cap13

GOA_INDIA 5.0

Mi portano al tribunale e con mia sorpresa Anita non c’è.

Avrà fatto tardi voglio pensare, ma un tremito mi corre dentro, sono 7 settimane da quando mi hanno preso, e tranne i primi tre giorni non sono mai stato male, in astinenza, grazie ad Anita, che mi ha sempre portato la roba, avvolta in una pallina impermeabile, che mi passa con un bacio, appassionato, al momento di salutarci. Che bello quel bacio! Dolce, dolcissimo, erotico, appassionato come sa baciare lei, come sempre ci siamo baciati, da 10 anni sempre, e quando, dopo ogni lite furiosa anche a mano armata, viene quel bacio e scioglie il mondo scioglie l’ira il rancore in un caldo abbraccio di lingue serpentine che giocano a nascondino nell’infinito dentro della Madre, oscura. Ed ora in più è nutrimento quel bacio, è nutrimento essenziale per tutti i miei neuroni, le mie cellule che gridano in cerca di droga rabbiosa, come quegli uccellini che aprono il becco fiduciosi che i genitori portino loro il vermetto, però qui non di uccellini si tratta bensì di un cuculo che si è installato nel nido buttando fuori le uova originarie e che coll’imperativo biologico del rosso delle sue fauci sempre aperte costringe i genitori adottivi, oramai più piccoli di lui, ad un estenuante continua ricerca di cibo. Così faccio io con Anita, così ha fatto l’eroina con noi. Ma in quel bacio non c’è nulla di questo: quel bacio è la bontà della Madre universale che nutre il mondo; quel bacio è il latte che nostra madre ci dà, la più alta forma d’amore, il dare la Vita, la bussola di ciò che sarebbe stato l’amore per me, nutrire, ed essere nutriti; quel bacio è così sexy erotico totale nostalgico; ma oggi non c’è.

Finita l’udienza con il solito rinvio, non mi lamento io, non sono come gli altri che insistono per un processo breve, sino ad ottenere ordinanze della High Court che il tutto debba concludersi in sei mesi, folli! Qui vogliono condannarci a dieci, vent’anni e tu hai pure fretta? Ogni rinvio è una speranza in più per me. Ma non oggi, oggi Anita non c’è, rimango letteralmente a becco asciutto, ho pochissima roba, centellinando forse per un paio di giorni al massimo, e poi? Uscendo dal tribunale finalmente posso avvicinarmi a Peter, il mio avvocato, che mi dice: Anita è stata ricoverato in ospedale. E mi da dei fogli in mano. Mi si ferma il cuore nel leggere la diagnosi: Cirrosi Epatica! La maledizione, l’incubo della Cirrosi che eravamo riusciti a tenere a bada per dieci anni, doveva venirle in due/tre anni al massimo quando la conobbi ma con l’amore e la medicina tibetana, ma con l’amore e la nascita di una bambina…. E Parvati? Domando a Peter, Parvati è con lei in ospedale, cazzo penso in un reparto di malattie infettive indiano! Ma non preoccuparti, già viene tua sorella dall’Italia, sarà qui domani stesso.

Non sento più niente, non ci sono suoni dall’esterno che possano raggiungermi, solo un grido un’esplosione di dolore di lacrime calde di follia d’impotenza di rabbia vorrei strappare quelle sbarre colle mie mani vorrei strapparmi il cuore gli occhi le orecchie e grido grido per ore tutto il pomeriggio nella cella solitaria dove ti tengono in attesa che  vengano a riportarti in carcere e piango e leggo e rileggo quei tre fogli maledetti del Panaj Civil Hospital, qui a poche centinaia di metri da dove son io, eppure irraggiungibile, le sbarre di solido ferro. E non posso più leggere quei fogli che si sfocano si distorcono i miei occhi sono pieni di lacrime, ma non cambia il messaggio oramai so a memoria ogni parola, ogni maledetta parola della sua condanna a morte, ma sto attento a non bagnarli di lacrime a non scolorirli quei fogli maledetti io li amo, li bacio me li abbraccio me li struscio sulla faccia sul cuore, quei fogli sono Anita per me ora, mai così vicina, mai così lontana. La Morte è così intima così dolce così simile all’Amore. Così definitiva così implacabile così folle quella diagnosi.

