cap28

GOA_INDIA 16.0

– Qua divento pure frocio – pensai tornando in carcere dall’ospedale quando senza più il conforto dell’eroina compresi che era una cosa seria che in galera ci sarei dovuto stare un tempo indefinito, comunque troppo.

Al contrario di tanti che coll’uso di eroina abbandonano completamente la vita sessuale, trascinandosi dietro una campana stonata pendente in mezzo alle gambe che traspare o addirittura sbuca fuori innocua dai loro longhi (pareo) quando seduti ai ristoranti e chai shop, io nella nudista Arambol ero tornato ad usare il longoti (perizoma – tanga) a causa delle frequenti erezioni spontanee alla vista di tanta grazia.

Sì l’eroina mi aiutava comunque, spesso ai party la mattina scappavo via colla scusa/necessità di andarmi a fare sfuggendo a qualche ammiratrice arrapata, approfittandone per rimanere così fedele, forse più all’eroina che non ad Anita, visto che di quando in quando mi concedevo una scappatella, lasciandomi masturbare o spompinare sulla spiaggia da qualche ragazzina, magari colla mamma hippy che l’aspettava 100 metri più avanti.

Più che il coma da eroina quello che mi teneva lontano dalle avventure era il mio stato high, sempre fumatissimo e in acido o extasy o mescalina o speed o coca non riuscivo nemmeno a pensarci a cose come le ragazze ed i beni materiali (ricordo una volta che in un party durante un acido fortissimo m’incontro in una casa con due spagnoli e la coca, e mentre tutti e tre sniffavamo grandi strisce uno la comprava all’altro dicendogli: no lui no, lui di soldi nemmeno ne parla).

Sempre viaggiando in altri mondi seppur qui ed ora, spesso incerto se chi mi trovassi di fronte fosse davvero la persona conosciuta o chissà un dio o demone sotto mentite spoglie, ma ricevendo comunque i loro messaggi considerando vere entrambe le possibilità; ballando libero e sfrenato talmente pieno d’energia da far paura (nei party, visto che molti temevano gli cadessi addosso data la mia danza estrema in stato di profonda sconvoltura, mentre di fatto avrò pestato un piede o due in dieci anni, come forma di riposo dinamico dai momenti veri high in cui mi sentivo/ero il Signore Shiva Nataraja, il dio re della danza, sviluppai lo stile provocatorio del tipo reggimi che te reggo fingendo continue cadute dalle quali mi riprendevo sempre all’ultimo, seminando il panico e sbellicandomi in cuor mio dalle risate) spesso alla mattina quando il party si avvicinava alla fine, e le ragazze rischiavano d’incontrarsi sole e sperse coll’acido ed il silenzio che gli ronzavano nelle orecchie e l’eco delle immagini allucinate negli occhi, i marpioni ricchi e cocainomani che di passare la notte a ballare non ci pensavano nemmeno anche se ne fossero stati in grado uscivano dai loro specchi ingrassati di polveri, a caccia, avendo da offrire una casa rifugio dal sole ed il vuoto che implacabili si avvicinavano, un mega stereo ed una buona scorta di fumo alcool e coca e, nella speranza che mi portassi dietro il mio codazzo di ipnotizzate ammiratrici, invitavano anche me… mentre di solito in strada nemmeno mi salutavano, chissà se per snobismo o cecità indotta dalle droghe, probabilmente tutt’e due. Io non ci andavo mai, ma cavalcando la mia moto rossa affrontavo l’ora e più di viaggio, attraversamento del fiume in ferry boat incluso, per tornare da Anita, a farmi, litigare e fare l’amore.

Abbiamo sempre fatto l’amore meravigliosamente Anita ed io, colla voglia e l’ammore, e spesso coll’eroina non finiva mai iniziando a mezzanotte dovevamo concentrarci per venire alle prime luci dell’alba ché poi si svegliava la bimba o, ancor prima negli anni in cui lo facevamo sui sedili dell’A112 arancione in giro per l’Italia, ci avrebbero visto i passanti.

