cap25

Per i neuroni non esiste il tempo, essi non hanno memoria del suo trascorrere ovvero qualsiasi evento del passato o del presente, ed anche del futuro, fa lo stesso effetto ai neuroni. In termini di abitudini, che siano esse “vizi” “virtù” o che, si può dire che sono per sempre. Possono esser passati 10 o 20 o chissà quanti anni, eppure il giorno che rifai una cosa alla quale sei stato a lungo abituato tutti quegli anni non esistono più e son immediatamente ingoiati dal buco nero spazio-temporale, ed è di nuovo lì l’abitudine, l’assuefazione, il bisogno, la familiarità o quello che sia.

Chiunque abbia viaggiato tanto ed a lungo sa che ogni volta che torna “a casa” quella che sembrava un’eternità di lontananza svanisce e sei di nuovo lì ove sei sempre stato. Ed i familiari, vicini, colleghi, compaesani già ti rimettono in quella casella ove ti han sempre visto e non c’è spazio per il cambio l’evoluzione che hai vissuto e se non stai attento quella vecchia casella ti risucchia e ti rimette lì, imbalsamato, ragazzino colla pancia ed i capelli bianchi. Colla droga è ancor peggio: sei uno che non beve più, che non beve mai, eppure il giorno che per qualsiasi ragione vai a comprare il vino non compri una bottiglia, ma una cassa, e te la scoli tutta.

La convinzione d’esser qualcosa che sia cambiato e che cambi è la radice del non cambiare mai. La convinzione d’esser qualcuno ovvero che ci sia al fondo di tutto un essere in evoluzione che faticosamente sale la china dal peggio verso il meglio è il presupposto per esser quel qualcuno che cade di botto, ed in un solo momento è di nuovo al peggio, più o meno, pur se il peggio d’oggi non è il peggio di ieri ma un po’ meglio, magra consolazione. Alla fine di tutto che resta? Resta qualcosa? E se non restasse niente? Se si scopre che non c’è niente? niente da scoprire, niente da essere, niente da migliorare… magari allora uno è finalmente libero, libero da se stesso, libero dall’illusione.

GOA_INDIA 13.0

L’ingegner Di Piazza continua sempre ad assistermi, se l’è presa a cuore, è qualcosa che va aldilà di tutte le telefonate che gli fa mamma, è qualcosa di personale, si è creato un legame fra di noi, un rispetto, e mi fido di lui, che mi porta i libri in italiano, che parla con gli avvocati, che è diventato amico del direttore del carcere col quale si fanno un bicchierino parlando delle spedizioni a pesca in barca davanti a Goa. Di Piazza si preoccupa di ogni cosa possa servirmi; da quando è partita Anita di visite ricevo solo le sue.

O meglio… una volta si avvicina Natale e mi vengono a chiamare in cella: – Visita! – Che strano, oggi non è prevista la visita dell’ingegner Di Piazza che di solito mi dice sempre quando tornerà.

Fa caldo e sono in una specie di limbo, scoglionato, sonnolento, tramortito nella penombra, e vado al colloquio così come mi trovo, con una camicetta ed un paio di pantaloncini cortissimi che se non sto attento quando mi siedo mi si vedono le palle, ma chi se ne frega.

Mi accompagnano in cortile e nei sedili in muratura ricavati sulle pareti dell’arco d’ingresso nelle mura, sotto lo sguardo vigile del jailor seduto alla scrivania e di un paio di guardie, stanno sedute ben quattro persone di Arambol, davvero inattese. Cazzo che piacere! È la prima volta che ricevo una visita spontanea di amici da quando sono stato preso. E ce ne sono di tutti i tipi, assortiti in una maniera rara, uniti solo dall’affetto che hanno per me… o le cose sono cambiate così tanto fuori da mettere insieme mondi quasi incompatibili e da spingerli a fare un viaggio tanto lungo e difficile?

C’è n’è uno ricco e simpatico uno dei primi a vivere nel villaggio di Arambol da tantissimi anni in una casa bellissima; c’è un junkie ossia un tossico che buca eroina e speed anzi forse lo speed oggi no che sta alquanto in coma colla testa reclinata da un lato; c’è un arancione, il primo devoto di Osho; ed un altro che addirittura non conosco.