GOA_INDIA 5.1

Viene a trovarmi mia sorella in carcere, ha i soldi lei, che le ha dato papà per tirarmi fuori, ma non servono. Insieme a lei è venuto Peppe il mio amico prete, quello che ci ha sposati e nei cui centri di recupero insegnavo yoga, e dice una messa nella chiesetta del carcere, che sta di fronte al tempio di Hanuman dove io vado a volte a meditare, e a quella messa assistono quasi tutti i detenuti, anche gli hindu e gli europei atei. Riparte mia sorella e si porta via Anita, allettata, distesa su tre posti dell’aereo, e Parvati piccolina che verrà affidata a mia madre perché Anita la ricoverano d’urgenza in quarantena nel centro malattie tropicali di Roma, dove le trovano anche un settimo virus dell’epatite, oltre a quello A, ai tre tipi di B, con allegato il ∆, e al Non-A-non-B, successivamente chiamato più semplicemente C, ora dicono che abbia anche la E, che, se esiste, esiste solo in Asia. Sono felice che vadano, qui non c’è più nulla per loro. Dopo sette settimane di galera in discesa, divertendomi e sballando e prendendomela comoda, come esperienza dicevo, oggi resto solo, davvero solo. Il freddo scende su di me.

Il direttore del carcere, un ometto dall’apparenza umana e dai modi gentili, mi manda a chiamare: sapevamo tutto, dell’eroina che ti dava tua moglie e che consumavi al bagno, abbiamo lasciato fare anche perché non te l’avremmo trovata e poi con già due casi per droga sulle spalle, non è che avessi molto più da rischiare… comunque ora è finita, ora non hai più droga, sono vent’anni che faccio questo lavoro e ne ho visti tanti nelle tue condizioni, di solito sono loro che vengono a supplicarmi d’essere trasferiti all’ospedale psichiatrico per essere curati, nel tuo caso te l’offro io, domattina vai all’ospedale e ti cureranno.

Cazzo no! Lo conosco bene quel muro che sta dentro l’ospedale psichiatrico e che si chiama Criminal Ward, manicomio criminale, ci sono stati vari amici, quelli presi con droga a volte li mettono lì, e lì ti trinciano, sono stato a visitare Pauli con Anita una volta e gli ho pure portato la roba: lo tenevano in una celletta di due metri per tre, tutta bianca, con un giaciglio di muro e nient’altro, nulla con cui possa ferirti, tranne il fatto che i muri non sono imbottiti e se vuoi ti puoi spaccare la fronte contro il muro… non è che gliene freghi tanto. Pauli era in profondo stato allucinatorio, gli facevano varie iniezioni al giorno di chissà che, era molto sedato mentre ci raccontava delle sue visioni, delle invasioni di scorpioni, e della gatta nera che aveva partorito sette gattini nella sua cella ma le guardie glieli avevano portati via. Pauli aveva la mano destra rovinata, disse che aveva saltato il muro tentando l’evasione e che glielo avevano lasciato fare per poi raccoglierlo dall’altro lato con varie ossa rotte, però la mano destra non gliela avevano curata, l’hanno lasciato invalido perché quella era la mano con cui imitava a perfezione le firme dei travel-cheques. Per questo lo avevano arrestato, dentro una banca, io ero rimasto fuori dalla banca quel giorno e me lo vidi portar via, l’American Express lo inseguiva da anni, da vero artista negli anni gli aveva fregato più di 100.000 dollari, spesi in feste che duravano giorni e giorni con droghe vino e cibo per tutti, ed allora l’ordine era di rovinarlo. Per questo, colla scusa di una pallina di oppio che aveva con sé lo misero al manicomio criminale invece che in prigione, da dove con un bravo avvocato ed un po’ di soldi a quei tempi si usciva facile. L’avevano internato come un  pazzo pericoloso, gli avevano reso inservibile la mano delle firme e gli stavano trinciando il cervello. Ne ho visti altri di amici chiusi lì che, quando uscivano, sempre dopo due anni, stavano inebetiti per un altro anno, prima di tornare normali, no io lì non ci vado manco morto! E così rispondo al direttore del carcere:

– Tutto questo lo dice lei, non è vero niente, io non ho mai consumato droghe, sono innocente, io sto benissimo non faccio del male a nessuno e non potete mettermi al manicomio, riportatemi nella mia cella!