Ho fatto l’amore con lei in tutte le maniere, sia quando aveva le super tette che quando non le aveva più e poi ancora sì e poi ancora no, sia quando giunse ad esser cicciottella che uno scheletro, sia dolcissima che incazzata nera, nel miele e nel sangue, nel fiore della sua gioventù e sul suo letto di morte, pensando a lei e pensando all’altre, adorandola come una dea o nel disprezzo insultandola come una stronza, strafatti ed in manca, allucinati nelle visioni acide cosiccome nella realtà dura della miseria, dopo avere speso lo stipendio d’un mese in una serata di eccessi abbondanti cosiccome quando non avevamo manco avuto nulla per cena, negli hotel di puttane ed in quelli di lusso, sulla spiaggia o nelle house-boat più care di Srinagar, in macchina e nei talami dei nostri genitori, quando aveva il pancione della gravidanza e quando aveva il pancione della cirrosi, al paradiso o all’inferno… che sapevamo sempre trasformare in un paradiso dei sensi e dell’anima.

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Ed ora qui, in galera, solo maschi, celloni affollati, ormoni a schizzo, a masturbarmi accucciato in bagni fetenti senza nemmeno immaginare una donna né un maschio né un rapporto o una scena porno, solo per abbassare il cazzo quando duole per tanto star duro. A volte mi sveglio bagnato, un risveglio caldo, senza manco ricordare i sogni, ma solo la sensazione di piacere, e mi fumo una sigaretta assaporando l’intimità della notte, luci implacabilmente accese con tutti che dormono, o quasi. Ho preso quest’abitudine di fumarmi una sigaretta ad ogni risveglio la notte, lentamente nella tranquillità del silenzio dei sogni altrui della solitudine. E con sorpresa mi rendo conto che il ritmo delle mie eiaculazioni, spontanee polluzioni notturne o provocate ad hoc dalle mie mani esperte, si stabilizza ad una al mese, e fra l’una e l’altra nulla, nulla, né sete né desiderio né pensieri né sogni erotici. Gli uomini non mi tirano non mi hanno mai tirato e le donne, be’ le donne non esistono proprio.

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Ogni giorno scrivo, solo lettere dal carcere, ogni giorno scrivo una lunga lettera ad Anita, o a mamma, o a papà o a Di Piazza, mai ad un amico… il divieto/supplica di non sputtanare la mia storia e la mia famiglia in Italia non mi pesa, non scrivo nemmeno agli amici qui a Goa, sono solo, in galera, e così mi sento, il mio mondo è qui solo qui e finisce con queste mura spesse un metro e mezzo.

Piango quando mi arrivano le lettere con i primi disegni di Parvati. Me le lascio per ri-visionarle ore ed ore la notte quando tutti dormono e poter così piangere davvero, indisturbato, lacrime calde lacrime piacevoli consolanti lacrime d’amore. Le scrivo sempre, o meglio dico a sua mamma di dirle questo e quello da parte mia…

Anita mi risponde mi scrive tanto, tutte le notizie da casa, ma col passare dei mesi il ritmo cala e il tono pure e sento che Anita deve aver ricominciato a farsi, ma non le dico nulla.

GOA_INDIA 16.3

A parte i risvegli vari ora ce n’è uno che la notte non dorme mai, tutto il giorno dorme mentre di notte legge. È figlio di un noto giornalista del suo paese, è uno dei due studenti kenyani venuti a Goa per studiare all’università ed invece poi arrestati in un controllo probabilmente casuale o vittime di una soffiata da parte dello stesso fornitore e che ora per 100 grammi di fumo in due rischiano 10 anni a testa. Al contrario di noi essi sembrano rassegnati all’apparente ineluttabilità della condanna, alla quale reagiscono secondo i rispettivi caratteri: l’intellettuale, alto magro occhiali e barbetta a punta non parla mai quasi non mangia dorme sempre l’intera giornata e tutta la notte legge, ascoltammo la sua voce solo il giorno che arrivò e si presentò. L’altro, tarchiatello vitale muscoloso e simpatico ci spiega: dobbiamo passare 10 anni qui dentro ci dobbiamo organizzare formare una gang esser forti sennò ci mettono a giro! ed organizza in cella corsi serali di karate ed altre tecniche di difesa personale. Io ai suoi corsi ci vado volentieri per sgranchire i muscoli e stancarmi un po’ ma di passare 10 anni qui dentro non ci penso proprio. Oltre a lui l’altro istruttore è Huve, il tedesco, che dice di esser cintura nera di karate e sembra proprio saperne qualcosa.

