cap10

Le mie doti di guaritore sono sempre state riconosciute: una volta a Bombay nei giardini sotto il Gate of India, la famosa Porta dell’India che fu costruita dagli indiani al contrario, spalle al mare a rappresentare la prossima riconquista del mondo da parte loro più che a permettere l’ingresso trionfale dal mare degl’imperialisti inglesi, tanto che il progettista della grassa imperatrice quando dagli spalti della nave in arrivo dall’isola britannica vide lo scempio pensò bene di buttarsi fuori bordo dandosi in pasto ai flutti evitando così l’onta e forse pure la forca. In quei giardini ci si andava a fare, lì all’angolo vendevano in strada la brown sugar, per venti rupie un quarto di grammo che per molti era già troppo. Infatti quel giorno camminando vidi un gruppetto di ragazzi intorno ad un corpo steso supino sul prato, mi avvicino e domando cosa sia successo. Overdose di eroina. Nessuno sa che fare, non lo spostano nemmeno dal sole inclemente. – Andiamo da me in hotel ho la medicina – avevo ancora la scatola di Micoren, un cardiotonico che rubai a mio padre prima di partire proprio pensando a questi frangenti e che non avevo mai dovuto usare, non ho mai fatto una sola overdose da eroina. E così il corteo partì sotto il sole a picco di mezzogiorno: in quattro portavano il corpo privo di sensi come un goleador in trionfo o piuttosto come un cadavere povero al crematorio, io facevo strada, la gente guardava ma nessuno fece domande nessuno ci fermò, magica India, paese della Libertà.

Arriviamo al mio hotel, passiamo la reception ed anche lì nessuno si preoccupa, d’altra parte stavamo salvando una vita umana. In camera lo faccio adagiare sul mio letto, a sberle ancora non vuole riprendersi, il colorito è bianco come le labbra serrate, gli occhi girati all’indietro, sembra quasi non respirare, duro e pesante, allora apro la scatola di Micoren, tiro fuori una fiala di vetro, la spezzo e carico la siringa. Le vene son collassate e non si trovano, ma con fare esperto riesco a trovargli un venone ancora leggermente visibile sulla gamba e gl’inietto il farmaco salvavita.

Come in un film di NDE (esperienze pre-mortem) il tipo si riprende di botto con un gran singulto. Tutti felici. Noi altri ci si fa per festeggiare, lui no, a lui non diamo niente.

La mia fama si sparge. Ogni tanto bussa alla mia porta un gruppetto di sconosciuti con un corpo esanime, e poi la festa. Il padrone dell’hotel un buon hindù, mi comincia a parlare con più rispetto  chiamandomi babajì e maharaj, sorvola sulle giornate in cui non ho i soldi per pagare, dimentica i miei debiti, e quando ancora pago accetta i soldi solo dietro ripetuta insistenza mia.

Non mi andò altrettanto bene anni dopo a Goa. Una mattina avevo appuntamento presto con Nanà, una greca, per condividere il taxi. Entrambi dovevamo andare a Mapusa a comprare morfina, eravamo senza niente. Quando arrivo alle 8 al posto dell’appuntamento, sulla banchetta del chai shop c’è disteso un corpo, gli amici dicono che ha fatto overdose, e propongono di metterlo sul nostro taxi per portarlo in ospedale a Mapusa. Ok. Non ci sono altri taxi sul momento, solo il nostro che avevamo prenotato dalla sera prima. E così si parte: Nanà a fianco dell’autista ed io dietro col tipo che da vicino mi pare più morto che collassato, mi comincio a preoccupare, decido che l’ospedale è troppo lontano e tiro fuori dalla mia borsa l’ultima delle fiale di Micoren che sempre portavo con me. Riesco ad iniettargliela nell’auto in corsa, ma stavolta, prima volta, niente. Dico a Nanà: – se questo non è morto poco ci manca, non arriverà mai a Mapusa, l’unica è andare all’Ospedale di Pernem – Pernem è dal lato opposto ma molto più vicina, certo per noi bisognosi di morfina già in astinenza significherà ritardare di qualche ora la nostra agognata dose, ma non ci pensiamo su due volte, e facciamo girare il taxi per portare al pronto soccorso lo sconosciutodi cui non conoscevamo nemmeno il nome, l’unica cosa che ricordo è che aveva un braccio solo e le difficoltà che questo aveva causato ai suoi amici per metterlo sulla macchina, italiani che avevano ben pensato di dileguarsi subito appena scaricatolo a noi.

