cap27

GOA_INDIA 14.3

Ma tant’è: Anita insiste che devo farmi vedere! Cazzo è la notte di Capodanno, e ad Arambol sarà aperta solo la ben cara clinica della dottoressa, all’entrata del villaggio, a più di tre chilometri indietro dal luogo ove mi ha morso il serpente, già a poche centinaia di metri dal lago e dalla festa cui agogno di andare. Più di tre chilometri da farci a piedi…

La clinica è aperta, o apre apposta per me, la dottoressa mi mette su di un lettino, in osservazione. Dopo un paio d’ore dice che posso andar via tranquillo, che il pericolo ci sarebbe solo se dalle ferite causate dai denti del serpente fuoriuscisse sangue in tale quantità da farmi rischiare il dissanguamento, in quanto il veleno del serpente è un potente anticoagulante. Di fatto il sangue continua ad uscire ininterrottamente, ho due rigagnoletti rossi disegnati sul piede, ma il serpente era piccolino e pureì i suo denti e così il flusso è scarsissimo; e non avendo io altre emorragie interne o esterne, la dottoressa mi dichiara fuori pericolo.

Ma ad Anita non basta, vuole il mitico siero anti-vipera, l’antidoto. In Clinica non ce n’è. L’unica opzione sarebbe andare all’Ospedale di Pernem, una ventina di chilometri a Nord-Est, al confine di Stato fra Goa e Maharashtra. Ormai la festa è andata, son le due di notte, sono avvolto in un manto di nashá (come in hindi è chiamato lo stupore dato da qualsiasi droga) l’effetto del veleno del serpentello a livello nervoso centrale è di una tranquilliità calda ovattata e soft, proprio un buon sballo d’anno nuovo! Ed allora la lascio fare, sono nelle sue mani, sono suo, suo quando ha succhiato via il veleno dal morso colla bocca rischiando forse la sua vita nel salvare la mia e cosiccome ora quando crede che non sia stato sufficiente, suo quando rinuncio ad andare colle altre cosiccome quando litighiamo furiosamente eppure non vado via… non l’abbandonerei mai! Bernardette, la decana dei nudisti di Arambol un giorno venne a casa nostra a dirci: tutto il villaggio è preoccupato si sentono grida e rumori di colluttazioni venir fuori da qui ogni giorno, ma insomma… perché non vi separate?

Separarci noi? Ma se ci amiamo così tanto!

GOA_INDIA 14.4

Ed Anita contratta un taxi, carissimo, è la notte di capodanno! ci costa 250 rupie invece di 50 ma ci porta tutti all’Ospedale di Pernem! Cazzo proprio lo stesso pronto soccorso ove portai l’italiano morto per overdose! Ma nessuno mi riconosce, o meglio non c’è nessuno, è una specie di film di suspense: un’androne vuoto ed oscuro, enorme, con solo un lontano odore a disinfettante… bussa e ribussa che si fa viva una persona inidentificabile avvolta com’è in un manto d’oscurità che ci dice: sì, sì, sicuro che c’è un medico questo è un ospedale sedetevi ed aspettate che lo chiamo.

Dopo un sacco di tempo mi fanno entrare, da solo, in una stanza anch’essa semi oscura, sembra non si voglia disturbare il manto di sonno in cui è avvolto il dottore, irriconoscibile nella penombra, cosiccome l’intero ospedale.

–       sai che tipo di serpente ti ha morso? –

–       no, non lo conosco e poi era notte e non si vedeva niente –

Mi si avvicina con un siringone enorme, mai visto, dev’esser un litro!

–   no problem ti faccio il siero governativo standard: contiene gli antidoti a tutti i 14 serpenti velenosi esistenti nello stato di Goa… –

–  non è che è fatto col sangue di cavallo? Io sono allergico! –

Sin da piccolo papà mi ricordava sempre, se ti fai male non farti fare l’anti-tetanica che potresti morirne. I vaccini sono stati inventati iniettando il veleno, o l’agente dell’infermità in oggetto, nei cavalli i quali avendo un sistema immunitario molto più forte di quello umano sviluppano degli anticorpi che ne neutralizzano gli effetti. Dal sangue del cavallo, oramai contenente gli anticorpi, si produce poi l’antidoto. Però alcune persone come sono allergiche al contatto del siero animale col proprio sangue cosicché per loro ci sono dei farmaci alternativi sviluppati sinteticamente, ovvero grazie a batteri.

