cap20

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A proposito di sacralità del fumo in India. Una volta dormivo alla stazione degli autobus di Pushkar, città sacra a Brahma il creatore che, quando il mondo era una palla deserta staccò un petalo dal divino loto su cui eternamente siede e la lasciò cadere. Ove il petalo toccò il suolo si creò il lago do Pushkar, la prima Acqua del mondo, un lago sacro senza fondo abitato da enormi pesci dall’occhi e labbra umani intorno al quale ogni Rajá del Rajasthan costruì un suo secondo palazzo reale, tipo villa al mare, meravigliose architetture in marmo bianco ove sempre risuonano canti orientali ed a me, ventenne ragazzo arrivato dalla triste Italia anni ’70 sembrò immediatamente il paese delle favole.

La storia di Brahma con i fiori non finisce qui. A Pushkar si erge l’unico tempio a lui dedicato al mondo in quanto Brahma non ha diritto a templi poiché imbroglione, e qui non si parla del grande imbroglio cosmico della Creazione, bensì di un allegro aneddoto che in ogni caso dimostra la distruzione dell’ignoranza e dell’illusione abbia sempre la meglio. Una volta Brahma e Vishnu si sfidarono a singolar tenzone: che per primo avesse raggiunto la fine di Siva, ovvero di quell’enorme colonna fallica di fuoco sacro che si estende apparentemente infinita di sopra e di sotto. All’uopo Vishnu si trasformò in un cinghiale e si mise a scavare alla ricerca della base della colonna, mentre Brahma si trasformò in un uccello per volare a cercarne la sommità. L’onesto Vishnu dopo chissà quanti umani millenni di scavi si arrese e riconobbe la superiorità di Siva, mentre Brahma nell’incontrare un fiore che cadeva dal Paradiso ci si mise d’accordo perché testimoniasse il falso, ovvero d’esser stato raccolto da Brahma sulla sommità del lingam di fuoco. Ma le bugie hanno le gambe corte e così Brahma è costretto in punizione ad avere un ruolo secondario e a non esser adorato… non a caso è il Creatore di questo mondo.

Insomma quella notte quando dormivo poco più che ventenne col mio amico Mario, buonanima, alla stazione degli autobus di Pushkar avevo in tasca gli ultimi miei/nostri possedimenti: 200 grammi d’erba e manco più un quattrino. Di colpo un signore scuro grosso con i baffi ci sveglia gridando: Kia kartá he? Ider so ja o? (che fate? dormite qui?). Salto su di scatto dicendo, ok se non si può ce ne andiamo via subito. Ma l’uomo, visibilmente ubriaco, aggiunge, sì sì, si può ma è meglio che veniate con me a dormire in un posto migliore. Ci alziamo e lo seguiamo. Lì dietro al bus stand sotto la collina c’è un tempio alla cui vetusta porta l’uomo batte gridando senza rispetto nella notte, Baba jí! baba jí! Saranno le due e sono in imbarazzo, svegliare un sant’uomo così? Ma eventualmente dopo una tormenta di pugni contro il portone questo si apre ed appare un ragazzo occidentale biondo, magrissimo, vestito solo di un longoti, il perizoma dei Sadhu, gli yogi sul cammino spirituale, sul cammino della rinuncia ai beni materiali, interamente votati allo Spirito. Il ragazzo, dormendo in piedi ci fa segno di buttarci a dormire per terra dentro al tempio, cosa che fa pure lui.

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Jai Hanuman! Questo è il tempio di Hanuman, il dio scimmia, il dio della devozione, dalla forza incommensurabile, colui che insieme a Rama, Sita e Laxaman completa l’incarnazione di Dio nell’antica età dell’Argento dell’umanità. Quanto mi aiuterà Hanuman in tutto il mio viaggio in India in tutta la mia vita. Persino in questo carcere dove vivo ora all’uscita della cella sui due lati ci sono i due luoghi sacri, da un lato la Chiesa Cristiana, e sull’altro il Templio di Hanuman, fra i 31mila dei indù qui c’è solo il tempio di Hanuman, e non è un caso. Uscirò di qui. Vado spesso a meditare, a passar parte della mia quotidiana mezz’ora d’aria nel tempio di Hanuman. Dopo l’Om che mi tatuai sulla mano a 16 anni in Italia (sulla mano sinistra, sigillando il mio destino tantrico) il primo tatuaggio che mi feci in India fu quello di Hanuman, Hanuman che vola alla riscossa, alla battaglia per difendere lo Spirito.