Sono felicissimo di vederli, hanno davanti per terra poggiati due borsoni enormi, ma proprio enormi, di spesa. Sembra proprio il tipo di spesa che fa chi vive in jungla, si vede che questa è la loro idea di spesa, o la mia, ovvero di tutt’e due. Riso, zucchero, latte in polvere, stecche di sigarette, cioccolata, frutta secca, fiammiferi, tè. Tutto in quantità industriale. Tutte cose che posso comprarmi qui. Tranne alcuni dei doni potrebbero essermi vietati in quanto ufficialmente non possiamo cucinarci niente, ma ugualmente il loro pensiero mi commuove.

Parliamo, dovrebbe farmi piacere qualche notizia da fuori, proprio dal mio villaggio che è un mondo oramai quasi inesistente per me. Sono amici che mi parlano di altri amici della mia gente ma io mi sento lontano, lontano.

Quelle stesse notizie alle quale avrei gioito allegramente se un altro prigioniero me le avesse trasmesse avendole apprese chissà come, sono le stesse notizie che avrei divorato leggendole avidamente se fossero state contenute in una lettera… eppure vedere qui proprio loro i miei amici a raccontarmele di persona mi fa sentire ancora più lontano, quasi disinteressato. Mi parlano di un mondo alieno, sembra stiano raccontandomi la trama di un film che non mi frega niente di vedere, qualcosa di artificiale, qualcosa che dubito esista davvero. Mi fanno quasi pena a sbattersi tanto, come Qui Houston che parla via radio agli astronauti di una navicella che non ha più speranza di ritorno. Essi sono come dietro un velo: di qua la nuda e cruda realtà, il rancio che deve arrivare, il rumore delle sbarre e dei catenacci, i topi che corrono sul tetto a rosicchiare il pesce messo lì a seccare per le nostre domeniche, le carte da giuoco, i libri; e aldilà del velo gli amici belli e colorati che sfumano nell’irrealtà, ricordo di un passato estinto, mentre le risate che echeggiano perdendosi nel nulla.

A riportarmi alla più dura realtà ci pensa uno di loro, proprio quello che non conosco, e che ora capisco come lo abbiano portato qui all’uopo, il quale, standomi seduto di fianco al contrario di quelli con cui parlo che mi sono tutti e tre di fronte, di colpo molla un paio di enormi finger di charas, una ventina di grammi di fumo, nero ed enorme, vicino alla mia gamba!

Nessuno l’ha visto, è stato bravissimo, ma il cuore mi sobbalza in gola! Non ho mutande né longoti per nascondervi la roba come facevo sempre prima, ma ora da quando Anita è partita chi ci pensava più, non ero pronto a qualcosa del genere, e sì che avrei dovuto pensarci: una visita!

L’altro giorno un australiano è venuto a trovare un ragazzo inglese destinato a passare in galera appena un po’ di mesi, e l’hanno beccato mentre tentava di contrabbandargli un pezzo di fumo! Col risultato che l’inglese già prigioniero non avendo ancora toccato il fumo è rientrato qui nella stessa situazione di prima ovvero a scontare pochi mesi per le due o tre canne con cui l’avevano arrestato in strada, mentre l’australiano l’hanno portato via in catene direttamente al penitenziario ad affrontare un processo per ben 10 anni di carcere essendo il pezzo di charas che voleva regalare appena superiore ai 5 grammi!

Per fortuna questo qui non si è fatto vedere e la farà franca, tutti i miei amici ridono felici, hanno fatto il loro dovere, babbo natale è arrivato anche per me! Sono commosso dal gesto, ma in paranoia nera.

Non so proprio cosa fare col fumo, in mano certo non lo posso tenere, il pezzo è grande anzi sono due i pezzi, due tole! Sul sedile non posso abbandonarle, si vedrebbero subito al momento di alzarci in piedi e arresterebbero sicuramente il tipo, o forse tutti. L’unico, ma proprio l’unico posto disponibile nello stato di quasi nudità in cui disgraziatamente m’incontro è il taschino della mia camicia colorata in istile hawayano, e così al primo attimo momento di apparente distrazione dei secondini lo intasco con subita mossa.

