cap23

GOA_INDIA 11.0

Mi prendono per portarmi al tribunale, mi ammanettano di nuovo con Raju, condannato per svariati omicidi di cui almeno uno in carcere a 14 anni l’uno, cumulabili, cioè infine si farà si e no 9 anni colla buona condotta (come per esempio fare la spia e rivelare al direttore che la roba Anita me la passava con un bacio), mentre io per due micro bustine di polvere ad uso personale rischio almeno 10 anni l’una, non cumulabili, ovvero vado per 20 anni, più multa a discrezione del giudice che si può sbizzarrire a metterti su centinaia di migliaia di rupie, che se non le hai si pagano con altri anni di carcere; e se ne esci vivo e dovessero riprenderti per droga un’altra volta c’è la pena di morte.

Passa il cellulare a prenderci per portarci ai vari  tribunali ed ospedali di Panjim. Nel cellulare ci sono già i prigionieri di Fort Aguada, il penitenziario, un altro forte medioevale portoghese, ben più grande dei Re Magi ove sto io, più a Nord sulla costa; le guardie sono avanti in cabina e noi prigioneri siamo incatenati ma soli dentro il furgone ove pertanto è tutta una festa: saluti, risate, battute, pettegolezzi, incontri, e l’importantissimo vitale notiziario aggiornato sulla situazione carceraria, giudiziaria e legislativa. Ed è pure tutto uno scambiarsi di bigliettini piegati e ripiegati su se stessi: messaggi da recapitare poi in carcere a questo o a quello, il nostro servizio postale segreto! E quando ci si organizza bene poi, pregando i dottori di darti appuntamento nella stessa data in cui un persona che ti interessa vedere ha il processo o altro trattamento ospedaliero, ci s’incontra fisicamente e si ha quell’oretta di viaggio per parlarsi; ed un’altra ora la sera al ritorno in prigione.

Ci sono solo due ragazze straniere in carcere ad Aguada, ov’è alloggiata pure la prigione femminile di tutta Goa: Icka la bella e tosta tedesca, che rischia dieci anni per mezzo chilo di fumo, di fatto la dose minima personale per chi voglia stare a Goa una stagione senza potersi permettere di comprarlo ai prezzi esorbitanti per turisti. Icka è stata la leader femminile della rivolta carceraria a Fort Aguada, scoppiata quando fu tolta la remission, ovvero lo sconto di pena per buona condotta, ai condannati per droga; la remission che ti leva un terzo della pena è l’unica speranza di tutti i condannati; e questo inasprimento punitivo totalmente ingiustificato e che di fatto va contro la clausola costituzionale che la legge sia uguale per tutti è stato un altro regalo del nuovo governo indiano post Indira Gandhi, assassinata  dalle sue stesse guardie del corpo sikh, alla linea di Ronald Reagan e la sua guerra alla droga, ovvero il piano di estensione e completamento del monopolio della CIA e della DEA (l’agenzia statunitense di controllo della droga, dal non casuale nome archetipico) sul mercato mondiale della droga, l’oro dei tempi.

A Icka non poterono punirla con un trasferimento come ad Abdel Kader, il mio altissimo amico del Kerala, bello e scuro dagli occhi verdi, anche lui leader della rivolta carceraria, in quanto non esiste un altro carcere femminile in tutta Goa, e continua a stare a forte Aguada con poche altre donne che si possono contare sulle dita, perlopiù prostitute mollate dall’organizzazione, e un’unica altra straniera: un’olandese carina dall’occhi spiritati che non parla né sorride quasi mai, dentro per appena un po’ di fumo ma ha che già tentato il suicidio 4 volte, ognuna seguita da un mezzo anno all’ospedale psichiatrico sottoposta a pesantissimo trattamento invalidante con psicofarmaci, salvo poi essere ogni volta riportata in carcere per continuare di nuovo col processo, alla legge non si sfugge.

Icka ed io riusciamo sempre a fare in modo d’ottenere appuntamenti concomitanti per incontrarci e sederci vicino nel furgone cellulare ed allora è tutto un’abbracciarci dolcemente e così a lungo; ed anche baciarci e toccarci fra la gioia degli altri detenuti… e parlare, parlare tanto tanto, e sussurrarci pian piano nelel orecchie riguardo al piano B, ovvero la fuga dovesse andar tutto male; mantenendoci vivi insomma.

A Panjim nell’attesa del processo mi portano al Judicial lock-up, quella gabbia orrenda pare diversa quando devi starci solo qualche ora. Alla prima cella hanno messo lo spagnolo, il ricchissimo spacciatore che dopo un po’ di giorni di spavalderia colle pasticche di metadone che era riuscito a contrabbandare, sicuro che suo fratello politico in madrepatria lo tirasse fuori al più presto… ora che il metadone è finito e le manovre del fratello non son servite è una specie di larva di caso psichiatrico solo in una cella vuota, unico discutibile e pericoloso privilegio che sia riuscito ad ottenere con i suoi backshish, ovvero bustarelle, e se la passa seduto in un angolo a fissare il vuoto e, probabilemnte pure pesantemente sedato, non risponde ad alcun richiamo.

Mi rinchiudono da solo in fondo, sono l’unico in transito oggi e non vogliono nessun  tipo di scambio mio coi detenuti dell’infernillo che è questa prigione.