– son finiti i tempi in cui si usava il cavallo… – seppur sibillina la risposta del dottore mi convince trattarsi di siero sintetico e nella notte di festa e celebrazione mondiale io mi lascio inoculare il siringone alla Frankenstein.

GOA_INDIA 14.5

La mattina dopo, il 1º gennaio, mi sveglio per il dolore alle labbra, fortissimo. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco più: non solo le labbra, livide enormi tumefatte e dure come quelle di un rospo baciatore, ma tutta la faccia è gonfia e gli occhi che mi guardano dallo specchio piccoli e stretti mi dicono sicuri: certo che non lo fanno più col sangue di cavallo… quest’antidoto è fatto col sangue di porco!!!

Il medico del dispensario pubblico di Arambol, ora aperto, conferma i miei sospetti, si tratta di una reazione allergica al siero! Ma dice di non preoccuparmi, se avessi dovuto avere una crisi anafilattica grave sarebbe già avvenuta, si tratta solo di una reazione minore e mi da alcune pastiglie che m’impediranno la temuta trasformazione in un maiale. Piuttosto, aggiunge il doc,  i problemi te li darà la gamba, destinata a gonfiarsi e a dolerti! L’antidoto serve solo ad impedire la morte per asfissia, blocco cardiaco o dissanguamento che potrebbe dare il veleno dei serpenti, ma non gli effetti locali del morso.

GOA_INDIA 14.6

Mentre faccia e labbra mi si sgonfiano il piede e la caviglia si gonfiano, le dita sono salsicce irriconoscibili e doloranti, brucia tutto, sto a casa, al caldo, disteso con la gamba sollevata sperando che non si gonfi ancora, riesco a controllare il dolore solo quando mi faccio, ogni 4 o 5 ore e vado in coma per un po’. Il risveglio è dolore. Per andare a pisciare devo saltellare fuori su una gamba sola, cacare è scomodissimo, non posso mai poggiare il piede a terra salvo fitte lancinanti, e così decido di risolvere il problema smettendo di mangiare, secondo il vecchio proverbio messicano di Pit buon’anima: no come pa’ no cagar!

Il gonfiore, accompagnato da bruciori continua però a salire, supera la caviglia e sale al polpaccio, poi al ginocchio, tanto che decido di stringerlo con un laccio, tentando di fermarne l’ascesa. È noto che se arrivasse ai coglioni, organi vitali, si rischierebbe la vita.

Nell’arco di una settimana di clausura, col calore bruciante dentro la gamba e col caldo soffocante fuori, chi penserebbe mai di vivere chiuso in una stanzetta a Goa quando non piove?, dovrò metterne ben tre di lacci stretti stretti dolorosamente stretti, l’ultimo su su sulla coscia: tutta la gamba è gonfia e violacea.

Per fortuna poi si ferma lì. E pian piano si sgonfia. Pericolo passato posso riuscire ricomincia la vita normale pere mare bambina.

GOA_INDIA 15.0

Caldo il giorno tropicale, alle 8 di mattina fa già molto, troppo caldo. Almeno in questa stagione: ma sono fortunato, sono vivo; non che ne dubiti mai, la mattina di esser vivo quando mi sveglio.

È la notte il problema. Dopo un periodo senza dormire durato troppo a lungo, ho cambiato sistema, la notte devo far qualcosa: un sacrificio, un rituale: fumarmi una sigaretta, e non per piacere o per religione ma, semplicemente crudamente per restare in vita fino alla mattina seguente, almeno. Invoco il potere magico e curativo del Tabacco per esorcizzare l’eventuale arrivo dell’apnea notturna. Da quando ho crisi di soffocamento all’improvviso in pieno giorno, dalle quali sopravvivo solo calmandomi sedendomi e facendo pranayama, la respirazione controllata yoga che ben conosco ed ho pure insegnato per anni in Italia, ho il pensiero fisso che possa accadermi di notte e morirne nel sonno, senza nemmeno accorgermene.