Insomma alle 4 di mattina vedo il Guru del Tempio, Bengali Baba, alzarsi ravvivare il fuoco che si riprende subito dalle sue braci accese costantemente da almeno 1000 anni, preparare un chai, un chillum, accenderlo e passarlo a Jean-Jaques, il francese seccardino che ci aprì la porta alla notte, svegliandolo così. Naturalmente mi lancio. E sarà così per mesi, qui il sadhana, la pratica spirituale, consiste nello svegliarsi alle 4 a fumare chillum di charas o erba, bere tè, e prepararsi all’arrivo dei pellegrini che, prima o dopo di recarsi per il puja al lingam di Siva, nel sancta santorum, un’altra stanza del tempio, si siedono al fuoco sacro a fumare, bere tè, comunicare con se stessi, lo spirito e le altre persone riunite. L’atmosfera è serena divertita e rilassata, ma seria, il cibo si prepara in maniera sacra, è prasadam, offerta per il fuoco ed i pellegrini e noi stessi. Lo stesso vale per il chai ed i chillum.

Di giorno il baba ci manda a prendere l’acqua al pozzo. La prima volta vado con Jean-Jaques, poi andrò solo: il pozzo è enorme, monumentale, profondissimo, ci sono varie rampe di scale che ci girano intorno, dentro, come una scala a chiocciola enorme, sino al livello ove sta l’acqua, che raccogliamo coi secchi, e poi su a risalire le spire del serpente sotterraneo che alza la testa sin su su, al livello del deserto. Pushkar è un’oasi in mezzo al deserto, a quel Thar Desert che se non fosse interrotto dall’Indo e dalla sua valle verde, sarebbe il più grande del mondo, e la sua parte indiana lo è comunque a livello subtropicale. Un deserto di sabbia, proprio come il Sahara. Una volta ho fatto tutta la strada a piedi fra Ajmer e Pushkar, un nastro d’asfalto colle dune tutt’intorno, svariati chilometri colla luna piena nella notte fatata, soli Mario ed io camminando nel nulla. Un deserto ove ci sono i cammelli, che si radunano una volta l’anno a Pushkar per la grande fiera e tutta la città ne è invasa, e lo sterco di cammello è dappertutto, e la gente dorme in ogni dove. Una volta con Anita dormivamo in uno dei meravigliosi palazzi reali, colla finestra in marmo lavorata a merletto che dava direttamente sul lago, il magico lago sacro. Una mattina ci svegliamo, apriamo la porta e per uscire dobbiamo scavalcare forse un centinaio di persone che accampano nel salone che ci fa da anticamera. Era cominciata la Festa dei Cammelli. Giorni dopo ci svegliamo e, all’aprire la porta, la gente non c’è più, al suo posto migliaia di petali di rosa ricoprono il pavimento: è la maniera locale di purificare l’ambiente.

L’attenzione igienica è estrema, dal tempio andiamo al bagno nel deserto vicino, ci sono alcune siepi sotto la collina, e ci portiamo una lota d’ottone coll’acqua per pulirci, come si usa in India; e dopo la puliamo ben bene con acqua e sabbia del deserto.

La giornata continua. Alle 10 vengono i commercianti del vicino mercato a farsi il Bhang: dapprima buttano un quantità enorme d’erba, il Bhang, ovvero la pianta maschio della Marijuana o comunque una qualche erba non proprio buona da fumare, nell’acqua bollente, poi, al contrario di quello che si faceva noi da ragazzi ovvero bersi il tè, buttano via l’acqua e cominciano a lavorare l’erba con una pietra sul pavimento, precedentemente ben lavato, per farne una poltiglia verde, con l’aiuto di altra acqua. La puliscono l’erba la purificano ne tirano fuori tutti i rametti le parti dure. Ad un certo punto ci aggiungono una ventina di grammi di grani di pepe nero, ed il baba mi spiega che sono indispensabili perché lo stomaco accetti la bevanda. Continuano a lavorare il tutto a pietra sino a tenere una pasta molle verde colla quale si possono fare delle palline. Arriva uno con un secchio di Chas, ovvero il siero che viene rilasciato durante la trasformazione del latte in yogurt, e lo frullano a mano col bhang preparato per farne una bevanda. Si vede che sono poveri, nei Bhang Shop, che sono legali qui in Rajasthan, lo si fa col Dhai, lo yogurt vero e proprio, che però costa, e così qui lo si fa col siero, il quale però ha lo stesso un alto grado di acidità e abbondanza di fermenti lattici vivi.

