cap04

GOA_INDIA 1.6

Per ingannare l’attesa decido di andare a Vagator, a passare la giornata al mare, prendo una moto-taxi e mi faccio lasciare al bordo del dirupo che dà accesso alla spiaggia di Small Vagator, ci sono vari sentieri per scendere a piedi, prendo il più veloce, vado giù diretto. Lascio i miei vestiti e le ciabatte al chai shop, una capanna sulla spiaggia, e mi butto nell’oceano, che piacere! le acque fresche e le onde alte e vive di quando si avvicina il monsone, faccio un po’ di body surf, poco, non è come da noi ad Arambol, questa baia è molto piccola e stretta. Esco fuori dal mare, recupero il mio marsupio con tutti i miei averi lasciato sul bagnasciuga e vedo che c’è ancora poca gente dato l’orario. E così decido di andarmi a fare e prendo un sentiero, il più nascosto che risale quasi tutto il pendio, dall’altro lato rispetto all’entrate, un lato poco battuto e che dà accesso ad una piattaforma segreta e tranquilla ove potrò farmi in pace, non che non ce ne siano di posti così giù ma rischi sempre d’incontrare qualcuno che magari ti convince ad offrirgli un po’ di roba.

Fumano quasi tutti qui, quelli che si fanno; le canne invece la charas e l’erba le fumano proprio tutti, tutti. La gente che si buca al mare non ci va, io son un caso a parte, molta gente nemmeno sospetta che mi buchi o che mi faccia, sono uno a cui piace lo stesso fumare tutto il giorno e prendere l’acido alle feste; certo per me è più facile, se coll’acido dovessi vedere le brutte posso sempre farmi, in realtà non mi succede quasi mai. Le brutte le vedo perché mi faccio, perché devo andarmene isolarmi nascondermi, rinunciare ad una ragazza a festa, per la fedeltà alla roba ed a mia moglie che a volte diventano una cosa sola, per questo senso di colpa che anche se non lo dico ce l’ho, per il sangue che devo vedere ogni giorno, per il patto scellerato, per il sapere che tanto me la cavo sempre io, che lei mi protegge, che caldo e freddo non esistono per me, finché abbia i soldi per comprarla, la roba, il benessere garantito, la rimozione di ogni cosa di ogni problema, di ogni male, e di ogni bene giacché tutto ha un prezzo. Più spesso le brutte per cui mi faccio d’urgenza non sono  quelle della rota, l’astinenza le poche volte che ci arrivo è terribile, impensabile, indescrivibile, la follia in Terra, l’inferno; più spesso le brutte per cui mi faccio d’urgenza sono le liti con mia moglie, o il dolore di rinunciare a qualcosa che voglio, una donna, un’avventura, un viaggio sacro, un’esperienza magica, è questo il brutto da cui sfuggo: me stesso; a parte quando mi faccio troppa coca o amfetamine.

E incontro la mia grotta vegetale, non c’è mai nessuno qui, non credo nessuno la conosca, forse ci dormiva qualcuno l’anno scorso ma ora no, è sempre sola, fresca fra gli alberi, alta alta sul mare, una bella postazione. Mi faccio, accendo una sigaretta, buona la roba di oggi, sì questa sì, sarà contenta Anita, varrà la pena dell’attesa sua lunga, lunga un’intera giornata, ha detto alle 5 di ripassare il pusher e sono solo le 11 o mezzogiorno. Metto via tutto la siringa ben lavata la nascondo fra le piante e ci metto pure la bustina di plastica colla roba, meglio non rischiare, ci possono esser dei controlli, ogni tanto vengono a caccia di soldi gli sbirri, è sempre un terno al lotto qui a Goa, fughe, nascondigli, facciamo di tutto noi, ma non perché sia facile, o consentito, anzi, lo facciamo perché lo vogliamo fare e siamo qui per farlo, ma ogni tanto beccano qualcuno, e pare che la cauzione sia sempre più cara, spesso bisogna fare delle collette fra tutti per tirarli fuori.