Qui di solito prendo la mia pasticchetta di valium, ci ricoprono di tutti i tipi di psicofarmaci e barbiturici per farci star buoni dentro: io  accetto le pasticche tre volte al giorno ma non le mangio, le nascondo piuttosto… mentre mi faccio amiche le guardie le tratto bene ed infatti già accettano sigarette e caffè da me, contro ogni regolamento; chissà che un giorno dovessi avere bisogno di dargliene uno pieno di sonnifero, per andar via!

Prendo la mia pasticchetta a 5mg di diazepam solo quando devo vedere il giudice. Il terribile Batta che contro ogni legge mi dice in faccia ogni volta: non hai speranza ti farai venti anni!

Aspetto dormendo un sonno senza sogni.

Nel pomeriggio vengono a prendermi e mi portano in tribunale, passeggiata piacevole, seppur incatenato e stavolta ad un giovane simpatico esponente della mafia goana, attraverso i giardini e le strade della bella Panjim coloniale.

Dopo la solita attesa dei casi precedenti in tribunale il giudice Batta chiama il mio caso ed esordisce dicendo che gli è arrivata una lettera da Madre Teresa di Calcutta che mi riguarda!

Madre Teresa è collaboratrice del mio intimo e pluridecennale amico sacerdote napoletano Peppe, già mio allievo di Yoga, che fra l’altro ha pure celebrato le mie nozze nella Chiesa di Santa Maria d’Appari alle pendici del Gran Sasso d’Italia a L’Aquila, proprio nel luogo esatto ove nel Medio Evo apparve la Madonna con il Cristo morto fra le braccia; meta successivamente del pellegrinaggio di Michelangelo Buonnarroti che ivi s’ispirò per la sua celeberrima Pietà ad un’affresco di commemorazione del miracolo.


Santa Maria d'Appari, fuori Paganica, strada per Campo Imperatore, L'Aquila

Alcuni anni fa, quando mia figlia Parvati aveva appena tre mesi di vita, Peppe mi ingaggiò per fare da guida ad un viaggio di turisti cristiani attraverso i cammini sacri dell’India e che li portò sino al di lei monastero, dalla Santa vivente di Calcutta.

Il giudice mostra il foglietto scritto a mano da Madre Teresa e  lo legge a voce alta: “Signor Giudice, Anita sta morendo, se non fa uscire Rodolfo, Parvati dovrà crescer come un’orfana.”.

Batta risponde a voce alta: “Meglio orfana che con un padre così!” ed archivia la lettera.

Il valium e la dignità che qui devo avere mi impediscono di scoppiare in lacrime e gridare, ma il cuore mi si ferma non posso respirare sono perso non ho più la terra sotto i piedi vago nel nulla in un bianco infinito che non è l’oltretomba ma un manicomio cosmico ove sei sempre freddo e solo pur in mezzo alla gente.

Non pensavo certo di uscire oggi, non è questo il problema principale ora, quello che mi martella sono le parole di Madre Teresa: Anita sta morendo! Se lo dice lei è vero! Non c’è più speranza allora! parenti e medici ci nutrono d’illusioni di guarigione, di sopravvivenza, ma le parole de una Santa non si possono mettere in discussione: per me in quel momento Anita muore, pur se continuo ad amarla ed a voler tornare ancorpiù con lei.

Passo il resto della lunghissima giornata a piangere nella mia cella del Judicial lock-up, la gabbia orribile dentro il Police Station di Panjim.

Ho fatto proprio bene a non suicidarmi in quelle tre notti passate sveglio colla lametta in mano e la giugulare ben gonfia, io la candela la lametta la giugulare, tre notti di attrazione estrema per le dolci braccia di Nostra Signora Madre la Morte. Vi rinunciai infine per la sola ragione che forse, anche dopo 20 anni Parvati avrebbe potuto avere bisogno di me.

Grazie Parvati, ti devo la Vita. Siamo pari insomma, io ho dato la vita a te e tu a me, wow!

vai al ventiquattresimo capitolo -> cap24

4 Responses to cap23

  1. Daniele Masciovecchio says:

    rodolfo, tu sai che io, forse più di tanti, posso capire quello che provi, quello che dicono le tue parole…ce tutto un fiume denso, come è denso il sangue, come e rosso il rubino, fluido come un fiume di lacrime, duro come è dura la luce del sole diritta negli occhi, nelle tue parole…che parole non sono, ma vita; vita che viene e vita che va, vita che è, e vita che è stata, e vita che sarebbe…come guardare la propria immagine attraverso uno specchio, ma girato sul retro…grazie Rodolfo!
    …ogni tua lacrima, ogni tua parola, è un dono che rigenera l’essere, ed il non essere, fondendoli come fango divino, dal quale sboccia la vita.
    daniele

  2. Margherita Maniscalco says:

    ogni tua parola è una lama che mi trafigge il cuore…a sapervi soffrire così…. ignara di tutto questo e vivermi una vita “normale”…
    ho commentato SOLO il 23° capitolo e che Anita ci stava lasciando…gli altri che ancora non commento e che farò di volta in volta, SO che “non era tutto soffrimento…anzi!!!”….

  3. CARLA says:

    Come quando mi raccontasti dal vero anche a me leggere questi racconti mi fa soffrire e così i tanti altri racconti della tua vita messicana, vorrei avvolgerti con una sfera di luce che ti protegga. ti voglio bene!

  4. mi lasci senza parole, il cuore sospeso in un silenzio incredulo… parole che sono la sostanza del dolore…

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