cap11

GOA_INDIA 4.1

Anita è lì che dorme in piedi dall’altro lato delle sbarre. Si vede che tutta questa storia comincia ad essere troppo per lei, è strafatta, dolce e lontana, trasognata e bellissima. È più di un mese che sta sola colla bambina, col suo male che le dovrebbe imporre il riposo assoluto. Erano anni che facevo io tutti i lavori di fatica, tante le fatiche qui in India dove l’acqua te la devi tirar su a mano dal pozzo profondissimo e poi portartela a casa, dove la spesa te la devi portare a mano, chilometri fra le montagne sull’Himalaya d’estate, o qui a Goa d’inverno ove per raggiungere il nostro rifugio sotto i rami del Banyan Tree, l’Albero Sacro, l’Albero immortale, nel cuore della giungla in collina ci sono due chilometri sino al lago sulla spiaggia, e da lì altri due chilometri al lido del villaggio, che a sua volta sta a un chilometro e mezzo dal negozio di alimentari dove ci riforniamo, quasi sempre a credito, per mesi. E quando non c’è l’acqua o la spesa, c’è sempre la bambina da portare in braccio.

Anita e Parvati all’antico Tempio del Sole – Suryia Mandir – Giungla di Omkareshwar – l’isola a forma di OM nel Fiume Sacro Narmada al centro dell’India ove il Re delle scimmie veniva a sedersi con noi intorno al fuoco – Madyha Pradesh – 1986/1987

Conobbi Anita la prima volta quando avevo 15 anni e venne colle sue due amiche, di cui una sarebbe poi stata nostra testimone di nozze, una sera d’inverno alla sede di Lotta Continua con grande eccitazione di noi ragazzi che stavamo lì. Anita era famosa in città: bellissima, faceva parte di una banda di beatnik all’americana, macchine sportive, alcol, riappropriazioni, danze e risse nei night club, sesso droga rock’n’roll; molto diversi dai politici rivoluzionari di cui facevo parte, ma alternativi come noi, tanto irrimediabilmente alternativi che frequentavano le patrie galere più spesso dei militanti pronti a tutto solo a parole. Il popolino di quella cittadina provinciale inventava barzellette zozze fantasticando su Anita, e ripenso alla mia eccitazione quando uscii con lei, eppure in quei tre giorni che ci frequentammo ci fu solo un bacio lunghissimo al cinema, un bacio tanto dolce e sexy che rimase lì sulle mie labbra e nel cuore fintanto che continuò magicamente appena la rincontrai nove anni dopo.

Tornavo dai primi due anni miei in India ove, pur avendo inizialmente smesso il vizio di bucare eroina che avevo contratto in Italia quando il movimento fu sconfitto sanguinosamente nel 1977, dopo un anno circa ricominciai colla morfina, e, quando mi scoppiò una dissenteria bacillare che mi stava prosciugando, mi creai l’idea fissa, figlia dei miei sensi di colpa cattolici, che fosse a causa del mio vizio e non del bacillo intestinale che le analisi delle feci avevano individuato, quando di fatto era la morfina che mi tappava il culo per qualche ora al giorno e mi permetteva di restare in vita. Ma tant’è! decisi di smettere e mi buttai nel deserto senza niente: da due grammi quotidiani di purissima morfina governativa a zero, senza manco una rupia per poterci ripensare! Il coctkail di dissenteria ed astinenza mi stava uccidendo velocissimamente, dormivo al Samsaan Ghat, ovvero dove bruciano i morti e Jeanmi, il corso che viveva lì con me, mi diceva sghignazzando: Ta gueule! Chaque matin tu te réveille pire, un de ce jours on va te retrouver mort! Perdevo un chilo al giorno e dopo venti giorni ero uno scheletro che si trascinava sotto al sole assurdo per sforzarmi di bere un frullato di yogurt al dì che poi inevitabilmente vomitavo subito; e non riuscivo manco a stare seduto.

Mi salva ancora una volta l’Arcangelo Michele, nelle sembianze di uno svizzero sconosciuto che una notte mi porta nella sua stanza, mi da un pallone di un oppio buonissimo ed appena mi riprendo un po’ mi dice: all’alba parti ecco i soldi ed appena arrivi a Delhi comprati un grammo di morfina e poi corri subito all’ambasciata italiana. E così feci e, dopo una breve parentesi nell’Est West Medical Centre ove mi mise l’ambasciata, dal quale sopravvissi grazie a Silvana che mi svegliò dal coma farmacologico che mi avevano indotto col piano di lasciarmi morire per consunzione facendo pagare a mio padre una retta esorbitante, fuggii a forza e costrinsi il console a rimandarmi a casa.

