cap15

GOA_INDIA 6.0

Arrivo alle 10 circa di mattina all’Ospedale Civile di Panjim, ove mi mettono subito nella cella per i prigionieri: quattro letti, due per ogni lato della stanza, praticamente colla testa del primo quasi attaccato ai piedi del secondo ed uno spazio di circa un metro appena nel mezzo fra le due file di letti, e poi sbarre davanti e dietro. Le sbarre di dietro danno sul bagno e la stanza contigua, quella delle guardie, mentre le sbarre davanti, miracolo! danno su di un passatoio dell’ospedale stesso, è come un marciapiede coperto su cui possono camminare liberamente ricoverati, personale e visitatori! Dopo 58 giorni finalmente ho di nuovo contatto colla gente, quella in libertà!

Appresso al marciapiede, per la gloria di noi prigionieri c’è addirittura un giardino, un triangolo di verde all’aria aperta; ove viene accumulata tutta la spazzatura dell’Ospedale, con gran festa di cani, gatti, etc… e c’è uno strano signore con pancia e barbetta a punta che si aggira con un fucile a canne mozze, ed ogni tanto si apposta dietro al muretto che separa il ballatoio dal giardino, poggia i gomiti sul muretto stesso, prende accuratamente la mira e bum! L’Ospedale lo paga dieci rupie per ogni gatto e ben cinquanta per ogni cane che fa fuori!

Mi sbattono nella cella, entro e mi metto nel letto a sinistra e giù subito a tremare sotto le coperte, sono molto preoccupato del fatto che per andare al bagno dovrò chiamare il piantone ed attendere che venga ad aprire la porta chiusa con catenaccio e lucchetto, temo di farmela sotto dati i miei continui attacchi di mal di pancia.

Quando viene il primo dottore è già pomeriggio, un giovane che sembra intelligente, così finalmente penso di poter dire la verità, non ha nulla ha che fare col processo lui, siamo in un ospedale civile, e quindi mi sbottono: sono a rota persa, l’astinenza mi si sta mangiando vivo, ho bisogno di morfina! Non abbiamo morfina qui! Ma come no, qualsiasi Ospedale al mondo è basato sulla morfina! Non ne abbiamo! Codeina? qualsiasi cosa, per favore! La tratteremo con degli antisintomatici: antidolorofici, antispastici, sonniferi, calmanti… Me la vedo brutta, sudo freddo, tremo, mi giro dall’altro lato del letto e aspetto le brutte quelle vere! Mi fanno mettere una flebo per reidratarmi e nutrirmi giacché non mangio nulla. Non posso neanche pensare io a mangiare senza che debba vomitare, e quando vomito è pura bile verde, acida e cattiva, espulsa dallo stomaco che viene dolorosissimamente strizzato come uno straccio e che brucia come fuoco vivo quando risale su per il mio esofago, e poi la gola finché esce lì fuori per terra o dove abbia potuto: appena uno schizzo di bava verde, non si può credere faccia tanto danno!

A notte inoltrata arriva Peppe, il prete, il mio amico, domani partirà anche lui per l’Italia: aiutami Peppe, convinci i dottori tu puoi! che mi diano qualcosa! Peppe è contrario a farmi dare la morfina, a continuare a drogarmi, io gli spiego che vorrei una terapia a scalare, smettere un po’ più dolcemente insomma, senza perdere venti chili come fu l’ultima volta, quando i dottori italiani mi spiegarono che non si può smettere di botto che ero pazzo che rischiai la vita e che anche stavolta avevo un parassita nell’intestino che aggravava la situazione… parlando con voce flebile ed interrotta dalla fatica enorme di ogni respiro e del tenermi in piedi attaccato alle sbarre, lo stomaco mi sembra che non esista più, una specie di nodo introflesso, un buco nero la cui presenza è segnalata solo dal dolore, lo stesso vale per i reni, è tutta l’area una strizzatura continua e malvagia, mentre i polmoni esistono ancora, deboli ma infiammati da ogni respiro, e la voce una fatica, ho perso la parlantina, sembro un vecchietto tubercolotico in fin di vita che dichiara le sue ultime volontà.