All’Ospedale di Pernem diagnosticano immediatamente la morte, non mi ero sbagliato, ma il taxista non vuole ripartire per Mapusa, giustamente gli hanno preso la targa ed addirittura dichiara di avermi visto fargli un’iniezione in macchina. In quattro e quattr’otto trovato un capro espiatorio: vengo accusato di omicidio! Ci portano alla stazione di polizia, si mette male, i quattro spiccioli che abbiamo in tasca per pagare il taxi e comprare qualche grammo di economicissima morfina governativa in farmacia non son certo sufficienti per corrompere nessuno né per convincere gli sbirri a chiamare un avvocato.

Passano le ore, la rota avanza, ovvero dire che i sintomi dell’astinenza diventano sempre più antipatici è un eufemismo.

Quando fa scuro c’è un momento in cui gli sbirri ci lasciano soli in stanza per farsi la loro Cana, ovvero mangiare nell’anticamera lontano dai nostri occhi secondo loro affamati. In India non si mangiava per strada camminando come nel resto del mondo, e non solo per indubbie qualità di masticazione tranquilla quanto per la maleducazione del nutrirsi davanti ad altri che probabilmente non hanno ancora fatto colazione. Il momento è buono, sfruttando l’oscurità ed il gozzovigliare distratto degli sbirri saltiamo fuori dalla finestra e ci dileguiamo quatti quatti nell’ombra.

GOA_INDIA 4.0

Mi si fa notte, mi levano la roba, di nuovo dal fatidico giorno dell’arresto rischio l’astinenza. Senza pietà non me la ridanno seppur implori, non serve promettere bakshish, qui è un altro mondo, un inferno in terra, la scena ricorda i cartelloni del cinema Rex all’Aquila, quando davano I figli del Papavero, quando vidi ancora sedicenne quelle mani che uscivano dalle sbarre di celle affilate, mani ad implorare, occhi strabuzzati, o vuoti o spenti o folli, mani che escono dalle sbarre anche qui, cazzo! Dopo la cancellata si vedono solo sbarre e gente dentro ammucchiata come animali, indiani indiani indiani.

E mi sbattono lì dentro, per la prima volta dal mio arresto ho paura. Questo posto fa paura. Entro come in trance, mi parlano gl’indiani, io son terrorizzato a guardar sopra: non c’è tetto, ci sono sbarre pure sopra ed un passaggio ove camminano le guardie, si è sorvegliati a vista, sempre, è quanto di più disumano abbia visto, son scampato all’ospedale psichiatrico, criminal ward, e son finito qui, questa è l’anticamera dell’inferno, una gabbia, affollata ed in penombra, il dolore e la follia devono colare dal soffitto e sgocciolarti roventi sul corpo, trasudare dai muri, evaporare dal pavimento a soffocarti. Eppur loro son lì gl’indiani prigionieri son forti, sembrano essersi adattati aver retto… e comincia a farsi strada in me la realizzazione della grandezza e della miseria della razza umana, capace di adattarsi a tutto, capace di soffrire ed urlare per la follia di trovarsi all’inferno ed una mattina dopo svegliarsi disposto a cercare le cimici sui muri per mangiarsele pur di continuare a vivere all’inferno.

Mi parlano gl’indiani e ricevo la prima sferzata di energia da un signore dai capelli brizzolati che mi dice d’esser dentro per droga, e di aver rifiutato anche lui il patto scellerato, di non aver consegnato nessuno per guadagnarsi la libertà e così di andare incontro ai suoi 10 anni di galera a testa alta. Tremo io, tremo per l’astinenza che avanza, i miei 10 anni futuri sono lì come uno spettro nell’ombra tanto grande che non voglio non posso vedere, ho il problema delle prossime 10 ore senza roba io, ho il problema dei prossimi 10 minuti in questa gabbia da bestiame, ho paura.

Qualcuno mi dice che c’è un mio connazionale in fondo nell’ultima cella, le celle son aperte sino alle 6 di sera e così mi trascino fin lì attraversando il corridoio. Amon, un bel ragazzo inglese tutta salute, dentro per pochi grammi di fumo, mi accoglie, mi stendo vicino a lui per terra, mi parla e mi dice d’aver fatto domanda per il trasferimento a Rejma, un altro carcere, migliore, e la sua speranza è che ce lo mandino davvero, e mi fa il nome del suo giovane avvocato Peter de Souza, di famiglia cristiana, che difende i poveri quelli che non hanno i soldi per pagarsi i grossi nomi, e si sta specializzando in casi di droga colla nuova legge.  Cazzo! Peter de Souza è il figlio del Milky Way, lo storico posto dei frullati a Calangute, un posto che sprizza salute e pulizia! Il primo contatto col mondo quello vero quello nostro, la vita di fuori! Mandando qualcuno lì a parlare colla mamma ti ci metti in contatto, e lui sa come farti trasferire a Rejma, il sogno, uscire di qui! Andare in carcere! Lasciare la gabbia bestiame!