In Italia i medici sia ospedalieri che privati mi diagnosticarono una “sindrome da campo di concentramento” giacché persone di trenta chili si erano viste solo fra i sopravvissuti di Auschwitz, ed io s spiegar loro invano che no, che era avvenuto tutto nell’ultimo mese, che non venivo da anni di fame… eppure in cuor mio mi convinsi che sì, che era karma, che in un’altra vita dovevo aver passato un’eternità nei lager nazi, che avevo il segno della prigionia impresso nel DNA. Mi curarono con antibiotici, anabolizzanti e, dopo le mie iniziali resistenze, con alti dosaggi di morfina cui, secondo loro, oramai non potevo far più a meno… che tanto: la da gratis il governo a tutti i tossici! Era il 1980.

E così fu che, scappato pure dall’ospedale dell’Aquila ove avevano un sospettissimo piano di recupero lento di sei mesi in psichiatria, già in forze dopo venti giorni di pere spaghetti salsicce e pecorino, una meravigliosa mattina d’estate col sole alto nel cielo, al  Centro Antidroga rincontro Anita, cui stavano diagnosticando un’epatite cronica, andiamo fuori a farci un cannone ai giardini, e lì proseguì quel bacio, dolcissimo erotico, promettente, intenso, quel bacio che durava nell’altro mondo da nove anni e che eterno dura ancora.

Stavolta non ci separammo più, la portai da un mio amico della sinistra rivoluzionaria, un anziano luminare della medicina, che conferma la terribile diagnosi, ed in separata sede mi dice: Rodolfo, se non c’è grande amore lasciala che ha solo due, tre anni di vita al massimo.

fototessera di Anita che trovai esposta ingrandita nella vetrina di un fotografo in un vicolo di Nuova Delhi – 1982

Ma il grande amore c’è ed io le dico andiamo in India, dai medici tibetani rifugiati col Dalai lama a Dharamsala, ove anni prima mi avevano curato un terribile epatite acuta in soli tre giorni. E così fu. Dolma, la dottoressa tibetana, dice: non esistono malattie croniche incurabili. E la prese in cura, certo dopo un anno o giù di lì le disse: secondo me stai assumendo qualche veleno, perché la guarigione totale non avviene… ed era vero bucavamo eroina, erano arrivati gli afgani, rifugiati dall’invasione sovietica, con quintali di eroina a duemila lire il grammo, e fumavamo minimo 10 grammi al giorno di charas, la resina di cannabis himalayana. Nonostante ciò Anita non peggiorava più e viveva felice e piena di energia, creando e mantenendo in piedi intere feste in giro per l’India ove incantava centinaia di persone fino all’alba colla sua chitarra e voce.  Dopo quattro anni tornammo in Italia, e scegliemmo di farvi nascere Parvati affinché fosse immediatamente vaccinata alla nascita contro l’epatite e così allattata al seno.

Ci sposammo nella chiesa di santa Maria d’Appari, ove apparve la Madonna col Cristo morto fra le braccia e quella Visione fu l’ispirazione per la Pietà di Michelangelo, e tutti gli amici presenti al mio matrimonio sono oramai morti, chi d’overdose, chi d’Aids, chi di altre complicanze.

L’Aquila – 7 aprile 1984

Ed il mio amico medico mi diceva: non so come sia possibile, Anita ha 7 differenti virus di epatite attivi, voi scopate e bucate insieme senza precauzioni, e tu non ti contagi, è impossibile. Ma a me non aveva mai sfiorato l’idea che Anita, l’amore mio, potesse contagiarmi, noi facevamo tutto per amore con amore e l’amore protegge cura guarisce.

Però ora dopo nove altri anni sempre insieme nel bello e nel cattivo tempo, in un’alleanza totale ed intensa, dopo nove anni da quando le diagnosticarono l’epatite con due, tre anni di vita al massimo inclusi nel prezzo, per la prima volta mi preoccupo e vedo che Anita può peggiorare. Sta ancora bene ed è bellissima, ma la sua stanchezza, la sua testa appoggiata alle sbarre della mia cella maleodorante, quegli occhi belli chiusi e trasognati, parlano del dolore la solitudine la disperazione che iniziano a far breccia e che tiene a bada aumentando le dosi di eroina e di fumo, parlano del fatto che il gioco è finito.

Anita @ Arambol village – Goa – India – fine anni ’80

È finita l’avventura, l’esperienza di una qualche settimana di galera. Oggi che mi è così vicina, la tocco le parlo mi passa la roba con un bacio, e in quel bacio non c’è solo la roba, da quanto non ci baciavamo così? Magici baci distanziati ognuno magicamente da nove anni. Così appassionatamente, così dolcemente e voluttuosamente attraverso quelle sbarre così dure. Quante volte da quando son qui ho pensato a questa realtà, così illusoria, così transitoria, eppur così solida, dura ed indeformabile come quelle sbarre che mi tengono dentro.