Tutti insieme bevono il Bhang, spesso partecipo anch’io, si fanno un paio di chillum e tornano al lavoro, questo rituale sostituisce il coffe break o la pausa pranzo. Il mercato alle 10 del mattino è in animazione sospesa, tutti i posti chiusi, per un’oretta, tutti i commercianti sono a farsi il Bhang, e il rito si ripete alle 5 della sera, tutti i giorni. Il bhang è sacro, è nominato nelle canzoni dedicate a Siva, nei kirtan, specie di mantra cantati. È parte della pratica spirituale. Come dice Krishna nel Bhagavad Gita, introducendo lo yoga, alcuni praticano le asana, le posizioni dell’hatha yoga, altri salmodiano i mantra, ed altri ancora usano le piante di potere; e tutti sono Yogi, perché Yoga significa unione, e lo yogi è quello che vive unito a dio. Esiste anche lo Jnana Yoga, lo yoga della conoscenza, e qui al tempio per esempio vive una ragazza francese che non fuma, dorme in una nicchia scavata nel muro, e studia il sanscrito con un dotto pundit, che il baba fa venire tutti i giorni a darle lezioni; ora la ragazza ha una scuola di sanscrito in Francia. Altra maniera di vivere uniti a dio è la musica, il sacro magico potere degli uomini di riprodurre ed armonizzarsi con gli infiniti aspetti della creazione divina, e questo è stato il cammino di Anita in India; sempre viaggiando colla sua chitarra era l’anima di un’infinità di notti, di feste, di momenti nella penombra del tramonto o dell’alba, nei templi, nelle spiagge, in mezzo alle montagne dell’Himalaya ed in ogni dove.

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Una volta tornavamo dal villaggio alla spiaggia del lago ad Arambol, nord di Goa, eravamo solo in due, la bimba ancora non nasceva, e quando arriviamo alla spiaggia deserta sotto un cielo meraviglioso pieno di miliardi di stelle, mi fa: accendi un fuoco, facciamo una festa, io le dico, ma sei fuori? non c’è nessuno, tu non ti preoccupare tu fai un fuoco. Sì, il mio ruolo era quello di fare il fuoco, il chai, i chillum, come lo vidi e lo vissi sull’Himalaya e poi lo appresi, ovvero lo ricordai, a Pushkar con Bengali Baba. Insomma raccolgo la legna intorno alla luce della Luna e delle stelle, ed accendo un fuoco proprio lì ove mi disse Anita, mentre lei si mette a suonare la chitarra ed a cantare, quando era in gruppo faceva accompagnamento, dando il ritmo come spina dorsale d’intere nottate a tanti solisti, ma quando era solo lei faceva tutto, e bene, super-power. Ed ecco che cominciano ad arrivare come fantasmi nella notte, ragazze, ragazzi, famiglie coi bambini, escono fuori dalla jungla, dalla collina, dalle capanne intorno al lago, ed ognun@ porta qualcosa, chi un pezzo di legna, chi una chitarra un tamburo un flauto un clarinetto, chi una pentola, chi le foglie di tè… e l’alba sorprende più di 100 persone a cantare a ballare a celebrare a vivere. Tanto è il potere di Anita, e della sua Musica.

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Bengali Baba mi chiama Philips, non mi ha mai chiesto il mio nome, ed io non gliel’ho mai detto. Né tantomeno gli ho accennato che il mio quarto nome sul certificato di nascita è quello di Filippo, il mio biscompare, però lui mi comincia a chiamare Philips dal primo giorno e per sempre, ed a me gusta quell’accento esotico inglese, quel sapore di luce, di lampadine ad incandescenza, e dei miei primi apparati elettronici recanti tal nome, mi ci riconosco in questo nome. D’altra parte il baba come pure io sappiamo che io non sono di quelli che entrano in India e dopo tre giorni hanno eletto un guru e cambiato il proprio con un nome spirituale indù, sono capace di seguire le istruzioni ed un cammino di conoscenza, ma non d’inginocchiarmi di fronte a chicchessia riconoscendolo come mio dio, maestro e padrone. Ne ho incontrati ben pochi di maestri dei quali potessi fidarmi totalmente in 12 anni di cammino sulle strade dell’India, potrei dire 3 in questo momento, di sicuro qualcuno in più, in mezzo a tanti impostori ciarlatani o poveracci, con i quali ho avuto un gran rapporto d’apprendimento e d’amicizia. Sì d’amicizia e non di sottomissione, questa è la mia caratteristica. Da pari a pari, nessuno può mediare la mia relazione personale esclusiva ed intima collo Spirito. Tanti compagni e maestri possono avermi istruito, avermi dato, avermi mostrato e tutti li ringrazio, dal profondo del mio cuore.

Quando si arrivava intorno a una Duna, il fuoco sacro cerimoniale, descritto da una parola che significa anche mondo, poiché il fuoco è il mondo degli asceti nell’oscuro mare della coscienza, nella notte del Kali Yuga; ebbene i vari sadhu, si presentavano, ed il sistema guru-chella, maestro discepolo, è come una famiglia, ci sarà il guru ed il chacha-guru, il dada-guru, ovvero il padre e lo zio spirituali, ed il nonno spirituale, è tutta una grande famiglia. Ai sadhu è richiesto di abbandonare la propria famiglia, biologica o adottiva che sia per sempre,  e camminare sulle strade dell’India attraversando ogni regione, borgo, tranne quello d’origine che è bandito. Io alla mia famiglia voglio bene, ed anche quando non gliene voglio, gliene voglio volere. Abbandonano la propria famiglia i sadhu, ma si creano immediatamente una nuova famiglia spirituale, quella del proprio guru, estesa e ri/conosciuta in tutta l’India, e si ha più importanza quanto più è importante il proprio guru. Ed in queste famiglie spesso si allevano rivalità guerre lotte per la successione rapporti di pre/dominio e di sottomissione, ovvero tutte le aberrazioni della società che si è scelto di lasciare… Diverso è essere come me: senza guru= Siva guru, ma questo lo si deve dimostrare ogni momento col proprio potere personale, colla propria condotta, col proprio atteggiamento. Questa categoria esiste ed è riconosciuta, ma devi dimostrare di esser ciò che dici, non ci sono alberi genealogici monastici a garantire per te. La via più dura, ma la mia via. Anch’io a parte la famiglia biologica, ho una mia famiglia estesa, ma è composta dai miei amici e maestri, dalle mie compagne e compagni, uniti solo dall’amore, che per me è l’unico, l’energia che crea e muove il mondo.

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In questi mesi al templio di Hanuman apprendo tutti gli strumenti fondamentali per vivere in India, la lingua, le tradizioni, gli usi e costumi; e la maniera corretta di stare intorno ad un fuoco sacro. E l’approccio alla vita di un baba, che è il mio.

Dapprima mi fermai lì pensando di star pagando la mia permanenza con l’erba, i duecento grammi d’erba che avevo ottenuto da un olandese a Pahar Gunj, New Delhi in cambio delle ultime due o tre tole, una tola è 10 grammi, di fumo himalayano, insieme alle 200 rupie che ci servirono per il viaggio sin qui. Arrivai al tempio senza un centesimo, ma mi sentivo tranquillo invitando al baba da fumare. Mario dormiva in disparte, non voleva svegliarsi alle 4 della mattina e così non poteva accostarsi intorno al fuoco, ma dormiva in un angoletto del tempio avvolto in una coperta, cui aveva fatto un enorme buffo nodo per renderla simile ad un sacco a pelo, dentro il quale continuava a ronzare sino a tarde ore della mattina.