Non credo nessuno m’abbia visto, ma la vibrazione si sente! C’è tensione nell’aria. Il jailor ha lo sguardo duro e sospettoso. Gli amici forse si rendono conto, mentre io sono quasi rassegnato al peggio. Riprendiamo a parlare, non abbiamo una lingua franca, il jailor capisce l’inglese sennò direi loro: andate via scappate al più presto qui rischiate l’inferno non è un gioco! Tengono duro invece loro e ridendo e scherzando riammorbidiscono l’atmosfera e mi tengono compagnia continuando il colloquio sino a quando il jailor dice che il tempo è scaduto. Mentre una guardia li accompagna all’uscita, il jailor mi dice: adesso andiamo dal direttore, questa roba non la puoi certo portare dentro. Fregato!

Camminiamo io davanti e le guardie dietro, tanto non posso scappare da nessuna parte, e così approfitto della situazione per spostare il fumo dal taschino della camicia ove lo troverebbero subito alla bocca. Ma è troppo grosso il pezzo, non posso certo ingoiarlo e di fatto quasi non ci entra in bocca. Mettendolo tutto da un lato mi deforma totalmente il viso, ho la guancia sinistra enorme come se avessi un super ascesso ed addirittura le labbra devono protendersi tutte in avanti per coprire la punta dei due pezzi che spuntano in avanti premendoci contro. Parlare è totalmente impossibile, al primo monosillabo dovrei interrompere lo sforzo costante che faccio per mantenerlo dentro ed il fumo schizzerebbe fuori a molla. Appena arrivati agli uffici il jailor mi guarda nel taschino della camicia.

Dapprima mi tengono a lungo in una stanza ove varie guardie perquisiscono accuratamente i due borsoni. Il jailor si rende conto che stavolta io non ho proprio colpe, è lo stesso che mi controllava sempre durante le prime settimane cercando invano l’eroina di cui avevano conoscenza, pertanto sa benissimo che non farei mai una cazzata del genere, quella di farmi portare qualcosa così senza essere organizzato per nasconderla. E sa pure che in tutti questi mesi sono cambiato tanto e già non me ne frega niente. Sì ancora fumo con Marco quando ce lo ha lui, lo sanno tutti che fumiamo dentro e si beccano pure un bel bakshish, una lauta mancia, per farlo entrare loro stessi e lasciarcelo consumare in pace la notte: se proprio avessi voluto farlo avrei usato lo stesso canale, sa che non sono folle… Cazzo ho già due procedimenti in corso per droga e richio molto concretamente i 20 anni di condanna, stavolta significa che butteranno via la chiave, farmi tutta la vita dentro, o morirci.

Quando entro dal direttore realizzo a cosa è servito tutto il tempo della perquisizione alle borse: nell’ufficio ci sono due civili! Sono andati a prendere fuori i due testimoni indipendenti senza i quali in India non sta in piedi un’accusa. Vogliono proprio fottermi con tutte le regole!

Io sono in piedi in mezzo alla stanza, i borsoni di viveri e sigarette poggiati sul pavimento davanti a me, i due testimoni seduti su un divano alla mia sinistra, il direttore di fronte dietro la sua scrivania, il terso cielo invernale che ci illumina dalla finestra ed il fumo, enorme, ingombrante, innecessario, invadente, che prorompe dalla mia bocca giganteggiando alla luce del bel sole che entra a ricordare la meraviglia della vita, che oggi mi sto proprio giocando così, senza un motivo.

Il direttore mi guarda, i testimoni mi guardano proprio dal lato sinistro ove la mia bocca protende verso di loro e pure in avanti verso il direttore, non posso parlare ho solo lo sguardo col quale comunico al direttore la mia situazione la mia disperazione l’assurdità e l’ingiustizia del destino che infierisce e che oggi ha deciso di farmi a pezzi, ma proprio a pezzettini.

Il direttore comincia a parlare rivolto ai testimoni dicendo come qui facciano di tutto per garantire una buona permanenza ai detenuti, qui non si può nemmeno parlare di prigionieri poiché trattasi di un carcere giudiziario e c’è la presunzione d’innocenza per tutti sino alla condanna, e quindi l’amministrazione chiude un occhio sui regolamenti facendoci entrare libri o tenere foto di familiari o permettendoci di compare frutta e latte e sigarette…  ma, e qui si rivolge a me: questo è troppo! tutta questa roba non può entrare, io non dovevo permettermi!

Non posso parlare non posso letteralmente aprire bocca ma colle mani comincio ad indicare le borse e me stesso facendo gesti ed espressioni eloquenti del tipo: io non ne so nulla; il tutto condito da mugugni e suoni che emetto a bocca chiusa.