Certo ora non è più uno scherzo, dopo l’assassinio di Indira Gandhi, ora che il potere è passato a suo figlio Rajiv, quello che ha studiato in America, non il delfino, l’erede politico originale il figlio Sanjay è morto in un sospettissimo incidente aereo anni fa. E Rajiv ha subito pensato di passare dall’altra parte, di saltare il muro, di rompere l’alleanza che suo nonno Nehru aveva fatto coll’Unione Sovietica appena dopo l’indipendenza indiana, e che sua mamma aveva sempre mantenuto, per lo più a livello geo-politico in chiave anti-cinese, pur essendo lei personalmente fra i fondatori della terza via, il movimento dei paesi non allineati. No Rajiv si è alleato subito cogli Stati Uniti, pagando con una nave piena d’oro partita alla volta di Londra, ed entrando nella guerra alla droga di Ronald Reagan: cioè qui costava troppo poco, ci voleva un salto di qualità, e così l’India, paese in cui fino all’altro ieri non c’era nemmeno una legislazione al riguardo, la droga faceva parte del Cosmetic Act, una specie di evasione fiscale che si pagava al massimo con sei mesi di carcere, proprio per quegli sfigati che non avevano da pagare la multa in tribunale; e così l’India fa una legislazione di corsa nel 1984 in cui tutto è vietatissimo, una legislazione copiata alla peggiore del mondo quella malese solo sostituendo la pena di morte a 10 anni di carcere, dicono, senza alcuna distinzione fra consumo e spaccio. Ma, per fortuna che qui c’è il bail, la libertà su cauzione, paghi e via, e tutto è continuato come prima, a parte i prezzi, è ovvio, ma d’altra parte l’eroina qui prima non c’era, qui c’era solo morfina medica governativa quasi gratuita, roba da 2000 lire al grammo.

Poi i russi hanno invaso l’Afganistan, e torme di “rifugiati” hanno invaso l’India, ed i rifugiati erano gli spacciatori che portavano l’eroina, per finanziare la resistenza dicevano, e fu un gran business giacché la resistenza erano i Signori della guerra, i Mujaheddin, che con i soldi degli Stati Uniti contendevano il territorio all’Unione Sovietica, territorio che prima non valeva niente ma che ora si chiama la mezzaluna d’oro, ed è la zona di maggior produzione d’oppio del mondo, dopo che gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Vietnam, ovvero nel triangolo d’oro. Pare che le guerre siano sempre guerre di droga. Chissà da quanto da quando, certo che pur a stare nell’ultimo anello della catena, quello del consumatore, se ne sanno di cose che il mondo non sa. Ed oramai tutta l’India è scimmiata, quella Suklaji street a Bombay, la mitica strada delle puttane e delle fumerie d’oppio, ora è una fumeria a cielo aperto di eroina, migliaia di riksaw-man (i centauri dei risciò a pedali) invece di dormire la notte come facevano prima, girando il sedile del passeggero sulla canna della bicicletta e creando un lettino di un metro in cui si rannicchiavano in bilico quelle 4 ore in cui non c’è attività, ora si siedono a fumare e a piqué du né, ovvero a stare in coma lì seduti fra una fumata e l’altra di brown sugar sulla carta stagnola, a migliaia, strade intere, quartieri interi, ed in mezzo la polizia colle sedie, a bersi liquori, ed a contare i clienti dei pusher per non farsi fregare sulla tangente.

Torno sui miei passi, appena fatti pochi metri di discesa verso la spiaggia già ho deciso di farmene un’altra, troppe ore da aspettare, meglio rilassarsi un po’ qui, la roba ce l’ho, e stasera mi da gli altri tre grammi, che m’importa? E ritiro fuori roba spada e cucchiaino dal nascondiglio, mi accendo una sigaretta, e mi faccio un’altra pera.

Stavolta quasi non c’è flash, quella sensazione piacevolissima erotica di calore che ti sale e ti avvolge in una coperta d’invulnerabilità, di sicurezza, di menefreghismo totale. Quello che è il flash non si sente quando si è già troppo fatti, quando i ricettori delle cellule di tutto il corpo son già pieni di morfina, non ne può entrare altra e non c’è cambio. L’eroina ristagna nel cervello, nel sangue. La coperta allora è totale, una totale deprivazione sensoriale, tutto è staccato dall’esterno, no connection, non si percepisce più nulla. In questo stato ci si può bruciare senza accorgersene o congelare o quello che sia; anche se di solito non succede, è difficile che l’eroina ti lasci morire, senza il suo ospite non può girare per il mondo, non può vivere, non può parlare, non può godere dei piaceri della carne. E lo protegge il suo ospite, però giusto all’ultimo, quando rischia la vita. Ogni eroinomane è pieno di bruciature di sigaretta, non ha più un lenzuolo sano. Però sta bene, non c’è nulla di più piacevole del non sentire più nulla. E spesso non ci sono nemmeno i sogni, c’è il nero, ed il corpo non soffre, non sente il peso della gravità, la fatica di vivere, di pensare, dell’autocoscienza.

