cap18

GOA_INDIA 8.5

Dobbiamo fare esercizio: Amon è giovane e pieno d’energia e ce ne convince, e così decidiamo per un’ora o più al giorno verso le quattro di sera nello spazio che collega i bagni colla cella prima che li chiudano alle sei; si tratta in pratica di uno stanzone abbastanza grande. Certo bisognerà pulirlo ch’è pieno di polvere e ci mettiamo all’opera. Amon, che fermo non vuole proprio stare, ottiene dal direttore il permesso a farci pulire anche un’altra stanza in disuso sulla quale dà la nostra nuova palestra per mezzo di una cancellata sempre chiusa attraverso cui però nelle ore che precedono il tramonto sul mare entra il sole, filtrato da decennali ragnatele. Un giorno così ce la aprono e l’inglese ed io, gli altri si rifiutano di fare un lavoro per il carcere, passiamo l’intera giornata a ripulire questo spazio, con panni bagnati attorno la bocca ed il naso per quanta polvere si solleva. E lì trovo un libro: ben grosso ed in inglese, al quale mancano le copertine e le prime pagine, ma mi rendo subito conto trattarsi del mitico Antiche Sere di Norman Mailer!

E così un giorno cominciamo l’esercizio, molto riscaldamento, molto sudore, molti ormoni, ginnastica e rudimenti di pugilato. Amon si cinge tutta la mano destra con una maglia e mi dice: picchia, picchia con forza: questo è il giudice, riempilo di cazzotti! Che sballo!

L’esercizio ci tonifica, ci trasforma, ci umanizza. Eppoi la doccia serale tutt’insieme sudatissimi, pieni di vita, di adrenalina quella buona, di risate. Ed appena chiudono i bagni e la cella e le guardie non potranno più entrare tutta la notte (salvo emergenze) appicciamo i nostri microfornelli fatti con una latta vuota che (da quando ci hanno proibito le candele perché un’indiana nella sezione femminile del carcere Fort Aguada si è cosparsa il sari di cera e s’è data fuoco, Ram Nam Satya Hai) riempiamo con stracci intrisi d’olio e sopra ci scaldiamo l’acqua per il caffè. Ed ora rivitalizzati ed affamati dall’esercizio ci improvvisiamo zuppe o piatti inventati con i pochi ingredienti che abbiamo a disposizione ed i resti rielaborati dei pasti del carcere, ma che divoriamo con un appetito ed un entusiasmo degni delle migliori gastronomie… per povero che sia quel pasto è il nostro!

Certo questi fornelli ad olio di mostarda, che compriamo come olio per il corpo indispensabile per l’igiene indiana, producono un denso fumo nero, ma nessuno se ne lamenta. In realtà non è nulla se paragonato a quando gl’indiani si svegliano insofferenti alla tortura delle zanzare e per scacciarle bruciano tutto il bruciabile: stracci soprattutto, ma anche rottami di plastica, in vari punti della grande cella. Le zanzare vanno via, per un po’, ma insieme se ne vanno pure l’ossigeno e la luce. E per tentare di respirare cogli occhi ed i polmoni in fiamme bisogna sdraiarsi a terra sotto un’enorme nube di fumo nero che riempie tutta la stanza, piombandoci ancor più in un’oscura e fumosa atmosfera da girone infernale.

E ora scoprono che i neutrini vanno più veloci della luce…

Ma esiste qualcosa che vada più piano del buio?

Ci muoviamo nel buio come lenti vermi privi di occhi, incessantemente ruminando la nostra stessa vita, siamo capaci di adattarci a qualsiasi situazione: stiamo nella benedizione della vita della libertà e ce ne lamentiamo, c’è sempre qualcosa che non va, che ci fa soffrire. Se invece c’incontriamo in galera, pensiamo che fuori si stia bene in ogni caso, che non ci lamenteremo mai più, che la vita è bella, tanto bella che ci adattiamo a viverla in una cella colla merda accumulata nell’angolo, colle cimici che ci divorano, coll’oscurità e la disperazione imperante, e ridiamo pure e ci divertiamo e giochiamo a carte o creiamo una lotta intorno alle briciole dell’aguzzino. Quando poi usciamo dalla galera infine all’agognata libertà, scopriamo che ci eravamo adattati tanto che facciamo di tutto per tornarci, e buttiam via la nostra vita sotto un treno di merda e giriamo in tondo in stanze di cui abbiamo le chiavi non sapendo dove andare perché il mondo lì fuori è brutto.

Ancora e ancora, la memoria è corta, corta corta, un buco nero in cui tutto svanisce, divorato da questo momento, eterno dilatato imperante presente inchiodato … ma poi non è vero che le nostre cellule lì sotto le palle le cosce i polpacci e su nella pancia e lo stomaco tengono dentro tutto.

Per i neuroni non esiste il tempo, dicono

Ed ogni esperienza della vita mantiene le chiavi di questo momento

Come un fantasma che sta sempre qui ed ora alla coda dell’occhio

Ma fin dove arriva la memoria delle cellule di questo cervello

Paragonata alla reminiscenza delle ere della mia anima

O alla vibrazione senza storia del mio spirito?

La Vita non giudica, la Vita vive, e vive in qualsiasi condizione, si adatta si evolve la spunta, e nel farlo ci trasforma da bestie in uomini ed ancora da uomini in bruti. E ci son bruti belli e bruti brutti, ed altri che nell’abbrutimento vivono come angeli, il fior di loto nasce dalla merda e dal loto nascono gli dei. Le donne a volte amano e non rinuncerebbero per nulla cosa al mondo al figlio dello stupro, anche se odiarono lo stupro ed odiano lo stupratore. Il miracolo, il miracolo della Vita: la grande maledizione ovvero la gran gloria della sua vittoria.

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