Più il direttore mi rimprovera accusandomi più io insisto a gesti e suoni inarticolati a discolparmi e ad indicare la montagna di viveri che mi hanno portato da Arambol, come se fosse quello il problema. Provo con un misto di sentimenti e mentre da un lato aspetto ad ogni momento le fatidiche parole: apri la bocca il gioco è finito, dall’altro comincia a montarmi dentro una strana speranza di potercela fare.

Mi tiene a lungo in questa situazione, vuol farmi soffrire farmi rendere conto bene di come mi ha in pugno totalmente e potrebbe darmi la spallata definitiva a spingermi nel pozzo stavolta proprio nell’abisso senza uscita… ma in fondo sa pure che senza uscita già ufficialmente lo sono che sto comportandomi bene che infierire su di me sarebbe proprio diabolico e lo sento dire che: – …è Natale se prometti di condividere tanto ben di Dio pure cogli indiani e non solo fra di voi stranieri privilegiati… vabbe’ magari un po’ alla volta potrebbe farci entrare tutta ‘sta Grazia.

Io mi metto la mano sul cuore e prometto solennemente mugugnando come un muto che sarà una festa per tutti.

Quando mi riportano in cella metto il fumo in tasca e per ore resto aggrappato alle sbarre a guardare fuori in silenzio sino a notte, non son capace di parlare con nessuno, e nemmeno più di pensare.

ASSURBAN

Tastiera di pulsanti per l’accesso alla mia anima, tastiera di pulsanti per escludere l’emozioni

Cospirava a mascherarmi la realtà, ad oscurarmi mondi che mi apparivano vuoti e desolati sotto cieli inquietanti e plumbei

E solo vagavo per labirinti di galassie desolate, di soli senza pianeti, di pianeti senza piante, o con piante fossili a ricordo di passati remoti e disperati

Resti di civiltà e delle loro cicliche distruzioni, cui finalmente non susseguì un nuovo inizio

Ed osservavo mondi senza memoria non avendo io memoria delle mie emozioni, delle mie vittorie e sconfitte, dei miei dolori, dei miei amori

E questa criniera di leone che era una selva ora già estinta d’antenne a comunicare il pensiero e così dominare innumerevoli re d’innumerevoli mondi, non era altro che vanità e delirio

Vanità leonina, vanità predatrice cacciatrice di femmine di prede di fretta di fretta di fretta conquistai un mondo dopo l’altro

Finché un giorno, un giorno come un altro, un giorno d’orrore benedetto, m’incontrai solo col mio potere quasi infinito, un potere che non mi sussurrava parole dolci nelle orecchie, che non mi parlava più, che non mi succhiava più il cazzo sciogliendomi in un piacere che solo esisteva nella mia memoria nei miei sogni

Temendo l’amore di chi m’amava come un attentato alla mia sicurezza, riempiendo le mie antiche sere di quasi immortale con amori comprati, rubati, autoinflitti, nell’eterno conflitto di una continua difesa tanto spigolosa che è già un’offesa

Un’offesa a me stesso, un’offesa ai miei amori: gatte, micette, tigri, strette fra i mie artigli vibrando la mia criniera, vibrando di goduria di sballo e d’orrore di paura di rifiuto, urla dei bruciati vivi nei mondi che conquistavo esplodendo bombe atomiche, con la mia disinformazione teletrasmessa, con l’ira ed il disprezzo di un dio

E la quasi interminabile epica lotta per restituir loro la libertà, tempi oscuri quando i sacerdoti delle religioni che mi adoravano erano i miei stessi nemici, poiché erano i nemici della genti, genti impreparate, disilluse, desolate. E sola la gente alzando la testa.

Nascondendomi, padrone crudele che se ne va, che ama il disastro, che ama vedere dappertutto crepe correndo lungo muri dagli angoli smozzicati, finestre occhi morti dai vetri rotti, teli di plastica sbattuti incessantemente da un vento secco, volti tutte rughe terrorizzati ustionati, piedi che camminano scarpe rotte guidando pezzi di famiglie senza meta

E già non ci sono, né qui né lì né là

vai al ventiseiesimo capitolo -> cap26

One Response to cap25

  1. Margherita Maniscalco says:

    mi piace leggerti, stai scrivendo ancora? Margherita

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *