cap08

GOA_INDIA 2.3

Sono vestito e non ricordo come, evidentemente durante il delirio più nero dell’astinenza qualcuno mi ha dato delle vesti, un Saul sulla strada di Damasco, ce ne sono sempre, il mondo è fatto così, almeno io son sempre riuscito a mangiare, anche quando i primi anni vagavo l’India davvero solo e senza niente, facendo perdere le tracce alla mia famiglia di modo non potessero inviarmi soldi, e così scoprii che c’è davvero un Dio, che alla fine della giornata è davvero raro andare a dormire a stomaco completamente vuoto. C’è, l’Abbondanza dell’Universo c’è, ce n’è per tutti.

Una mattina vengono e mi portano da un giudice, non ho alcun diritto di parola, è solo una questione burocratica: ci vuole un ordine del giudice per internarti nel Judicial lock-up, ovvero un carcere per detenuti in attesa di giudizio. Quella mattina ci sono anche Anita e la bambina, sappiamo già tutti che non serve a niente, mi hanno ben spiegato che non c’è chance di uscire oggi, ancora non ho nemmeno un avvocato, Anita ha appena parlato con uno che le ha detto che bisogna aspettare il giudice giusto, quello che prenderà la mazzetta per farmi liberare. Più che altro è un’occasione per stare insieme senza le sbarre di mezzo, si va a piedi, attraverso Mapusa e lo sbirro che mi porta incatenato accetta pure di sedersi ad un chai shop a stuzzicare qualcosa, l’atmosfera è tranquilla, rilassata, la roba pensa a tutto. C’è però un momento in cui soffro, quando dalla finestra di un ufficio al primo piano ove si aspetta l’udienza Parvati, biondina di tre anni e mezzo cresciuta quasi esclusivamente in jungla ed in spiaggia ed eccitatissima alla vista di tanti automezzi, si sbraccia ad indicare un maggiolino di passaggio ed Anita le dice: sì quella è una Volkswagen! Ed io mi rendo conto con estremo dolore e nostalgia del futuro che mia figlia sta crescendo senza di me!

Che succede ad un/a bambina/o quando di colpo sparisce un genitore? Quale assurdità, quale crollo cosmico, quale ingiustizia, quale  disillusione totale, quale liberazione?

ASSURBAN

Atterro dal mio volo cosmico in un pianeta, un globo terracqueo, quasi tutto acqua, dallo spazio si vedeva una bella palla azzurra, splendente nel nero dello sfondo. Son radi i sistemi ora, alla fine di un’era, la distanza fra un sole ed un altro è talmente grande che non si può parlare più di galassie, le ombre delle quali son talmente distanti che non si può parlare più di Universo, e le distanze fra gli Universi già incommensurabili ora rasentano l’Infinito, che non si può parlare più di Multiverso. Siamo alla fine, agli sgoccioli della gloria di una creazione che sembrava infinita. Chissà se la Signora ed il Signore torneranno a toccarsi ed a partorire un’altra Creazione, e chissà se anche ciò fosse, potrei esserci di nuovo io…

Atterro dal mio volo cosmico in un pianeta, un globo terracqueo, o meglio ammaro, o meglio mi tuffo, il mio corpo si riconsolida, si ricrea, si ricompone fra le acque, ancora una volta immerso nel liquido, nell’acque amniotiche, nell’abbraccio della Madre, la Memoria, le memorie, le mille memorie di questo pianeta, salvate nelle molecole d’acqua mi si trasmettono direttamente quando i quanti del mio corpo abbandonano la loro forma d’onda e ritornano alla loro forma particella, si consolidano precipitano si materializzano qui ed ora e formano molecole e cellule e neuroni ed in essi si travasano le memorie delle acque del pianeta, immediate. La gran civiltà leonina che qui si era evoluta e raggiunto gli apici della perfezione, dopo esser decaduta nella conquista e nel controllo di vaste zone di spazio, dopo essersi ravveduta e lasciati i più al loro destino, dopo eoni di meditazione ora era scomparsa, tutti in massa erano andati…

GOA_INDIA 3.0

Arriviamo insieme al Judicial lock-up di Mapusa, che altro non è che un’altra ala della Police Station e subito capiamo che aria tira, il poliziotto che fa gli onori di casa un ciccione che mi dovrebbe perquisire prima di entrare e sequestrarmi tutto ciò che non è consentito portare in cella, non mi perquisisce se la ride con aria bonaria, accetta la proposta di Anita di venirmi a visitare tutti i giorni e di portarmi tutto ciò di cui ho bisogno… è pronto ad accettare qualsiasi bakshish la magica parola che apre le porte dell’Oriente (regalo) ma pure senza bakshish chiarisce che qui non ci sono prigionieri, che tutti son innocenti prima di andare al processo, che dobbiamo passarcela bene. Son rincuorato, lascio Anita dopo abbondantissimi baci ed abbracci, lei vedrà di nuovo l’avvocato, si tratta di aver pazienza, fra pochi giorni uscirò.