È da molto tempo oramai che dura questo casino: dall’esplosione silenziosa. È così che ho immediatamente chiamato ciò che percepii chiarissimamente in quel giorno di terrore e di gloria, come una potentissima, deflagrante, immediata esplosione silenziosa della quale mi sono affannato invano poi a cercar notizia dal mio sintonizzatore radio, scandagliandone tutte le frequenze: niente. Silenzio. Solo fragori di fondo. Possibile che vogliano far passare sotto silenzio una cosa del genere?! Con le conseguenze incredibili che essa ha sulla vita della gente…

Certo non mi posso aspettare una reazione da quelli, poveracci, che hanno perso completamente la loro consapevolezza e che vivono come zombie svuotati praticamente inesistenti; no inesistenti proprio no, sennò cosa dovrei dire di quelli che sono proprio spariti del tutto…

Partiti…  dicono. Quelli che restano sono come una massa di formiche laboriose da sembrare intelligenti se non si capisse la loro vacuità dallo sguardo, e poiché questo può trarre in inganno ancor di più dalla totale mancanza di spirito di osservazione di spirito critico, si potrebbe dire di Spirito. Ci saranno stati per loro momenti di consapevolezza di dolore di follia negli attimi successivi all’esplosione? ma in quale momento è avvenuta per loro l’esplosione?  un immediato passaggio dalla vita al vuoto e alla schiavitù e se così è, dov’è il padrone di costoro?

Dapprima mi sono sentito formica anch’io: schiacciato attaccato alla Terra.  Formica sì, ma di ferro. Quel giorno mi son sentito una formica di ferro con una specie di corazza indistruttibile e tenendomi ben stretto colla Terra mi son salvato dal risucchio dallo sparire o dall’esser svuotato e continuare quindi ad arrancare senza coscienza.

Cosa stavo pensando un attimo prima dove stavo andando e perché? (cos’è successo? gridava ogni cellula del mio corpo oppressa dalla radiazione invisibile) ma non caddi nella trappola di voler razionalizzare né nel panico o la follia, così scontati quel giorno. Presi semplicemente atto della situazione, come quando ti esplode in corpo un qualche potentissimo allucinogeno.

Come l’uomo dell’antichità camminava nella sua foresta primigenia guardando al cielo dei suoi dei, più vicini allora, senza discutere senza ribellarsi ma solo fiero del suo corpo forte, così.

… passano alcuni lavoratori, scuri sudati vestiti delle loro pezze, avanzano camminando silenziosi e stretti tra loro, può esser solo l’abitudine a guidare la vita di questa gente? È solo il ricordo dei loro corpi ad eseguire gli stessi gesti, procedure sempre identiche, copie di ciò che facevano prima… quando sapevano ciò che facevano?

… ecco un altro gruppo, più rumoroso del precedente, avanzano chiacchierando e cantando e scherzando, ma ormai è troppo tempo che va avanti così per loro ed ho perso la speranza di trovarli un giorno guariti.

Come si trovano davanti a me piomba il silenzio e sono assalito dall’ansia del vuoto delle loro menti dal grido a loro stessi forse inaudibile che emettono tutte le cellule dei loro corpi, e mi restano intorno fissandomi senza dir nulla… la situazione potrebbe sembrare pericolosa, ma no nei loro sguardi non c’è violenza: solo un abisso vuoto.

GOA_INDIA 15.1

Il bagnasciuga di notte in riva all’oceano è caldo, calda è l’aria, morbida e vellutata l’atmosfera.

Bello sto bene e cammino lungo la linea del bagnasciuga, lontani i ristoranti alla fine della spiaggia, non mi giunge il suono delle voci e della musica, ascolto solo l’infrangersi delle onde a me più vicino anche in ispirito, non li guardo non li vedo e da solo avanzo a passo sostenuto ma tranquillo. Le luci ecco solo le luci sarebbero capaci di incantarmi, come Ulisse dovette infilar tappi di cera nelle orecchie dei suoi marinai per farli procedere nonostante il potente richiamo delle sirene, così io devo guardar diritto davanti a me nell’accogliente silenziosa sicura e densa oscurità della notte.

Ogni luce, se solo la guardassi, mi farebbe inesorabilmente deviare la rotta, mi attrarrebbe a sé e solo tardi ed a fatica potrei accorgermene… e poi la battaglia durissima per riprendere il mio cammino mi lascerebbe letteralmente senza respiro immobilizzato ad annaspare come un pesce fuor d’acqua, se ancora una volta avessi avuto la forza di non lasciarmi  trascinare verso quelle fredde luci pulsanti.

