cap03

ASSURBAN

Quando scoppiarono le bombe 20000 anni fa il mondo cambiò… la maestra robotica (femmina capace di riprodursi – questa differenza dei sessi si era voluta conservare/amplificare/giocarsela tutta) spiegava alle/i bambine/i umane/i

Si ragazze/i quello che siamo noi oggi è il frutto di quell’orrore, delle bombe atomiche, all’idrogeno, al neutrone che scoppiavano a ripetizione nei quattro angoli del pianeta Terra, chi ce le aveva le tirava… cominciarono da un paese di quella che era chiamata Asia che accusava quello chiamato Nordamerica di provocare artificialmente i terremoti  che sconquassavano il pianeta, e quindi gli tsunami.

Oggi siamo in comunicazione colla Terra, coi pianeti ci si parla, e per lo più li si sta ad ascoltare… comunque ragazze/i come vi ho spiegato sempre questo è solo uno dei passati possibili, già sappiamo come tutto sia in mutamento nel qui ed ora…

GOA_INDIA 1.4

Al bus stand di Arambol per la prima volta non prendo un mezzo per il Nord, no prendo il bus che va verso Pernem per beccare Raju a casa sua, mi deve dare la moto in affitto oggi, la stessa rajdoot rossa di sempre. Raju vive in un villaggio appena prima di Pernem, e lì scendo dal bus e mi incammino fra le case, è deserto, manco li cani girano oggi.

Trovo la casa di Raju, non c’è nessuno, né vedo la moto fuori al suo solito posto, capisco che è già uscito, ma in ogni caso meglio chiedere alla mamma che gestisce l’alimentari qui di fronte. Entro. Oscuro, fatico a vedere che dietro il bancone ci sia qualcuno, non solo per la mancanza di luce, quanto per la mancanza di vita, il silenzio è totale, la donna è immobile e non da segno di vedermi, non un saluto, non un allarme, nella penombra i suoi occhi sono bianchi, senza pupilla senza luce, anche se mi fissano non mi riconoscono. Ho la certezza dentro di me che qualcosa sia successo, da stamattina non ho parlato con nessuno, persino quello dell’autobus, il bigliettaio ha preso le mie monete dalla mano senza nemmeno guardarmi in faccia, senza parlare, lì per lì non ci feci caso, ma ora… fredda e glaciale la consapevolezza di essere in un mondo di zombie mi attanaglia. Cos’è accaduto questa notte mentre dormivo al ristorante sugli scogli? Qualcosa, una radiazione, una vibrazione: l’esplosione silenziosa di nuovo! Non è la prima volta, qualcosa accade ogni tanto e la gente rimane così, gusci senz’anima, sì lavorano, ma senza consapevolezza, come robot, o meglio come morti viventi.

Mata ji, le dico, sono Rodolfo, quello della moto, e Raju?

Raju è uscito presto, mi dice la mamma senza alcun movimento nell’anima, senza curiosità, rabbia o allegria, senza che il cuore sia toccato da ciò che meccanicamente mi ripete, in istile segreteria telefonica.

ASSURBAN

L’occhi enormi mi guardano nella notte, dormivo, dormivo tranquillo nel mio letto d’acqua, galleggiandovi sopra, galleggiando sopra i miei ricordi sopra il mio futuro sopra il mondo intero, galleggiando nell’oceano di latte ch’è l’universo, nelle infinite possibilità. Dormivo senza pensare senza sognare solo galleggiando nel nulla quando la luce mi sveglia, e la luce sono due fari, bianchi fasci di luce, ed i fari sono due occhi, e gli occhi mi guardano enormi, e sono gli occhi di un dio, gli occhi del Signore del Tempo, del Signore del Grande Vuoto, del Signore del Mare Nero della Coscienza, del Signore del Ieri e del Domani, sono gli occhi di quell’antichissima foto del Jyotirlingam di Ujjain, che già fu capitale di un’altra era prima che iniziasse il Kaliyuga.