È il cosiddetto stato vegetale, anche se di piante così non ce ne sono molte: quasi tutte le altre a parte il papavero son piene di gioia di vivere di fiorire di farsi belle di offrirsi per l’alimentazione, e si vestono vanitose di meravigliosi colori per chiamare gl’impollinatori, è tutto un piacere sessuale e riproduttivo e zuccherino, ed è tutto un tripudio di scambio coll’ambiente un mercato un messaggiarsi un comunicare un cantare col vento un volare di semi di pollini di ormoni di profumi, la quintessenza della vita della bellezza dello spirito estetico della gloria della gioia. Nulla di più lontano dal coma oppiaceo, davvero la nostra definizione di stare come un vegetale è la più sbagliata per definire un coma, lo stare così strafatti forse è più vicino al riccio che si chiude, all’animale in letargo, sì un’animazione sospesa in attesa di tempi migliori. Quando non si è abbastanza forti contro il pericolo e ci si chiude come fa il riccio, o quando l’ambiente è così ostile e non ce la si fa come l’orso d’inverno quando non c’è più nulla da mangiare ed allora va in letargo. Forse quando non si è convinti di perché vivere ma nemmeno di morire, si va in ibernazione, ma l’ibernazione dura solo poche ore, e poi ci si deve alzare per farsi ancora che sennò… ed allora colui il quale che aveva rifiutato il lavoro, non lavoro per questa società ingiusta di cui non accetto i fini né i mezzi! non lavoro per nessun re o padrone! ebbene proprio quello si trasforma in un’implacabile macchina per far soldi. Soldi che fanno gozzovigliare in tanti, ma che essenzialmente devono fluire a fiumi verso le zone di guerra in Afganisthan, ove si devono comprare le armi americane e russe, ove si deve creare il benessere mondiale.

Ed è un rigirarsi e grattarsi grattarsi grattarsi a sangue, che piacere quel grattarsi, cercando di risvegliare il corpo la pelle mentre la si dilania colle unghie. Quella sensazione di umido di caldo così simile al grembo materno, all’odore di pipì di quando si era piccoli che era un richiamo sicuro alle attenzioni della mamma. La mamma, il meraviglioso essere dispensatore di tutto: piacere cibo amore pulizia. Il vivere di lei e per lei, la mamma, l’eroina. E non c`è pensiero, non c’è coscienza intellettuale, solo coperta calda coperta erotica e quel semi-risvegliarsi continuo è così voluttuoso poiché permette di rendersi conto di esserci, e così godere dell’esser strafatti un momento, e poi giù di nuovo nel buco nero, nel silenzio nell’incoscienza.

E in quell’incoscienza tutto resta uguale, non c’è evoluzione, tutto è fermo, qualsiasi cambiamento è fatica, qualsiasi movimento del corpo o dell’anima richiede energia, coscienza, e allora no allora si accetta tutto, tanto che m’importa? E se devo decidere che sono uno scemo un represso che rimango negli atteggiamenti infantili e nelle convinzioni e superstizioni, be’? ben venga, tanto domani mi faccio ancora e tutta questa fatica di cambiare di evolversi, tutto quel freddo che potrebbe esserci lì fuori, quel conflitto, quegli artigli della coscienza, quei denti della colpa del rimorso, meglio le carezze di mamma, che consola che dice che hai sempre ragione che gli altri son cattivi che lei c’è sempre e ci sarà sempre a cullarti fino all’oblio.

GOA_INDIA 1.7

Mi sveglio, cazzo dev’esser tardi, afferro la spada la roba, le metto nel marsupio e scendo giù veloce verso la spiaggia, fa caldo son sudatissimo appiccicoso, magari un bagno al mare ci starebbe proprio bene, e mangiare qualcosa. Scendo scendo scendo e devo aver sbagliato strada per quanto son sconvolto perché di camminare su queste radici con tutte queste spine, proprio non me lo ricordo. Ed è faticoso camminare in questa macchia di palme in mezzo a tutte queste radici spinose, avanzo come un bradipo. Da dietro l’ultima palma, l’agognata meta, quella che dà sulla spiaggia, ove inizierà la sabbia e finirà la tortura per i miei piedi, dalla palma spunta uno sbirro, e mi vede e mi grida qualcosa.

