ASSURBAN cap1

GOA_INDIA 1.0

[fine maggio 1990]

L’orizzonte più che di fuoco è uno schema incredibile di colori d’ogni genere che ci lascia senza respiro, quando si avvicina il monsone a Goa i tramonti, già meravigliosi tutto l’anno, si risvegliano all’incredibile, la fantasia sfrenata di una Natura gloriosa si realizza attraverso il pennello delle nubi che corrono immobili sulla tela di un cielo immenso, ognuna viva di acqua e luce e aria, un gioco cosmico che ci lascia impietriti, senza parole a bocca aperta. Per mano tengo mia figlia, appena 4 anni, lei non ha preso l’acido come me, lei è sempre in viaggio, una bimba avvezza a navigare gli stati di coscienza selvaggi  che alterniamo noi genitori e tutta la gente che frequentiamo in questo angolo di mondo, in questo esperimento di un’altra vita di cui siamo cavie ed ideatori noi che stiamo qui ad Arambol, l’ultima spiaggia di Goa a nord prima del confine col Maharastra, un altro stato indiano. Ore fa solo nella giungla  ho preso tre gocce da un flaconcino di LSD puro, fra le foglie verdi, fra le pietre giganti del rio in secca non ancora animato dalle piogge in arrivo, colla mia pelle che respira l’incredibile rigoglio, il risveglio della vita mai morta, la gioia di correre saltando su quei pietroni a piedi scalzo nudo, solo un perizoma come al solito. Il gusto di vivere nudo me lo son già levato per anni qui in questa giungla in questa spiaggia, e mi son già stufato, quella volta che venne quel tedesco grasso su al Banyan Tree, con quel suo pistolino ridicolo, quella visione mi levò la voglia per sempre di star nudo come un verme, e quello sbattere delle palle contro le cosce quando si corre, che palle! preferisco la gioia di un perizoma che mi faccio da solo annodando una scarpetta indù, senza pensare che fra le chiappe mi capiti un Krishna o un Om, siamo tutti sacri noi, non abbiamo parti si e parti no, fu la prima cosa che dovetti rivendicare quando arrivai in India dodici anni fa, ragazzino ventunenne con questo Om tatuato malamente sulla mia mano sinistra. Lì dove molti si tatuano il dollaro e ci mettono la coca da sniffare, me l’ero disegnato a penna bello perfetto quell’Om un giorno quando avevo 16 anni ed andavo all’inaugurazione di una galleria d’Arte, non mi ricordo nemmeno il nome che aveva però sì il posto in una piazzetta di quell’Aquila ove crebbi, una piazzetta ora in zona rossa, tutto chiuso tutto transennato dopo il terremoto; allora era un terremoto era un fermento culturale ogni giorno, si avviava alla fine l’esperienza politica, il movimento rivoluzionario, ma non lo sapevamo, eravamo tutti i giorni immersi in politica, però alcuni di noi eravamo anche nel movimento culturale artistico, nell’Underground, come Vincenzo, attore fin da piccolo, aveva fatto il Galileo giovane col teatro accademico a 15 anni, ed era il mio mito, il personaggio da seguire, fu lui a iniettarmi l’eroina la prima volta, non gli do colpa non gli do responsabilità, l’avrei fatto il giorno dopo da solo, come non mi do la colpa di quando feci io la prima pera ad Antonio, tanti tanti anni dopo.

E questo tempo che va questo rio che scorre nient’affatto lineare, questa compresenza di punti qua e là alcuni correlati con altri contigui che si toccano che a volte sono la stessa cosa eppure son ad una distanza enorme, separati da anni decenni nel “tempo” o da migliaia di miglia da oceani da catene montuose nello spazio da culture da lingue da diversi caratteri somatici ed architetture… eppure è sempre la stessa cosa, il ripetersi evolvendosi lo srotolarsi nelle diverse realtà di quel sogno ch’ebbi da adolescente, di quell’incubo a puntate ove dovevo fuggire da situazioni orribili colla certezza di finire sempre in una situazione peggiore, inferni a ripetizione in cui non ero mai solo ché dovevo prendermi sempre cura di mia madre, due anni di risvegli sudati col cuore in gola lambito dalle fiamme dagli strumenti di tortura dai cani che mi divorano i coglioni dalla colpa enorme che mi devasta dal nulla che m’inghiotte dal terrore puro che mi aspetta dalla certezza di vedere ciò che non vorrei mai vedere.