La cella, un camerone con una ventina di persone, è piacevole e luminoso, ed ancor di più il cortile che da sulla strada, subito vengo accolto da uno yugoslavo e da un indiano che mi invitano a sistemarmi vicino a loro, e per l’occasione preparano una canna, io vista la libertà mi faccio subito un paio di strisce della roba che mi ha lasciato Anita.

Poi tranquillo fumo e chiacchiero con loro. Lo yugoslavo è dentro per rapina, praticamente è entrato in banca colla scusa di farsi cambiare una moneta del suo paese e mentre il cassiere andava dal direttore a chiedergli dietro insistenza se fosse possibile cambiargli monete, che tutti sanno che non si può, lo yugoslavo infilava la mano dietro il vetro dello sportello acchiappava duemila rupie e si dava alla fuga. Breve la fuga che lo andarono a cercare a casa sua il giorno stesso. È condannato a due mesi, e per una pena così breve, in India furti e rapine per i non recidivi abituali non vengono mai condannati a più di due mesi, non lo hanno nemmeno spostato dal Judicial lock up al penitenziario. Cazzo! Per rapinare una banca ti danno due mesi, e per la detenzione ad uso personale  di appena una quantità infinitesimale e di droga la pena nominale è dai 10 anni in su! Per fortuna che c’è la cauzione, e che io ho i soldi per pagarla!

Poi coccolato dai fumi dell’eroina, della charas, del caldo pomeriggio, della luce rosseggiante del tramonto che filtra dall’ampio cancello a sbarre sempre aperto che ci separa dal cortile, dal calore dei baci di Anita e dalla certezza che domani tornerà e mi porterà altra roba – cazzo pare un residence, l’unica mancanza è una spada per bucarmela la roba! – comincio a ripensare alle mie di esperienze di furto… be’ non molte. Dapprima quel supermercato standa appena aperto negli anni ’60 a L’Aquila ove da ragazzini passavamo i pomeriggi noiosi di provincia a rubare cibarie che poi nascondevamo dietro la porta laterale della chiesa di Sant’Agostino per poi fare ricche merende; e poi qualche, uno o due, stereo per farmi, ancora mi duole il cazzotto allo stomaco che mi lasciò senza respiro e che pensavo non tornasse mai più e di soffocare lì in un vicolo quando pagai la roba colle 50mila lire false che mi aveva dato il ricettatore; e poi qualche truffa all’American Express coi travel cheque dichiarati rubati e poi cambiati, se si può chiamare furto… be’ l’unico furto vero nella mia vita fu quello del fumo, un vero capolavoro.

Arriva Pauli, il mio amico austriaco, l’artista dei travel cheque, e preoccupatissimo mi dice: mi devi far nascondere a casa tua, sono nei guai! È uno dei pochissimi a saper che abbiamo una stanza quest’anno noi, pur vivendo in giungla come sempre, quest’anno abbiamo uno sgabuzzino affittato al villaggio, ed un paio di volte arrivata la roba da fuori, troppo a rota per arrivare in giungla ci siamo andati a fare lì con Pauli. Ed ora lo ospito lì, per tre giorni, dice, prima di andarsene, devono pensare che io sia già partito dice, così non possano sospettare di me, e tu Rodolfo per favore recupera il kilo di fumo che mi hanno rubato. Quello stronzo tedesco ce l’ha in giungla, e ci dorme colle testa su come un cuscino, me lo devi riportare, e fare giustizia ed io ti darò 1000 rupie. Non lo feci per le 1000 rupie, lo feci per il gusto, ed il pensiero di essere nel giusto, e così aspettai la notte, ed appostato in giungla attesi per ore nell’ombra che finissero a fumare, mang¡are e bere, e poi camminai quatto quatto a piedi scalzi scavalcando i corpi addormentati, raggiungendo il tedesco e sì gli sfilai il kilo di fumo da sotto la testa mentre dormiva, e me lo portai via… cazzo un capolavoro da università della camorra a Napoli. Manco a dire che non vidi mai le mie 1000 rupie, né credo oramai che il fumo fosse mai stato veramente  di Pauli…

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