L’unica ragione per non lasciarsi andare è la tragicità del farlo. L’unico modo la drammaticità nel non farlo.

Lo sforzo immane che poi non è più sforzo, ma una volta iniziato è pura e dura lotta per la sopravvivenza, un appello alle profondità dell’essere, trovare la ragione di vivere, ogni singola volta, e se non ce l’hai o non la trovi… ciao, adios.

È senz’altro d’aiuto il terrore del soffocamento che però devo vincere per far riaffiorare una memoria antica che ho in me: la conoscenza della respirazione consapevole, quella che dona la calma ma che non puoi fare se non sei calmo, e freddamente comandare ai polmoni le inspirazioni e poi le espirazioni, lente profonde e drammaticamente non automatiche. Una sola distrazione comporta rischio di morte o di qualcosa di più orribile, se questo è stato ciò che ha succhiato via la consapevolezza alla gente che si aggira oramai spenta per i sentieri della sua stessa disperazione.

Insomma il dominio cosciente sull’involontario è oramai divenuto indispensabile. L’attrazione e la repulsione o meglio il loro implodere in un momento e uno spazio solo. Il brivido del ricordo. La calma estrema della sfida alle luci… respirazione controllata mentre il pensiero riesce ancora a domandarsi un perché, perché non sono più semplici lampioni ma calamite per il mio corpo la mia mente e probabilmente anche per la mia anima? magneti senz’altro ma di chi di quale energia malata?

E il dubbio atroce è che siamo tutti prigionieri in una perfetta realtà virtuale, controllati osservati diretti da padroni a noi invisibili; come in un torneo di dannati nell’arena di questi stramadeletti moderni Neroni…

I larghi spazi di vuoto in cui il tempo pare fermarsi fra un’emergenza e l’altra sono davvero vuoti, una cappa di spossatezza gettata sul mondo, il suo orizzonte è nero pure di giorno, la fatica di vivere si esplica perlopiù nella decisione del volerlo fare…

E gli dei ed i demoni che talvolta incontro non bastano a togliere quella puzza di morte che sento…

Allora non avevo ancora letto l’Inferno di Strindberg, il quale drammaturgo svedese alla fine del secolo scorso visse a Parigi e per ogni dove una situazione incredibilmente simile alle mie disavventure attuali, e riuscì infine a trovare conforto ed addirittura liberazione nella lettura di Swedenborg, dei quali testi io al momento non dispongo. Se allora avessi già letto Strindberg, mi sarei potuto senz’altro render conto che la storia da lui narrarta e che ha suscitato l’incredulità dei critici era intimamente connessa con la mia e trovare se non altro quel tipo di conforto che si prova nel sapere che altri prima di noi siano passati attraverso gli stessi dolori, nell’essenza più che nelle forme, perché, ed è questa la differenza fondamentale, lui viveva una persecuzione, sulle cui cause fa svariate ipotesi, che riguardava esclusivamente se stesso e solo indirettamente i suoi congiunti ed amici, con fenomeni legati da una semplice relazione di causa-effetto alle sue proprie azioni; nel mio caso invece la persecuzione riguarda l’intiera umanità, o almeno quella sua piccola parte che io riuscii ad incontrare personalmente in quei giorni cupi; in effetti ora potrei pensare che il fenomeno potesse esser ristretto alla sola località ove io vivevo, anche se allora esclusi tale possibilità, pur dopo averla presa in considerazione, tanto erano forti e potenti i fenomeni che osservavo e subivo quotidianamente.

