cap19

GOA_INDIA 9.0

Acqua è vita, acqua è tutto, acqua è l’unica cosa che ci resta. E sì che a Fort Aguada fanno il liquore fermentando le arance, qui no qui si beve acqua, ma non è solo ciò che si beve: acqua è vita. Il potersi lavare il potersi buttare addosso l’acqua fredda è una delle poche cose che ci tiene collegati alla Natura. Il Fuoco lo possiamo fare solo di nascosto la notte, una fiammella sorgente da pezze intrise d’olio vegetale dentro d’una latta vecchia di latte condensato che fa un fumo grasso e sporco che si appiccica al soffitto della cella, sempre più nero. Il Cielo lo si vede solo per mezz’ora al dì, o arrampicandosi come scimmie allo zoo sino alle sbarre della finestra, scimmie stanche. La Terra, la terra è questo pavimento duro e freddo contro il quale dormiamo. La terra è tutto: sedia, tavola, letto, scrittorio, pista da corsa, campo di battaglia e ancora tomba ogni notte, per alcuni pure o soprattutto di giorno. Madre che ci accompagna ci accoglie fra le sue braccia in quell’oblio dolce, unico ricordo dell’abbraccio della madre della compagna della fica del culo; nella penombra del giorno o nelle luci al neon torturanti della notte la terra è il sonno, l’oblio, la pace.

Resta solo l’Acqua. L’acqua che si può bere, lavarcisi, lavare le cose, un’acqua in una vasca di cemento nei bagni di giorno, acqua bella acqua tanta. Mentre di notte una volta che chiudono i bagni resta solo quel bidone enorme di plastica verde, che mi fa un po’ senso perché c’è una sola lota di plastica con la quale si deve cavarne l’acqua, lo stesso contenitore che si porta all’angolo-cacaturo notturno per pulircisi il culo, lo stesso con cui poi lavarcisi le mani, lo stesso da cui bere. Una cosa buona che fece Huve fu una volta di comprarne un’altra di lota di plastica, spiegando a tutti che una era per bere e una per andare al cesso, ma il miracolo d’igiene durò pochi giorni appena, poi si confusero, e poi tornò ad essercene solo una, la solita vecchia lota sbeccata.

L’acqua non arriva da sola, non ci sono tubature, la si deve andare a prendere giù, giù alle pendici della collina ove c’è il pozzo, e portarla su lungo tutta la salita, quasi dieci minuti a piedi, secchio a secchio, un secchio alla volta in un lungo lavoro che dura ore ed ore con il saliscendi dei prigionieri con i secchi scortati dalle guardie. Per legge non si possono costringere i prigionieri ad alcun lavoro forzato e così ogni giorno alla mattina presto quando molti dormono vengono le guardie a cercare volontari, naturalmente solo fra i più affidabili poiché si tratta praticamente di uscire dal carcere, dalle mura ed il portone che le chiude ed andare in strada ove, anche se disperata, sarebbe possibile un tentativo di fuga.

Io, che ero fra i sorvegliati speciali nella cella brutta e piccola e sovraffollata di sotto, ora sono passato a quelli di cui fidarsi… anche se di sicuro lo sanno il direttore come tutti che, se fosse l’unica maniera per uscire e se servisse davvero, sarei disposto a tutto per scappare; certamente lo sanno come sanno pure che non è questo il momento, e che sono tranquillo affidabile, sobrio. E così dopo aver visto per mesi i volontari dell’acqua come gente che fa un lavoro gratis e pure duro per la maledetta prigione, un giorno vado anch’io. È sempre una maniera d’uscire, la mattina presto quando qui dentro è oscuro e pare un cimitero con tutti questi corpi che dormono, o fingono di dormire per non svegliarsi in galera; è una maniera di vedere il sole, il sole!, il cielo, un pezzo di strada, e fare un po’ d’esercizio, per sgranchire la gambe e l’anima, ed il cuore nel salutare quegli alberi grandi e verdi che stanno sotto.

Così una mattina vado e scendo cogli altri tutta la salita, tutti con i secchi in mano che camminiamo sorridenti, del tipo andiam, andiam, andiam a lavorar dei sette nani, però invece di una Biancaneve ci sono le guardie armate che ci scortano, vabbe’ comunque sorridenti pure loro. Miracolo! si vede qualche persona in strada, sono le otto del mattino, che va per i fatti suoi e ci guarda.