Un giorno vado dal baba e dico, vado via. Perché? fa lui. Non mi sento di mentire e vengo spinto alla sincerità, ganja kattam ughiá l’erba è finita, non ho nulla più per pagare i miei chapati. Bengali Baba se la ride di gusto: perché pensavi di star qui perché pagavi? Non è un hotel questo, qui non sta chi paga, ma chi viene per incontrare Siva, ed io lo accetto, non ti preoccupare, resta. Ma io mi sento a disagio ed allora ogni giorno usciamo al mercato per vendere le orribili scomodissime scarpe di fibra pizzicosissima di cannabis che Mario mi convinse a comprare a Kulu, la valle degli dei, su su nell’Himalaya. Ed ogni sera quando torniamo al tempio il baba sghignazza, avete fatto buoni affari? Quante ne avete vendute? (fra l’altro le scarpe sono un concetto estraneo ai sadhu, che vanno scalzi, a contatto sempre colla Madre Terra, o al massimo con strani sandali yogici di legno) Nemmeno una, sconsolati gli rispondiamo, e Mario aggiunge, ma domani… Il baba ride e mi invita a non perder tempo nel mercato in futili storie di soldi quando qui al tempio il tempio è conoscenza e darshan, visione di dio, che pensa a tutti i nostri bisogni. E lentamente mi lascerò convincere mentre Mario, sempre più solo paranoico e scontroso e diverso da me, continuerà a venire al tempio solo per dormire, tutto il giorno al mercato a caccia di soldi o di chissà che.

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Un giorno arriva la scadenza del mio visto. Sono in India da tre mesi, uno speso fra Himacha Pradesh e New Delhi, e due passati al tempio di Hanuman. Allora mi devo recare a Jaipur per ottenere l’estensione del visto, i tre mesi aggiuntivi che son garantiti agl’italiani. Il visto costa, ed il viaggio pure, ed io non ho un centesimo, ma ho fiducia, fiducia in Bhagwan, Dio, Siva, ed in me stesso, e così parto per Jaipur, la capitale del Rajasthan ove si trova l’immigrazione, coll’autostop. Uno dei signori che frequentano il tempio, che fuma con noi, mi regala qualche rupia e così al mio arrivo, invece di andare a dormire ad un tempio come mi consigliava di fare Bengali Baba, posso prendere un letto in un dormitorio dell’Evergreen Hotel, il tempio degli hippies a Jaipur; e pure uscire al mercato la sera a caccia di fumo, così, grazie alla mia conoscenza dell’hindi e delle tradizioni rajastahane, incontro un Governament Shop, negozi che vendono legalmente la ganja, il bhang, e le capsule secche del papavero, nei tre stati centrali dell’India del Rajasthan, Madhya Pradesh, e Uttar Pradesh. Scopro che sottobanco vendono pure charas e oppio. Compro la mia tola di charas, il potentissimo fumo himalayano, la resina di cannabis, non certo la crema, la qualità superiore che amiamo tanto, ma pur sempre buono.

Tornando all’hotel, lo trovo affollato di turisti americani e di varie nazionalità, che al vedermi fumare mi chiedono immediatamente se ne ho da vendere… e così do inizio un proficuo commercio fra l’hotel ed il mercato, che mi porterà non solo a pagarmi il visto e la permanenza, ma un paio di settimane dopo a tornare al tempio di Hanuman carico di fumo e di soldi. Fiero d’invitare il baba a fumare di nuovo charas, che lui, come me, amiamo più dell’erba!

Mario non c’è più. Bengali baba mi dice che appena partito io se n’è andato, ma che gli hanno segnalato che è ancora a Pushkar, che vive cogli hippies, che l’incontro al mercato. Difatti l’incontro in un chai shop pieno d’italiani, cazzo! si parla napoletano qui! Ci sono un paio di pomposi napoletani visibilmente ricchi ed adornati di tutto il parafernalia di argenti ed accessori della tradizione charsí, i fumatori di charas che del cammino spirituale hanno preso solo il vizio della charas, come se di per sé il fumarla garantisse la conoscenza, e cogli accessori materiali che i baba si fanno a mano da soli, chillum, jola, borsetta, bracciali e collane, creano un florido mercato, una moda delle apparenze. I due capi sono circondati da uno stuolo di lacché, di cui Mario è l’ultimo, quello che non ha una lira e quindi il chillum gli arriva spento o alle ceneri, e che per guadagnarsi un piatto di riso e un giaciglio per terra nell’anticamera di qualcuno deve sbattersi su e giù per il mercato a trovare acquirenti per la charas, naturalmente la migliore di tutte, che i due capi portano giù dall’Himalaya e con la quale mantengono la loro corte. Mario lo vedo triste, magro spento e così scopro che in questi pochi giorni si è scimmiato di eroina. Sì dietro la facciata di charsí, tutta la banda fuma eroina thailandese carissima, per le cui briciole Mario fa la vita del servo. Non vuole tornare al tempio, anzi mi convince ad usare i miei soldi per partire tuttie e due per Bombay, ove se gli pago la telefonata al padre, si farà arrivare i soldi con i quali mi restituirà tutto, e di più. Saremo ricchi. Pur di tirarlo fuori da lì accetto e gli pago pure l’oppio per controllargli la scimmia.