Ma d’altra parte non trascorre un secolo o giù di lì per nulla, e tutto evolve, come l’uomo così anche quelle che Strindberg chiama le Potenze, o meglio in questo caso la loro azione, la loro strategia e le loro tecniche di attacco. Evidentemente la loro secolare esperienza e la complessa realtà contemporanea devono aver mostrato a codeste Intelligenze che un intervento isolato su singole personalità non sarebbe stato più sufficiente come un tempo per i loro oscuri scopi, questa volta dunque si è stati di fronte ad un’azione totale, o almeno alla sua prova generale, a meno che non debba pensare che la mia mente ne sia stata completamente stravolta al punto da non capire di non trovarsi più nel nostro caro vecchio mondo ma chissà in quale piano infernale di esistenza condizionata; ma riducendo lo spazio mentale a disposizione delle mie paranoie più nere, ora ho recuperato parte del mio ottimismo, della mia fede nelle risorse umane  e credo che ci siamo trovati ad affrontare un esperimento limitato nel tempo e fors’anche nello spazio, se mai riuscirò a trovare le prove che il fenomeno ha investito solo la zona nella quale io vivevo (che chiamerò qui semplicemente così per discrezione verso i suoi abitanti) come ora sospetto; ma tutto ciò in ogni caso non è per me assolutamente riduttivo data la portata enorme degli accadimenti cui ho assistito e partecipato che non possono essere assolutamente casuali o fini a se stessi. Ho preso anche in considerazione la possibilità di un’ interferenza cosmica accidentale, tipo il passaggio di una cometa o l’arrivo sulla terra di un pacchetto di radiazioni di qualità ed origine nuove ed assolutamente sconosciute, che siano state la causa di quella specie di tifone energetico che ci ha con tanta potenza investiti scombussolando le nostre anime fino alla loro sorgente più intima; ma questa non è una spiegazione sufficiente, chiunque abbia in quei giorni conservato anche una briciola di consapevolezza potrà confermarlo, c’era una volontà in tutto quello che è successo, forse aliena, sconosciuta, o diabolica, o distortamente umana, o extraterrestre, o di un dio che abbia dovuto agire tanto crudelmente stretto da necessità a noi imperscrutabili… ma di sicuro una volontà c’era a guidare quell’esperimento, quella rivoluzione orribile delle nostre esistenze e dei nostri rapporti interpersonali e del nostro difficile equilibrio con la natura; e se una volontà c’era, come c’era, e, come credo, non sia stata sconfitta da noi o da forze a noi amiche e conosciute, ma abbia reputato conclusa la sua prova generale, ed ha momentaneamente sospeso il suo intervento per osservarne gli orribili frutti, per valutare i nuovi rapporti di forza venutisi a creare (poiché, anche se volessi illudermi, non è assolutamente possibile che tutto sia tornato come prima) per meglio sferrare l’attacco finale.

La conclusione di un piano plurimillenario per schiavizzare l’umanità, per privare la razza umana delle sue prerogative storiche e spirituali e renderla… cosa? un parco giochi per i cuccioli di mostro che queste Potenze generano? o una gigantesca miniera a cielo aperto di energia vitale, o di chissà quale altro materiale di cui siamo evidentemente inconsapevoli proprietari o custodi? ma non vale la pena di masturbare le nostre menti a trovare una risposta a ciò di cui non riusciamo ancora a formulare la domanda, e soprattutto non ne abbiamo il tempo, ché la prossima volta sia domani o fra cento anni o fra mille per noi sarà sempre troppo presto. È sempre troppo poco il tempo per prepararci ad affrontare un nemico ignoto con  fini e mezzi sconosciuti, ma che fino ad ora ci ha colpito dove e come abbia desiderato e sempre vittorioso e sempre nel silenzio.

Da quanti secoli sono marciti nei sotterranei o morti sul patibolo o imbottiti di botte o di droghe nei manicomi coloro i quali hanno osato lanciare il grido d’allarme, coloro i quali abbiano tentato di avvertire i propri simili dell’enorme pericolo che ci attende, e fra le pochissime persone che hanno potuto ascoltare questi messaggi disperati quanti ci hanno creduto, ed infine fra costoro quanti hanno invece scelto di schierarsi con il più forte ed hanno agito per suo conto in terra al fine di rendere l’uomo schiavo per sempre in cambio della falsa speranza di essere dopo ma anche subito un dominatore e non una bestia da soma?

Per certo posso dire che io ho visto, e che Strindberg ha visto, ed a sua detta Swedenborg aveva visto, e così senza meno anche altri, anche se, chi più chi meno, forse nessuno ha capito veramente di cosa si trattasse, abbia potuto farlo o almeno ne abbia avuto gli strumenti.