Il pozzo è grande, un quadrato di antiche pietre, alcune già sbocconcellate dai secoli, di un tre metri e mezzo di lato, e l’acqua arriva quasi alla superficie tanto che non sono indispensabili le corde per raggiungere l’acqua e, anche se alcuni le usano, altri si inginocchiano ai bordi ed estendendo il braccio prendono l’acqua direttamente col secchio. L’occasione è unica e benedetta, non resisto, non ci penso nemmeno un momento e fingendo di scivolare mi butto! Gioia! Sott’acqua, pur vestito l’acqua è dappertutto tutt’intorno al mio corpo, bacia la mia pelle, l’abbraccia l’accarezza la rinfresca la nutre, beve ogni poro avidamente dopo così tanti mesi senza mai un’immersione, solo docce o presunte tali. Finalmente nuoto e vado giù nel pozzo e faccio capriole. Amo l’acque dolci, sempre in laghi fiumi cascate. Ed ora qui, in questo sotto, dentro le profondità della terra coll’acqua fresca ed oscura del pozzo, porta del mondo di sotto, mi sembra un tempo fermo, infinito, glorioso, un tempo rubato al carcere, sequestrato al destino, regalatomi dall’inframundo, dalle viscere fresche accoglienti ed umide della madre, cui sono grato, che mi ridà la vita, la gioia, l’emozione che torna, emozione di vita, galleggiare nell’oceano di latte come Vishnu, il dio che conserva il mondo che lo salva, che combatte contro il suo sposo Siva il distruttore e contro la brama di Brahma il creatore, in una lotta che è amore infinito.

E torno su veloce, prima che qualcuno si debba buttare dentro, per salvarmi, ed infatti sono tutti lì intorno al pozzo, facce affacciate sulla porta del cielo, curiose, beffarde, invidiose, le facce delle guardie e dei carcerati e tutti fingono che sia caduto, ma nessuno ci crede, e nessuno lo dice, non si può dire, non si deve dire, si sa ma non si dice. E le mani mi tirano su, ed io mi metto seduto sul muretto del pozzo sgocciolante ad asciugare i miei vestiti, fiero e vittorioso, all’ombra di quei grandi alberi secolari, relax e sorridente.

Non lo faccio tutte le volte, ma quando mi gira, molte altre volte scendo tranquillo solo a prenderla l’acqua e riportarla su con molte soste lungo la lunga e ripida salita, ma anche se non mi ci butto dentro l’acqua la adoro dal muretto, mi ci specchio, la tocco, acqua viva acqua di pozzo la meravigliosa acqua dolce di Goa.

GOA_INDIA 9.1

Altra storia d’acqua è il monsone, quando la pioggia scroscia giorno e notte, incessantemente anche per una settimana. Le carceri si riempiono in India durante la stagione delle piogge. Molti sono gli homeless, quelli che dormono in strada che, quando piove, riescono a farsi arrestare per un delitto che valga giusto quei due o tre mesi di carcere che dura il monsone, e così se la passano all’asciutto, di solito per furto.

In un paese con tanta fame il furto è quasi legalizzato, vale due mesi di carcere. Lo yugoslavo in compagnia del quale avevo trascorso il  primo mese nel judicial lock up di Mapusa scontava una condanna di due mesi per aver rapinato una banca, mentre io rischiavo dieci anni per aver comprato una bustina di polvere bianca, prodotto nazionale venduta da politici e rispettabili uomini d’affari. E così continuano a condannare i ladri a due o tre mesi al massimo, rischiando un massimo di sei mesi se ci sono delle aggravanti, anche se recidivi, mentre per droga se recidivi c’è la pena di morte. È stato il prezzo del passaggio dell’India dalla sfera d’influenza sovietica a quella americana, alla morte d’Indira Gandhi, la figlia di Jawaharlal Nerhu, il fondatore dell’India col Mahatma Gandhi, lei che sposò ad arte uno qualsiasi che si faceva Gandhi di cognome per trarre in inganno il mondo, ma era figlia di Nerhu, il gran politico socialista e non di Gandhijí, la Grande Anima. Ma quando la uccisero, le sue stesse guardie del corpo Sikh, anni dopo che il suo primo figlio Sanjay, l’erede designato, il politico antimperialista terzomondista socialista come il nonno, morì in un misterioso incidente aereo, che mi ricordava molto quello di Lin Piao; le redini della nazione passarono a Rajiv, marito di Sonia Bisleri, legato alle multinazionali, acque imbottigliate in primis, e da un giorno all’altro l’odiata Coca Cola, entrò in India, e come condizione per il passaggio di parrocchia Ronald Reagan impose all’India, paese ove la droga è sacra, il fumo è, come il vino per i cristiani, parte integrante del rito religioso, una legge anti-droga delle peggiori del mondo.

Comunque non è tutto rosa e fiori per i ladri che per farsi una vacanza di due mesi in carcere devono prendere un sacco di botte quando li arrestano: una volta è venuto un ragazzino con due duroni enormi, la polizia gli aveva tagliato i tendini d’Achille, rovinandogli così per sempre la carriera di scippatore, poteva solo camminare piano.

vai al ventesimo capitolo -> cap20

2 Responses to cap19

  1. Pingback: Nuovi Capitoli di Assurban + 2 paroline « Day by day awakening

  2. Tracy Jones says:

    rodolfo, auguri, ho letto capitulo 19(come il mio Kin-tormenta) e mi piace moltissimo… L`Aqua…mi piace come scritto, tutto, vai avanti, penso che “gustarà” a màs lectores.
    ho trovato mi sà un errore di ortografia alle fine, la seconda parte che menziona Ghandi,
    e scritto male..dice Ghandhjii, mi sà. checàlo…
    un abracio.. T

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