Faccio appena in tempo a memorizzare questa preziosissima informazione che mi chiamano, non entrano nemmeno gli sbirri in queste gabbie, ti chiamano, e mi trascino sino all’entrata ove mi aspetta la polizia, quella vera e non le guardie carcerarie, per arrestarmi!!! Ovvero mi portano nei loro uffici a formalizzare il secondo arresto, per il quartino di brown sugar che mi hanno trovato nella cucitura dei pantaloni. Tutta la pantomima si svolge in un ufficio dello stesso complesso dell’enorme police station di Panjim, io son completamente disinteressato alle loro domande, sto a rota, tremo dentro di paura e d’astinenza, comincio a vedermela brutta, se in un mese e mezzo che sto dentro non mi hanno dato la libertà su cauzione per un solo capo d’accusa, soldi in mano, figurati ora con due processi in corso: vado per i 10 o i 20 anni!!! Parlano, mi danno fogli da firmare, io tremo dentro ma fuori sono in uno stato catatonico e di abulia, quasi non sento quello che mi dicono e devono ripetermelo sempre due o tre volte se richiedono una risposta, sono in un altro mondo, una bolla mi divide da loro, un silicone psicofisico molle ed ovattato assorbe tutto ciò che è fuori, il mondo della libertà e mi sigilla dentro quest’uovo, il mondo della disperazione, dell’abbrutimento, dell’inerzia, della follia.

Poi mi portano al lock-up di polizia, ove dovrò passare i 15 giorni di rito prima di poter tornare al lock-up giudiziario. Questo di Panjim non somiglia alla cella della narcotici della prima notte, né alla celleta del lock-up della polizia di Mapusa, questo è uno schifo! Puzza di merda da fuori: è un salone colle sbarre dal lato dell’entrata, un rialzo in muratura per dormire sulla destra sormontato da un finestrone alto con un piccolo davanzale e le sempiterne sbarre e la porta dei cessi in fondo; solo che se apri la porta dei cessi ti devi fermare lì, la stanza di cui non si vede il fondo è tutta piena di merda, chissà da quanto tempo non viene pulita, forse non lo è mai stata, e l’unica possibilità per non doverci camminare in mezzo è quella di pisciare e cacare lì sulla porta, poi riaccostarla e correre via per arrampicarsi sulla finestra e restare lì aggrappato alle sbarre a respirare l’aria che viene da fuori, dal cortile del police station ove si vede l’andirivieni delle jeep della polizia sotto la pioggia. Oramai il monsone è arrivato in pieno e piove quasi sempre.

La notte in quel lock-up di Polizia a Panjim si odono le grida dei torturati. Più che altro li appendono per la mani colle manette ad un tubo e li picchiano sotto i piedi. Hanno un libro gli sbirri ove viene ben spiegato come picchiare senza lasciare tracce, prove evidenti di tortura. Per questo amano infierire sotto le piante dei piedi, o appendere la gente per le mani anche da dietro, roba da spaccare le scapole. La loro più grande garanzia comunque sta sempre nel silenzio della vittima. Io non posso vedere niente dalla mia cella però sento urla e discorsi, sia di poliziotti che di prigionieri. Sono fortunato io, a me non possono farlo, sono straniero, è una regola: gli occidentali non si toccano.

Tremando e sudando freddo per l’astinenza, cosciente di rischiare 20 anni di galera in India, penso a quanto sono fortunato.

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One Response to cap10

  1. Caro Rodolfo, mi cattura molto e soprattutto il ritmo con cui de-scrivi di “luogo e accaduto”- veloce, senza dover per forza cedere a seducenti decorativismi linguistici, da leggere d’un fiato, insomma. Poi il fatto che non ti lasci andare a sentenziosità gnomiche (tipiche di quelli che ardiscono a trattare di questi temi così delicati e “complessi” (soprattutto in Italia), credo sia indice di qualità nella narrazione in sé. Quando leggo di argomenti a me così cari, se scritti bene ho sempre la tendenza ad individuare due possibilità di applicazione del testo stesso: o cinema o teatro. Credo che per Assurban valga la prima, senz’altro.
    Abbracci e baci
    Andrea

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