Ma quando l’uomo non ancora sapeva cosa fosse un temporale o un terremoto e quali le loro cause naturali, ma attribuiva questi fenomeni alla terribile collera di dei sconosciuti e talvolta anche tremendamente crudeli e disumani, non lanciava lo stesso l’allarme la vedetta sull’albero maestro quando vedeva avvicinarsi la bufera, e non ordinava forse il capitano di ripiegare le vele? O non costruivano forse le loro misere capanne i pastori delle montagne fuori dai percorsi abituali delle valanghe primaverili anche se le imputavano all’azione di mostri invisibili? E quando la montagna parlava con rombo di tuono ed eruttava il suo vomito infuocato per punire l’uomo dei suoi abusi e delle sue scelleratezze contro Dio e contro i suoi simili, non tentavano forse la fuga le genti seppur ree confesse? Non è sempre stato riconosciuto al condannato il diritto a tentare la fuga? E quindi, oggi come sempre, lancio l’allarme, suono le campane della torre più alta, ed invito alla resistenza ché oggi la fuga è impossibile semplicemente perché non v’è luogo ove si possa sfuggire all’atroce destino che qualcuno ci sta preparando, poiché la padella ove ci si cuocerà sarà la nostra Madre Terra e la brace saranno i raggi del nostro Padre Sole e della Sorella Luna, non c’è via di scampo: vincere o perire! ché essere sconfitti sarebbe qualcosa di peggiore della morte, ché colui o coloro che hanno in conto di dominarci penseranno ad eliminare anche questa suprema via di fuga, ché non è meno assurda delle altre l’ipotesi che costoro provengano proprio da lì, dagli oscuri recessi dell’Ade, di cui potrebbero essere i padroni, o gli ammutinati vittoriosi.

GOA_INDIA 15.2

La spiaggia dove la notte solo sotto le stelle annegavo nell’aria e sfuggivo alle luci, di giorno è deserta larga bellissima vibrante di elettricità. Gli scogli taglienti che affiorano dal mare sono come gli elementi di un’immensa batteria, neri si stagliano nel sole avvolti da una nebbiolina quasi invisibile che fa tremolare l’orizzonte e che non può esser costituita d’altro se non dai vapori della continua reazione chimica fra gli elementi dell’acqua salmastra e della dura roccia sotto l’influsso della radiazione mutante che va consolidandosi sempre più.

Inquietante meravigliosa viva fluorescenza la notte, migliaia di pesci morti sul bagnasciuga al mattino.

Le testuggini oceaniche già non vengono più a deporvi le uova come loro costume da tempi immemori. Gli umani, se così si potesse ancora definirli, non la frequentano più.

Come scheletri in un deserto le barche dei pescatori sono disposte a raggera, una dopo l’altra, ogni dozzina di metri, ma già non salpano più. Le reti non vengono gettate come prima quando a sera c’era lì mezzo villaggio a dare una mano a ritirarle ed era una festa e si rideva e si beveva ed alla fine regalavano a tutti pesce vivo che ancora si dibatteva, guizzando i riflessi argentati delle lucide scaglie nella luce del tramonto.

Quali vascelli fantasma quelle barche rovesciate son divenute un rifugio per me quando il cammino diventa pesante, o devo ripararmi da quel vento che nel volgere di pochi minuti è capace di ricoprirne per intero un fianco di sabbia fine che salata ti penetra dappertutto, o sono in fuga dai raggi solari più torridi, spietati vettori dell’aliena radiazione.

È vitale per me, se proprio devo stare in giro di giorno lontano del verde della jungla sotto la cui protezione oramai vivo da chissà quanto, il bagnarmi continuamente i piedi la testa il corpo intero, una specie di ricarica, di boccata di ossigeno per la mia pelle anfibia: solo lì, sotto il pelo di quel brodo primordiale che è l’acqua di mare torno a sentirmi normale… ma poi devo respirare.

GOA_INDIA 15.3

Una mattina, dopo 4 mesi di dal giorno fatidico dell’esplosione silenziosa, al piccolo Post Office di Arambol trovo una lettera di mio padre: I sintomi che mi descrivi, sì gli avevo scritto dei soffocamenti e dell’ipnosi da luci, sembrano proprio quelli di una malattia da siero

E così che il Potere del Serpente ha squarciato il velo di Maya e mi ha fatto vedere dietro il sipario del mondo… grazie Sheshnag.

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