ASSURBAN

Son lì seduto nella caverna dentro la mia testa, in Bindu il chakra segreto del tantra, quella fossetta nel cranio in cima alla nuca, la grotta, il rifugio del savio. Son lì seduto a gambe incrociate respirando con tutto il mio corpo la vibrazione del nettare che fluisce davanti a me, e colle mani srotolo la mappa il progetto pluridimensionale l’opera architettonica il gioco delle perle di vetro delle mie vite la danza dello spirito dentro e fuori e in un altrove pure e sempre nei tanti piani pianeti ove mi muovo, punti che si uniscono struttura di sogno di realtà di lavoro cosmico.

GOA_INDIA 1.1

Legandomi quel longoti, il perizoma del sadhu del santone, faccio un nodo dietro alle ultime vertebre della schiena faccio un nodo con una punta della scarpetta indù, in modo che no venga troppo grande il nodo e poi faccio scorrere la sciarpetta in mezzo alle chiappe, mi raccolgo gentilmente i genitali, e poi faccio passare la sciarpetta intorno alla fascia che ho formato sul basso ventre facendomela girare intorno prima di fare il nodo dietro, ed una volta ch`è passata ritorna davanti ai genitali ed i nuovo in mezzo alle chiappe e va a passare dietro al nodo e l’ultimo lembo lo ricopre ricadendo come una codina, che mi piace corta, pare fatta apposta per me la misura delle sciarpette indù, e questa tecnica che mi son inventato per farmi un longoti morbido, che la maggior parte del tempo è il mio unico abito, è comodissimo perché col suo doppio passaggio davanti ai coglioni mi permette di nascondere le varie droghe fra i suoi strati di cotone senza che i pacchetti plastici o cartacei vengano a contatto colla mia pelle, e mi facciano sudare. Non mi preoccupo più così di portare addosso le droghe, nessuno verrà mai a controllarmi lì, fan già parte di me, come non mi preoccupo degli Om stampati sulla sciarpetta indù che mi passano sulle palle fra le chiappe, anzi è una benedizione, un atto sacro il portarmelo appresso il cazzo il lingam il potere creatore il fallo, ed il culo da cui cago quella merda ove poi fioriranno i fior di loto rinascerà la vita il flusso la trasformazione eterna in quel tempo eterno ove nulla potrà mai cambiare, al di là della presunta maledizione di doversi procacciare quotidianamente l’indispensabile… Non mi preoccupo di cosa potrebbero dire gl’indù a vedere quei simboli sacri fra le mie chiappe, già son segnato, già son iscritto al Tantra, al Cammino della Mano Sinistra, d’ancor prima di venire in India, da quando quel giorno a 16 anni (se dici anni) a quell’inaugurazione della Galleria di Vincenzo e di Fabio, l’omosessuale artista milanese trasferitosi all’Aquila dopo la sua gran performance ad Amsterdam di farsi inculare sul palcoscenico da una ventina di persone uno dopo l’altro, quel Fabio che portò la rivoluzione omosessuale all’Aquila, una moda che acchiappò vari amici, tutti morti oramai chi di overdose chi di Aids chi di epatite  perché poi l’Aids si merita la lettera maiuscola e l’epatite no? chi di suicidio chi di galera, e chi d’incidente… quel Fabio che poi si fece prete benedettino e che morì di Aids tanti anni dopo oramai parroco riconosciuto e beneamato dal gregge del suo paese natio fra le montagne d’Abruzzo. L’inaugurazione di quella Galleria ch’era di Vincenzo pure, prima che morisse d’overdose anche lui, quella Galleria ove quella sera l’opera principale era quel feto mummificato che avevamo rubato dal convento diroccato fra le montagne selvagge ove son cresciuto ed ove andavamo a farci gli acidi  ed ove fra i vari teschi s’incontravano questi feti e si diceva che fossero gli aborti delle suore che li seppellivano lì sotto ed ora il tempo ed i terremoti e le nostre mani curiose li riportavano alla luce, e Fabio ci dormiva vicino, gli aveva comprato una culla d’antiquariato al piccolino e lo amava davvero quel mai nato medievale… e noi lì a ballare a bere a festeggiare colla musica dei Velvet Underground.