Faccio dietrofront e mi do alla fuga, fuga da bradipo, fuga al rallentatore, fuga svogliata, fuga rassegnata, non voglio farmi male ai piedi, non ce la faccio a correre, non ne ho voglia, mi muovo così, mi sento il padrone del mio territorio, una specie di Tarzan in una jungla a rilento, una bolla di realtà a tenuta stagna; ed invece la rompe lo sbirro la bolla di pace e con i suoi scarponi militari non teme le spine e avanza più veloce di me e presto mi acchiappa.

Uno strano senso di rilascio, un pensiero: è fatta, è finita ‘sta vita, ‘sta tortura, è finita, era ora!

Lo sbirro mette mano al mio marsupio, l’unica cosa che ho, e ne tira fuori due cose: il chillum, un antico chillum di pietra proveniente da un tempio di Hampi, la città ov’è nato Hanuman, ove al fiume ci sono pietroni grandi come una casa giacenti nelle posizioni più assurde, cosiccome le lasciò il fortissimo Hanuman bambino quando con questi pietroni enormi ci giocava come noi facciamo colle biglie. E col loro accavallarsi i massi giganteschi formano dei ricoveri dentro cui vivono migliaia di scimmie che urlano e litigano e ridono tutto il giorno, eccetto quando al tramonto quella di loro che sta di vedetta fuori le chiama, ed allora salgono tutte e si siedono a gambe incrociate sui pietroni e scende il silenzio e tutte osservano lo scendere del sole in meditazione fino al momento in cui sparisce del tutto, ed allora all’unisono ricominciano ad urlare a litigare a ridere. Sono intelligentissime le scimmie di Hampi, son il popolo di Hanuman, e sanno quello che vogliono: una volta dieci anni fa mentre mi bagnavo al fiume hanno messo mano alla mia borsa ed è scappata via la scimmia ladra sghignazzante col mio passaporto in mano e correva ed io a correre e tutti a corrergli dietro finché uno dei miei compari di canne non riuscì ad impaurirla agitando una camicia ed allora lei lo lasciò il passaporto ed il resto del pomeriggio lo passammo fra le pietre a ricercarlo.

Tira fuori il chillum e la spada lo sbirro dal mio marsupio, tutta la mia attrezzatura, e mentre io mi dimeno cercando di divincolarmi dalla sua presa, lui grida come una gallina: officer ider ao, e l’ufficiale arriva. Cazzo in borghese! E visti gli attrezzi mette la sua mano nel marsupio e tira fuori la bustina di roba e le poche banconote che ho. Chiama altri agenti in divisa ed esco dalla macchia ammanettato, le manette attaccate ad una catena con uno sbirro che mi trascina come un capo di bestiame.

Cammino tranquillo, rilassato, docile, con un solo strano pensiero: è fatta, era ora, è finita ‘sta vita di merda.

Sulla spiaggia c’è un intero battaglione di sbirri con caschi scudi e manganelli, saranno una cinquantina, più questi della borghese ed altri sciolti che girano; cazzo una vera e propria operazione politica, un repulisti di fine stagione: non amano proprio quelli che restano qui a Goa fuori stagione, il business del turismo finisce, i soldi non entrano più; e molti di quelli che restano, restano perché non hanno soldi per andarsene, né per restare, ed allora i giornali cominciano a lamentarsi, e le autorità provvedono.

Sulla spiaggia si avvicina un ufficiale in divisa, con un sacco di stellette, e quello in borghese gli mostra ciò che mi ha sequestrato chiamandolo comandante, e lui fa cenno di portarmi via. Tento invano di convincerli a farmi prendere i vestiti dal chai shop, ci passiamo proprio vicino, ma loro no, mi trascinano via a forza, così scalzo e in perizoma! Mi portano veloce su per la costa e sul pianoro c’è un autobus verde della polizia, mi consolo al vedere che è pieno di prigionieri, saranno più di venti, ma appena ci salgo su mi rendo conto di esser l’unico ammanettato. Domando, conosco quasi tutti: son tutti lì perché non hanno il passaporto dietro, nessuno porta il passaporto al mare per farselo rubare, tutta gente che non dovrà nemmeno pagare, dovrà solo mostrare il passaporto. Ridono fra di loro e si lamentano cogli sbirri, a me nemmeno l’hanno chiesto il passaporto. Son il colpo gobbo io. Tutti mi guardano le manette, si mette male! Vabbe’, penso, i soldi ce li ho, si tratterà di pagare, come al solito.

[Rodolfo de Matteis, li 22 aprile 2010]

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