Shiva Mahakaleswara mi chiama nella notte e devo andare, devo correre, devo riprendere Rodolfo e corro lì negli eoni caldi e allucinati, e corro ed il mio correre fa vibrare il pavimento dell’antico tempio mentre Rodolfo pensa che sia la droga che sia l’amfetamina a far vibrare tutta la terra, ed invece sono i miei passi i passi di un dio i passi dell’inviato di Shiva.  Shiva che batte il suo damaru, il tamburo doppio fatto con i crani di due sue precedenti incarnazioni ed il lato più grande del damaru, quello col cranio di Neanderthal, batte ed inventa il linguaggio ed al Neanderthal allora si rimpiccolisce il cranio, meno massa di circuiti telepatici e già più neocorteccia, ed il prossimo lato del damaru è il cranio di un Homo sapiens; ed il pavimento vibra sotto i miei passi che corro sulla terra che vibra al suono del damaru ed il mondo vibra all’echeggiare delle parole di un dio.

E la notte finisce ed è giorno e Rodolfo tenta di arrivare al tempio di nuovo, è l’unico riferimento che ha l’unico posto ove pensa di poter incontrare Jean-Jacques, e va in un risciò a pedali, ma i bambini non vogliono lasciarlo passare e gridano i bambini gridano di andare via di andarsene a casa sua ed il risciò si deve fermare. Ma lo stallo è interrotto da una nuova torma urlante di ragazzini che esce da un vicolo laterale e danno guerra ai primi, son bene intenzionati i nuovi a calci pugni urla e sassate a far largo al risciò che subito approfitta del primo varco aperto dai difensori e ricomincia a pedalare, ma Rodolfo piange e gli dice no no a queste condizioni no, non voglio che i bimbi facciano a botte per me! ma il risciò non ascolta non capisce il suo dolore la sua disperazione il suo terribile senso di colpa, no il risciò compie solo il suo dovere, quello di pedalare a destinazione e  lascia il passeggero pagante e piangente davanti alla porta di Mahakaleshwara.

Ed entra correndo Rodolfo per non incontrare un’altra volta il Baba, quello che l’altro giorno dopo avergli fatto spendere le sue uniche 32 rupie in chai e biscotti poi gli stava facendo costruire un tempio intorno, già aveva chiamato gli operai con mattoni cazzuole e cemento che tiravano su le mura proprio lì dove gli stava offrendo da fumare i chillum, ma lui no non volle Rodolfo e fuggì correndo come corre ora entrando nel tempio inseguito com’è dalla paura e dalla logica.

E appena entrato nel tempio non sa dove andare e attraversa a grandi passi l’ampio slargo nel mezzo del quale sorge il tempio e vi entra e lì di fronte ad un piccolo lingam sta un santone immerso in meditazione profonda in padmasana spalle all’entrata colle mani in jnanamudra e gli occhi chiusi. Rodolfo si siede alla sua sinistra, affannato, e guarda il lingam e guarda lo swami vestito color zafferano e guarda il lingam e guarda lo swami e crede di non pensare a niente mentre guarda lo swami e guarda il lingam, finché lo swami non apre gli occhi, lo guarda e gli fa cenno colla testa di volgersi allo specchio che sta lì sul fondo del tempio di fronte all’entrata, e nello specchio Rodolfo vede Jean-Jacques passare lì fuori davanti alla porta del tempio e sparire dall’altro lato, e scatta in piedi allora borbottando un saluto e corre fuori per beccare Jean-Jacques, finalmente, dopo giorni!