E vicino ad una damigiana di vino da 50 litri m’incontro Brunella la sorella di un mio carissimo amico che allora aveva 13 anni Brunella prima di morire di Aids quando ancora non diventava donna e mi guarda il disegno dell’Om artistico che mi ero fatto sulla mano sinistra a penna blu a casa prima di venire alla festa e mi dice Brunella, è un tatuaggio? ed io, no è un disegno, io te lo batto, dice lei e lì parte l’avventura e alla ricerca dei tre aghi da cucito da unire insieme col filo di cotone per farne l’arma del tatuatore, e così finiamo a casa di quella professoressa di liceo che si portava gli studenti a casa per scoparseli, con grande gioia di tutti, ma con me nemmeno ci provò mai e di certo non ci pensò quella sera ché eravamo lì per una missione sacra: tatuarmi l’Om sulla mano sinistra. Quell’Om che fu un “problema” appena arrivato in India 5 anni dopo: ch’è vietato portare simboli sacri sui piedi e sulla mano sinistra, ché con essa ci si pulisce il culo… e per fortuna che lo tenevo così fui d’ufficio iscritto subito a quello ch’era il mio destino  scritto da sempre d’esser devoto della Dea, della mano Sinistra, d’esser sul cammino della Liberazione totale, libero io da ogni regola da ogni limitazione, libero di sperimentare e godere del sesso, delle droghe, di usare tutte le energie possibili come mezzo di liberazione, ovvero la difficile sfida del controllarle senza esserne controllato.

Legandomi quel perizoma colle gocce d’acido in bocca comincio a scendere a saltare sui pietroni del fiume felice, felice come le scimmie che gridano fra gli alberi mangiando frutti acerbi  che gridano o ridono o litigano e son la colonna sonora della giungla cogli uccelli e l’acque ed il vento ed il canto della dea. E mi ritrovo infine intorno al lago con mia figlia per mano e la greca colla sua amica nude su quel sentiero di fronte a quel tramonto fermi immobilizzati sbattuti da un tempo fermo immobile bocche che si aprono e si richiudono senza profferire suono come pesci nell’acqua nell’acque di questa densa realtà di questo etere tanto denso che non ti puoi più muovere che ha bloccato il tempo che ha trasformato un tramonto in una scena cosmica una maledizione un volere ancora qualcosa muoversi comunicare scopare, quando non si può e non si deve far nulla se non respirare l’infinito.

Le molecole dell’LSD son ormai al cervello e riescono a entrare nei neuroni attraverso le porte d’accesso della serotonina, ormone  meraviglioso psichedelico enteogeno autoctono autoprodotto, e le molecole di LSD hanno la stessa forma della serotonina e così i ricettori le fanno entrare, e quando son dentro buttan giù la maschera ed esplodono le bombe che disconnettono le sinapsi e sospendono quell’interpretazione dell’onda che collassa come realtà materiale e crea un mondo d’oggetti solidi, e per 110 secondi si è di nuovo nelle infinite potenzialità del campo quantico fuori dal tempo e dallo spazio, ed è un attimo e poi le difese neuronali corrono ai ripari e tutto ciò che si vede eventualmente è il goffo tentativo di ricreare la realtà ordinaria ma non viene bene e più si hanno resistenze ad accettare il campo quantico più la realtà appare distorta e allucinata.

[Rodolfo de Matteis 7 aprile 2010] copyleft

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2 Responses to ASSURBAN cap1

  1. Dino says:

    Poesia è bugia volante
    nata tempo vetro
    Rima lima
    suono tuono
    spettro plettro

  2. Tracy Jones says:

    bravo Rodolfo.. continùa… T

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