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La vita in carcere continua sempre uguale, io sempre posizionato in mezzo fra Marco ed Huve che non si parlano, o meglio ognuno mi parla male dell’altro. Amon e Simon, i due inglesi presi con meno di 5 grammi di fumo, scontata la pena minima di sei mesi per i casi come i loro, uno dopo l’altro se ne vanno. Amon viene a trovarci da uomo libero, chiama Marco e me a colloquio e ci racconta della mega festa che gli hanno organizzato ad Anjuna per la sua liberazione, di come un brasiliano abbia per l’occasione squarciato col coltello il doppio fondo di una valigia provocando una cascata di coca, libera e gratis per tutti. Al vedergli entrambe le ginocchia sbucciate gli domandiamo: sei caduto dalla moto? no ma è che tanto scopare sulla stuoia di vimini lascia il segno!

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Una sera Marco torna in cella dal tribunale stranamente seguito dalle guardie che gli intimano: in fretta in fretta il furgone deve partire!

Nero in volto Marco mi dice: il giudice Batta mi ha condannato a 17 anni! Più un lakh rupiah (100.000 rupie) che non ho, quindi ho 21 anni da scontare!

E se lo portano via a Fort Aguada, il penitenziario.

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Il giorno dopo mentre mangio la mia cana in una cella silenziosa e triste di colpo ho un presentimento e girandomi di scatto dalla destra vedo Huve, gamba e braccio a pugno stretto tesi alla Bruce Lee cogli altri arti rannicchiati al corpo, in volo verso di me!

Faccio giusto in tempo ad abbassare la testa che così non viene staccata via dai 100 kili di suo aumentati dalla forza cinetica dello slancio, mentre il piatto d’alluminio del carcere col quale mi faccio scudo viene ridotto ad una specie di cannolo arrotolato su se stesso!

Nel trambusto entrano le guardie… mi portano dal direttore il quale si scusa con me dicendo: normalmente è il colpevole che viene trasferito per punizione… so che non sei stato tu perché Huve era da mesi che preparava il terreno dicendomi che gli italiani stavano tramando per ucciderlo che eravate in due e lui era in pericolo, di fatto so che ora senza Marco non potete stare più insieme e ti offro di andare nell’altra cella grande, accetti?

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Dico sì senza pensarci due volte, l’altra è la cella migliore del carcere, molto pulita e colle finestre luminose, la conosco perché la domenica mattina vi portano sempre chi lo desideri a vedere la televisione, l’unica presente nelle varie celle, che lì invece si può vedere sempre.

Più della tele mi fa piacere stare lì perché ci sono il mio amico del Kerala, Abdel Kader, ed un altro inglese la cui ragazza conoscevo già fuori, il quale mi dice che con lei commentavano di non aver mai visto prima di me una persona dal corpo tanto abbronzato e dalla faccia tanto pallida e bianca!

Oltre a loro ed a vari indiani nella nuova cella c’è pure un francese, un maestro di tennis che starà dentro solo due mesi per un furtarello, che mi dice essere realtà una riappropriazione di ciò che gli avevano rubato. Il giovane bellissimo, una specie di Apollo nel suo sfulgore, mi offre di dormire a fianco a lui ove c’è uno spazio libero ed io penso:

– stavolta divento davvero frocio, e me lo godo pure! – … ma non succederà mai.

GOA_INDIA 16.8

Un mese dopo o giù di lì nel furgone cellulare che trasporta noi prigioneri a Panjim mi si avvicina un giovane simpatico goano che sconta la sua pena a Fort Aguada, esponente della mafia locale, dicendomi come fosse la cosa più naturale del mondo:

– …sai Huve ci ha commissionato di uccidere Marco… –

– Huve non ha una lira per pagarvi! Vi sta fregando! –

gli rispondo salvando così la vita all’ignaro Marco; il quale oramai vive ad Aguada vestito con i pantaloncini blu corti raso palle la t-shirt bianca scalzo come da uniforme carceraria, e la bustina, ovvero il cappelletto alla Nehru, pure bianca obbligatoriamente sempre in testa, sopra una faccia sempre nera.

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One Response to cap28

  1. Margherita Maniscalco says:

    mio incanta sempre leggerti, racconti la tua vita, la sua vita che non conoscevo esento che mi appartiene. Un buco che riempio e che mi dà un senso di pace.

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