Nulla a che vedere con i colloqui avuti con Peppe quando ancora in carcere, lì sul balcone che il direttore ci aveva concesso per l’incontro data la peculiarità dell’ospite; gli indù hanno un gran rispetto per i sacerdoti di qualsiasi religione, per loro non fa differenza, vedono tutti come culti particolari dell’unica gran religione: il politeismo indù, misteriosa manifestazione multiforme dell’unico Atman universale, detto più esattamente Brahaman, o Bhagavan o in altri infiniti nomi. Ebbene su quel balcone preparammo l’intervista che Peter, il mio avvocato era riuscito ad organizzare con la rivista Blitz, una specie di Espresso, però non di Goa bensì panindiana edita a Bombay in lingua inglese e diffusa in tutta l’Unione Indiana ed ovunque fossero presenti comunità indiane nel mondo, ovvero visibile nelle edicole da più di mezzo miliardo di persone, e letta da tutta l’intellighenzia indiana.

Ebbene quell’intervista non mi fu autorizzata dalle autorità carcerarie, che non lasciarono entrare il giornalista venuto apposta da Bombay, ma il servizio comunque uscì lo stesso intitolato: Dei delitti e delle pene: stile Goa, ove mi presentarono come brillante leader della sinistra studentesca.

Nulla di tutto ciò può importarmi ora, per una terapia a scalare rinuncio ai mie principi e permetto a Peppe di far luccicare al dottore la possibilità che mio padre, luminare della scienza medica, possa farlo invitare a qualche congresso internazionale di medicina; più un posto in Paradiso… infine dopo un’estenuante trattativa alla quale io non sono nemmeno invitato a partecipare, viene recepito il caso umano e decisa una terapia di 13 giorni con Petidina, un sotto-sotto prodotto oppiaceo che a un centro antidroga occidentale farebbe solo ridere, ma che all’inconscio delle mie cellule affamate di droga sembra la mano santa!

E parte anche Peppe per l’Italia. Davvero sono solo ora, completamente solo infine, per la prima volta!

GOA_INDIA 6.1

Ma il giorno dopo ho due sorprese: la mattina arriva l’Ingegner Di Piazza, un italiano del nord che dirige la Sesagoa, una ditta mineraria italo-goana, e che funge anche da console onorario, gentilissima persona squisita che mi era già venuto a trovare nel police lock-up di Mapusa appena fui arrestato, e che ora mi dice di non preoccuparmi, che continuerà a farmi visite, che la mia famiglia gli ha affidato una somma per portarmi ciò di cui abbia bisogno e allora gli chiedo subito un paio di occhiali nuovi, visto che i miei sono tutti crepati e il vedere è divenuto davvero una fatica, mentre mi lascia una montagna di riviste e libri in italiano e inglese. Mists of Avalon sarà la compagnia che più di tutto avrà la capacità di farmi sognare, di farmi evadere, almeno colla mente, da quella cella di 3 metri per cinque. Grazie Di Piazza!

A sera la sorpresa vera: arriva un francese, un tossico come me, uno dei pochi che a Goa già sa come noi dell’esistenza dell’ottima eroina bianca indiana e che la usa, e mi rivela che Anita prima di partire gli ha lasciato 300 rupie, peccato siano così poche sennò continuavo a venire, e così mi lascia una busta di roba, ben nascosta fra le cose che mi porta da mangiare etc… Di nuovo fatto! Riprendo fiato, mentre i dottori credono che la loro Petidina abbia fatto miracoli, riesco, sfruttando una siringa che sottraggo all’infermiera, a miscelare la roba nella flebo… ed inizio a fare collage ritagliando foto dalle riviste che mi ha lasciato Di Piazza, e traduco pure gli Siva Sutra in italiano.

GOA_INDIA 6.2

Dura poco la festa dell’eroina, e la rota torna ancora peggio, mitigata appena dalla petidina.

Il mio compagno di cella è un iraniano, condannato già a 10 anni per un quarto di chilo di eroina, che passa almeno 6 mesi l’anno in ospedale grazie alla sua epilessia per la quale è trattato con fenobarbitone e così se la passa dormendo molto, e nelle ancora lunghe ore di veglia legge sempre il Corano a voce alta in Arabo, penso che i miei neuroni lo sappiano a memoria per quante volte l’ho ascoltato; e mi racconta sempre di come appena uscirà, fra 8 anni, ricomincerà a vendere eroina. La vera festa è quando abbiamo qualche lira e possiamo permetterci di comprare dalle guardie la stessa cena che mangiano loro, ovvero un’ottima carne piccante e pane, nulla  a che vedere collo sciapo rancio ospedaliero! A volte ci spacciano pure Schrab o Fenny, forti liquori indiani, ed allora l’iraniano ed io moltiplichiamo esponenzialmente le risate che già di solito ci facciamo insieme. Tutto ciò naturalmente dopo più di un mese di degenza! Quando fui ricoverato ero solo, e solo passai i 13 giorni con pethidine dell’Ospedale ed eroina del francese. Poi la rota tornò furiosa ed allora mi trattarono con il Largactil, ovvero clorpromazina, un farmaco psichiatrico contro schizofrenia e psicosi, di largo uso nelle carceri goane per mantenere tranquilla la popolazione, unito con ampie dosi di Rohypnol, ovvero flunitrazepam, un forte sonnifero, Tavor, ovvero lorazepam, un calmante ed altri antisintomatici. Ricordo solo vagamente delle giovani infermiere che mi venivano a lavare il corpo colle spugne, ed il piacere quasi erotico che ciò mi dava, seppure era esclusa qualsiasi erezione dalle dosi enormi di psicofarmaci.

Un giorno di sole mi sveglio e vedo l’iraniano nel letto a fianco a me intento a leggere il suo librone rosso del Qur’an che aperto è largo come il letto, con tanto di leggio sulle sue gambe: e tu che ci fai qui, quando sei arrivato? gli chiedo.

Son venti giorni che ti vedo dormire sempre come un cadavere! è l’incredibile risposta che ricevo.

GOA_INDIA 6.3

Di solito approfitto della mia degenza in Ospedale per dichiararmi malato ed evitare di andare al processo quando arrivano le date di udienza, solo una volta ci vado dietro insistenza dell’avvocato che necessita della mia presenza per sbloccare un qualche inghippo burocratico, infatti quel giorno non succede nulla di sostanziale secondo me, a parte di mostrare il mio nuovo look al giudice: infatti ho approfittato del barbiere dell’Ospedale per farmi rapare a zero, sia barba che capelli. Al giudice non sembra importare nulla del mio sembrare uno di Auschwitz, anzi coglie l’occasione per dire all’avvocato di quell’altro imputato, un tedesco, uno degli ultimi fortunati ad aver ottenuto la libertà provvisoria, arrestato con appena 10 grammi di fumo, ovvero una tola, la dose minima che si vende in India, ma superiore a quello che la legge prevede per i casi minori, ovvero con 5 grammi, che non si trovano in commercio, si rischia solo un anno di carcere, mentre da 5,1 in su si va per 10 anni minimo! Ebbene il giudice avverte l’avvocato che ha intenzione di revocare la libertà provvisoria che aveva concesso per motivi medici al tedesco. Cazzo! scopro così che il tedesco sta nello stesso Ospedale mio, ma non in cella ed al mio ritorno lo faccio subito cercare e chiamare da un’infermiera, e appena arriva in pigiama gli dico: scappa, scappa subito da Goa, il giudice ti farà arrestare, non andare in tribunale la prossima volta, scappa! Ma il tedesco non sembra preoccuparsi anzi mi dice che sta uscendo a fare spese, se mi serve qualcosa, fumo o che; ed in serata torna con un quartino di roba: brown sugar! Questa volta me la tiro per il naso, e passo una bella serata a chiacchierare col tedesco aldilà delle sbarre, coll’iraniano dentro che ha capito tutto, e persino colle guardie!

Il giorno dopo la pago cara, ricominciano forti i dolori alla schiena e l’ansia mi divora, e mi raschia di brutto la gola. Il tedesco si sente quasi colpevole del vedermi così male, ma io gli dico che lo ringrazio ugualmente che ero stato io a volerla, che mi aveva dato un giorno di vita, ma lo prego di andarsene di scappare.

Non mi sta a sentire, non mi crede, il giorno dopo si presenta in tribunale, libero, e se ne va in manette. In breve sarà condannato a 10 anni per un pezzettino di fumo!

GOA_INDIA 6.4

Un giorno vedo passare davanti le sbarre un’australiana che conosco, una simpatica ragazza psichedelica, che era solita distribuire acidi gratis durante i party privati, una bella persona. La chiamo e le domando che ci fa qui. Son venuta a trovare l’italiana che sta ricoverata al piano di sopra. Cazzo è un’italiana con cui ho avuto un invaghimento intenso una volta durante un party, tant’è vero che Nello ci disse: si vede che vi state sciogliendo solo a guardarvi l’un l’altra, che bello! Ma alla fine del party, rincoglionito più dalla roba che dalla fedeltà coniugale, non le chiesi un passaggio quando accostò davanti a me colla sua moto. Non andai con lei e, come ogni donna rifiutata, non me la perdonò più, infatti seppur si stia facendo un lungo ricovero per un’infezione renale proprio al piano sopra del mio nello stesso Ospedale, non scende mai a farsi due chiacchiere con me!

Invece l’australiana mi inizia subito ad accudire, viene sempre, mi porta un sacco di cose, e viveri, e persino arance che provvede a siringare con liquore, basta che me ne mangi una e sono brillo! Ci facciamo sempre un sacco di risate. Una volta riesco a farmi mandare all’ospedale odontoiatrico fingendo un terribile mal di denti proprio il giorno in cui lei doveva andarci per un trattamento vero e passiamo una bella mattinata insieme nella sala d’attesa senza sbarre di mezzo, riusciamo persino a corrompere la guardia cui sono ammanettato ed andiamo al ristorante insieme a mangiare, in tre, lei, io e la guardia. Una bella amicizia, un conforto quando viene, il contatto umano con una persona in libertà, tantopiù con una donna, è sempre il massimo per un prigioniero.

Finché un giorno mi chiama mentre io dormo, giù giù dentro al buco nero in preda agli psicofarmaci, ed il risveglio mi è duro, mi pare di passare dal dolce cullarmi nella non-esistenza al dolore della vita, dal sogno del soave nulla alla cruda e dura realtà delle sbarre della prigione, già devo essermi assuefatto agli psicofarmaci, già non sono più un palliativo contro l’astinenza da oppiacei, ma fungono da vera e propria droga, mi dan piacere. Ed il fatto di esser risvegliato a gran voce mi molesta tantissimo. Mi alzo di malumore, incazzato nero proprio come una tigre in gabbia che si avventa sui visitatori le sputo in faccia che non mi deve MAI mai svegliare, che quando dormo è l’unico momento di vita, che la veglia è prigione, che mi deve lasciar dormire.

Non la vedrò mai più.

Grazie amica australiana, la tristezza del non vederti più, il rimorso la pena di averti trattata male: proprio a te che mi hai aiutato tanto senza esser nessuno, mi fa capire che già basta, che due mesi e mezzo di ospedale, chiuso in una celletta 24 ore al giorno solo con quest’iraniano pazzo, sono troppi! Voglio tornare in carcere, e soprattutto decido di smetterla immediatamente cogli psicofarmaci, che continuare a prendere sonniferi e la robaccia ancora peggio che mi danno vorrebbe dire farmi davvero 20 anni di galera, accettare la condanna nel volerla rimuovere dimenticare, che NO! che devo lottare, basta dormire, son guarito, devo star sveglio, attento sempre con tutti i miei 5 e 6 sensi come un’animale da preda quando esce a caccia.

Non voglio più il bromuro, il rincoglionimento, l’oblio: basta colle pastiglie e che la lotta continui fino alla libertà!

vai al sedicesimo capitolo -> cap16

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