Mi mangio le mani: l’occasione di scappare l’avevo avuta e cazzo! Pensavo ancora fosse un gioco come sembrava lì a Mapusa, un bengodi in prigione, e quando lo sbirro mi stava portando al tribunale eravamo solo lui ed io camminando per la strada. Io ammanettato a un braccio solo e lui che tiene la catena colle mani, niente più. E di colpo sulla salita passa Frank, un austriaco in  motocicletta, mi vede e si ferma, e mi fa cenno colla testa: dai sali! monta in moto e ce la battiamo e chi ci becca più? Cazzo lui vive in un villaggio semisconosciuto ove potrei nascondermi un po’ di tempo e poi andare via, già conosco i sentieri di giungla per arrivare in Maharashtra, un altro stato, un’altra legge, laddove scappò Thomas il ceko pluriomicida, con tutta la polizia che lo cercava dopo aver massacrato 4 persone col suo machete tedesco nel nostro paradiso tropicale che tanto facilmente si trasforma in un inferno. Ed io avevo in tasca un accendino con cui potevo bruciare la mano dello sbirro cosicché lasciasse la catena e via sulla moto, ma non lo feci, più per pigrizia che per paura, ero sicuro d’uscire presto, e non volevo rinunciare alla mia comoda vita goana.

Allora chiedo ad Anita di contattare Peter D’Souza, l’avvocato di cui mi parlò Amon, e lui viene a colloquio con me. Peter è giovane. Alto, piacente nella sua eleganza semplice, capelli brizzolati ed occhiali da studioso, e subito mi dice: già non esiste più la libertà su cauzione, dimenticati di uscire in fretta sei stato il primo ad essere stato preso dopo che il governo ha emesso una circolare abolendo la cauzione per casi di droga, quello che posso fare per te è combattere affinché ti faccia 10 anni invece dei 20 cui hanno intenzione di condannarti, come pubblico esempio per tutti, l’ufficiale che era a capo dell’operazione quando ti arrestarono è incorruttibile, e per questo il giudice Batta, altro campione del fronte giustizialista anti-corruzione, crederà ciecamente alla sua testimonianza; non hai alcuna possibilità di assoluzione, io punto ai dieci anni.

Non mi arriva un gran colpo, era da un po’ che, anche se all’oscuro di informazioni, dopo aver cambiato tre avvocati che mi promettevano di uscire domani dicendo che era solo questione di soldi, già lo sentivo nel mio cuore, già avevo capito che la storia è pesantissima, che la libertà è lontana e nascosta dietro pericoli ad ogni angolo, che la mia stessa vita, e quella di Anita sono in serio pericolo.

Non ho alcuna intenzione di farmi 10 anni di carcere, io devo uscire ed uscirò prima, però questo giovane avvocato che sinceramente, carte alla mano, mi dice che non ho alcuna possibilità di farlo, mi piace, è un buon punto di partenza, la sincerità e l’onestà sono il mio terreno. Sento un rilassamento e lo assumo: Peter sarà il mio difensore di fiducia lì in tribunale a combattere con onore e professionalità una causa persa, mentre io dal carcere dovrò industriarmi a trovare la mia via d’uscita, e la troverò.

vai al duodecimo capitolo -> cap12

3 Responses to cap11

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  2. silva says:

    …Quando per accompagnare la mia amica stefania mi ritrovai nell’uffico del console, non mi aspettavo che al sentire il mio nome saltasse dalla sedia a chiudere la porta!…Fu cosi’ che seppi di Rodolfo ricoverato all’ospedale in “condizioni veramente impressionanti”.
    …L’avevo visto circa 3 mesi prima a Bombay e stava bene e me lo rivedo uno scheletro rimbambito di tranquillanti in un letto d’ospedale; ero convinta che i medici non ci capivano nulla e che era cosi’ magro per colpa delle loro cure sbagliate, per questo lo aiutai a fuggire, purtroppo lui stava veramente male e collassò un paio di giorni dopo in una caffetteria di pahar ganji, a quel punto tornare in Italia era la cosa migliore che potesse fare, anche se so che non ne aveva affatto voglia, come tanti altri che a quei tempi viaggiavano dall’india al nepal, dal nord al sud, una vita di eterna avventura,alla ricerca di se stessi e del proprio karma.
    A mio riguardo devo dire che l’India, (la madre, il cuore pulsante della spiritualita’ dell’anima e dell’umanita), e’ stata precisa come un oracolo, e come un oracolo, non ha sbagliato.
    p.s…vedi che lo leggo?…e’ scorrevole e piacevole da leggere..condividilo di piu’..ti abbraccio.

    • admin says:

      WOW!!!
      Silvana grazie! grazie per avermi salvato la vita allora, saltando fuori dal nulla, o meglio contrabbandoti fuori dalle disgrazie del nostro amore … sai che in India c’era una compagnia di lampadine che si chiamava Sylvana ed io ogni volta che vedevo un suo negozio: cuore in gola?.
      E grazie per scrivere questo commento oggi Silvia… anadale questa tua sicuro entra con onore nell’edizione definitiva di questo libro!!!
      TVB

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