Ma corre fuori e Jean-Jacques non c’è, non è da nessuna parte… e l’unico posto possibile ove possa esser andato in così poco tempo è all’entrata del Jyotirlingam, che sta esattamente sotto terra in perpendicolare col piccolo lingam intorno cui meditava lo swami; e lo vedo precipitarsi Rodolfo e scendere le scale ed io divento il pundit, il sacerdote che sta rimettendo la testa, ovvero le cinque teste d’argento, a Sheshnag, il dio-cobra che cinge il collo di Shiva. Ma Rodolfo non capisce, non conosce ancora il mistero del collo blu, il mistero del veleno del mondo che Shiva beve per permettere alla Vita di esistere sul piano materiale, quel veleno del mondo, quella schiuma della massima alchimia che lo fa diventare blu, ma non sa ancora Rodolfo che Shiva lo blocca al collo il veleno, non lo manda giù, lo assapora solo, come si fa quando si fuma il Tabacco Sacro, e goccia dopo goccia permette tutti gli eoni dell’esistenza della Vita in questo universo materiale.

Non lo sa Rodolfo, lui cerca Jean-Jacques e si sorprende che non ci sia e non comprende subito il messaggio che l’accadimento gli trasmette, quello della massima Libertà della Creazione, e rischia e rischia brutto a non capire… ed allora so perché son qui io ora, perché il Signore del Tempo  mi ha chiamato, per salvarlo ed allora prendo una collana di fiori da intorno lo Jyotirlingam, uno dei 12 lingam non fatti da mano d’uomo che ci son in tutta l’India, e la metto intorno al collo quasi imberbe di Rodolfo. E scappa allora a gambe levate Rodolfo risalendo le scale inseguito dall’imbarazzo più totale, dal terrore sacro, chi sono io, pensa, per avere intorno al collo la collana di Shiva, di Dio? Ed allora corre riattraversa il piazzale, ricorda che lì sulla destra del tempio di Mahakaleshwara c’`un altro tempio più piccolo, quello di Punchmukhi Hanuman, il dio scimmia, e la sua decisione è presa entra correndo e mette intorno alle 5 teste di Hanuman la collana di garofani che gli ho appena regalato.

C’è l’ha fatta, almeno questo, si è salvato la vita, non ha capito il mistero del veleno e della creazione, ma non morirà scimmiato, ha fatto l’offerta, la più grande, alla Scimmia, alla scimmia nel suo più nobile e divino aspetto di Devozione, e Forza.  Ed ora è lì fuori che affanna Rodolfo, e c’è un indiano che gli parla e gli dice che lui, in otto anni a Ujjain, è sceso al Jyotirlingam una sola volta, e Rodolfo lo vive come un rimprovero e si sente in colpa, lui, di esservi sceso due volte in pochi giorni e dei ragazzini della strada, e non sa che invece l’indiano lo ammira ed è già un suo devoto.

GOA_INDIA 1.5

Sull’autobus che va da Pernem a Siolim mi guardo il tatuaggio sul petto, l’Hanuman che mi tatuai a Goa 10 anni fa. Che mi protegga, che mi protegga sempre dall’ira di Mahakaleshwara che mi svegliò quella notte  a Bombay, cogli occhi che brillavano come due fari dalla foto del Jyotirlingam che mi portavo dietro appena tornato da Ujjain, ed io fui terrorizzato da quegli occhi, da quella luce nella notte che forse mi chiedeva di non farmi più, di lasciare la droga, ed io invece per il terrore sacro mi feci una pera, subito.

Ed un’altra ed un’altra e sono 10 anni che non smetto, ed ora arrivato al fiume di Siolim devo aspettare il Ferry Boat, imbarcarmi e poi dall’altro lato prendere un taxi collettivo con 10 o 12 persone a bordo più autista, speriamo di beccare una ambassador che ci si sta più comodi in 13 dentro ad un’ambassador che in 11 in una padmini che altro non è che la vecchia millecento fiat colla guida a destra. Arrivato a Mapusa prendo un bus per Anjuna ove attraverso veloce mezzo villaggio a piedi sino alla casa del pusher, che mi dice, tranquillo si te la cambio la roba ma tre grammi di bianca ora non ce li ho ne ho uno solo prendi questo e ripassa stasera.

[Rodolfo de Matteis 20-21 aprile 2010]

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