseco col quale vivevano, caddero tutti addormentati nonostante l’LSD in corpo, dichiarando successivamente che l’acido non era buono, portandomi ad accusare di sola colui che me l’aveva venduto il quale s’incazzò da matti e mi dichiarò una pesante psico-guerra che culminò con un attacco concentrico durante un acido fortissimo ad Anjuna, dal quale mi dovetti allontanare come un appestato!

In ogni caso io durante l’eclissi mi feci un viaggio davvero speciale, vidi l’eclissi come non mai (recuperando così la mancata visione dell’eclissi precedente, quello del 15 febbraio 1961, durante il quale ero a L’Aquila sotto i ferri del chirurgo che mi asportava un’appendice perforata rischiando seriamente la vita e auto-convincendomi a tre anni e mezzo che mi avessero voluto estrarre un organo magico) aggirandomi fra corpi privi di sensi in tutti gli angoli, illuminato dalla surreale penombra dell’eclissi dai colori inquietanti, ebbi la chiara visione di quello che sarebbe stata gran parte della mia missione su questa terra: un esploratore dell’Inframundo, un trade-union fra vivi morti e soprattutto non-morti, un trasduttore dell’energia morta dentro di ognuno, lucciola nell’oscuro mare della coscienza.

Poi cominciarono i guai: cacare bile verde fra atroci dolori addominali sotto un sole implacabile dietro i cespugli della spiaggia. Pensavo fosse colpa dell’astinenza e mi facevo sempre di più… ma i conti non ridavano e così un giorno andai a fare l’analisi delle feci all’ospedale di Panjim. Ritirai il referto tempo dopo quando già stavo per prendere il battello recandomi a Bombay: DISSENTERIA BACILLARE.

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