Prendiamo un bus che attraverso un viaggio di sedici ore in piedi schiacciati alla porta ci condurrà a Bombay. Il viaggio è un viaggio fantastico, non mi importa di stare in piedi, l’oppio ti fa dimenticare gli stenti, e ringrazio di avere il naso schiacciato contro il vetro della porta da cui, come i bimbi poveri alle vetrine di natale, posso ammirare le meraviglie dell’India, al sole ed alla luna, resi colorati dalla pallina di Bhang, che compro da un venditore ambulante alla prima fermata.

Arrivati a Bombay i soldi non ci sono, il padre invece gli ha mandato un biglietto per tornare in Italia. Mario parte, promettendomi che dall’Italia mi manderà i soldi che mi deve, ma io non gli credo più, ed infatti non si farà più vivo.

A questo punto solo, con pochissimi spicci in tasca, decisi di andare a Goa, la mitica Goa.

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E così 12 anni fa, a cavallo fra 1978 ed il ’79, arrivavo a Goa, me ne innamorai subito, non della Goa turistica piena della banda dei charsí, italiani e francesi e chi ne ha più ne metta, ma di quella spiaggia col lago, due chilometri al nord del lontanissimo villaggio di frontiera di Arambol, quella spiaggia ove si viveva nudi, fra lago e jungla di giorno, intorno ai fuochi sotto le stelle di notte! Ove trovai l’alternativa alla vita triste della società moderna. Il ritorno alla Natura, il Paradiso Terrestre. E lì stetti ogni anno, prima solo, ovvero mai solo ma con tutte/i, poi con Anita, poi con Anita e Parvati, andando via quando arrivvavano le piogge torrenziali del monsone, percorrendo ogni volta tutta l’India sino all’Himalaya, ove passavamo l’estate, per poi tornare a Goa ad ottobre, di passaggio a volte mi fermavo a Pushkar, qualche giorno con Benagli baba.

Finché decidemmo di non andare in montagna, di farci il monsone a Goa, ove in una retata di fine stagione, quando il governo vuole ripulire le spiagge degli hippies che non hanno i soldi per andare via, né per restare, mi presero per caso, lontano dalla mia Arambol, dalla mia famiglia, con una bustina di un grammo scarso di polverina bianca per la quale ora rischio 20 anni di galera.

Non se la passa certo meglio un baba che è stato arrestato per la charas, 90 grammi, accusato di spaccio, cosa probabilmente vera, anche se, come baba ha diritto a fumare. Eppure qui stava a Reis Magos nella cella di punizione con me, tutto fiero d’esser yogi, del fatto che a lui in quanto tale, doveveano garantire amplio accesso all’acqua e tutto il dovuto rispetto, finché un giorno torna dal tribunale condannato a 10 anni, gli rasano le Jata, le dreadlocks in istile rasta che sono il segno distintivo dei baba, gli levano il doti, la gonna tradizionale degli uomini indù, gli mettono un pantaloncino cortissimo blu, una camicietta bianca obbligatoria anche per lui che non ne aveva mai portata una, ed una cappelletto a bustina blu in testa, la divisa del condannato, e se lo portano via al penitenziario a scontare i suoi 10 anni, senza remission, ovvero lo sconto di pena per buona condotta cui tutti i carcerati hanno diritto, per esempio gli assassini possono uscire dopo 4 o 5 anni, meno i drogati, il pericolo pubblico numero uno per i quali una condanna a 10 anni significa scontare minimo 3650 giorni di carcere, più altri aggiuntivi per i vari casini in cui ci si troverà coinvolti.

Il baba lo incontrerò una volta nel cellulare che mi porta al tribunale, e che è lo stesso per noi e quelli del penitenziario e mi mostra la sua domanda per il processo d’appello. Leggo il foglio con stupore, un misto d’incredulità ed ammirazione: il baba dichiara di avere diritto a fumare in quanto yogi, e per dimostrare d’esser tale invita giudici a polizia a sedersi tutti in una jeep che lui provvederà a sollevare coll’erezione del suo cazzo!

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