E inizia l’inferno quello vero, sto male, malissimo, seduto e buttato in un angoletto della piccola cella sovraffollata d’indiani, fra cui Raju, l’assassino spia cui mi attaccavano colle manette ogni volta che dovevo andare in tribunale per scoprire come portassi la roba dentro e che aveva capito del bacio e lo aveva riferito, ma non potevano farci niente perché se ti dicono di aprire la bocca tu ingoi e non te la troveranno mai. Tremo, ho freddo, sudo, mi sembra d’impazzire, le budella mi si contorcono, lo stomaco è una piaga aperta sanguinante e dolorante, i reni urlano di dolore, non riesco nemmeno a stare seduto, la schiena non ce la fa sono buttato in terra ma mi devo alzare spesso per andare al piccolo angolo uso bagno a vomitare bile e cacare sangue, in continuazione, con conati dolorosi e rumorosi che ascoltano tutti. La pressione è altissima che mi pompa nel cervello che sembra scoppiare dentro al cranio ove il cuore batte come la frusta dell’aguzzino cosmico, ogni battito del cuore è uno strazio, ogni respiro mi raschia la gola i polmoni bruciano ustionati dalla vita che rientra vittoriosa nel corpo a scacciare la morte il vampiro che resiste ed i suoi artigli mi straziano dentro e la gola è stretta soffocata dal morso delle zanne che non vogliono mollare la presa e la pressione scende a sottozero e non ho la forza manco di respirare e vivo qualche istante di benedetto coma, privo di sensi. Ma subito mi risveglio nella follia, correre al bagno, respirare, ogni goccia di sudore che esce dal mio corpo è un ago arroventato che vi entra, sono nelle mani del carnefice, la battaglia fra le potenze della Vita e della pseudo-Morte si svolge sul nel mio corpo, sono il campo di battaglia di un’epica guerra che distrugge tutto al suo passare, ma non sono innocente. Ogni flash ogni sballo, per 15 anni l’ho saputo, ho pensato: questo lo pago, e seppur l’avessi già pagato in soldi in sbattimento in corse sofferenti sotto al sole dell’India o nel gelo dell’Italia in preoccupazioni in ansia in svendere tutto… seppur l’avessi già pagato duro e spendendo ogni giorno più di quello che una famiglia spende in una settimana bruciando il mio futuro il mio passato per sopportare il devastante presente… ebbene ogni volta che infine stavo bene e mi godevo l’effetto della pera sapevo. Sapevo che un giorno l’avrei pagata cara. Non c’è giustizia con lady Heroin, gli dai tutto e vuole di più, lo schiavismo non è mai giusto, ed allora paghi due, tre volte o più per la stessa cosa, ed io sapevo, un giorno pagherò. E quel giorno è arrivato, e non finisce mai, mai, mai. Ogni momento d’astinenza è un’eternità, è un buco nero nel quale precipiti infinito, e la ragione che ti dice che tutto finisce, che ti riprenderai, che un minuto è un minuto e non un’ora, ti mente la ragione perché se guardi l’orologio quel minuto non passa mai ed ogni click della lancetta dei secondi è un’eternità di dolore una sghignazzata della carnefice universale. Ha a  che fare col concetto stesso di dolore, colla più profonda realtà neuronale, coll’urlo di dolore che ha lo spirito quando si trova imprigionato nella materia, per quel suo gioco, per quella sua scelta di vivere, di creare il mondo, che non lo fa essere innocente, mai più. Ed allora ogni sensazione è vissuta come dolore, come maledizione d’esistere, ma io al tempo stesso non mi arrendo, non ci penso manco a farla finita a suicidarmi, no, sono attaccato alla vita colle unghie, ed ogni volta che vomito bile amara nel cesso turco penso: un’altra è andata, ho pagato pure questa, il conto, seppur lunghissimissimo, si va accorciando.

Dopo svariati giorni così il direttore del carcere mi manda a chiamare di nuovo, questa volta mi trascino, sorretto dalle guardie fin nel suo ufficio, è preoccupato il direttore, sinceramente preoccupato, hai già perso vari chili negli ultimi giorni sei uno straccio, mi dice, ora sei convinto che devi farti aiutare? E mi propone di nuovo il manicomio criminale, ma a me fa più paura quello che il dolore, posso e devo vedermela col mio corpo impazzito ok, ma stare nelle mani di scienziati pazzi che esperimentino su di me mi terrorizza, nelle mani dell’apparato della vendetta psichica mai! Rifiuto ancora la sua offerta, non sono un drogato e non mi potete rinchiudere al manicomio, non ho dato segni di squilibrio non ho fatto niente a nessuno non faccio scenate e non potete rinchiudermi al manicomio, lasciatemi star male nel mio angoletto, non sarò di nessun disturbo, lo garantisco! Ma stai male si vede vai al bagno ogni 5 minuti di te fra poco non ci rimane niente, puoi morire! Se sto male è un problema fisico, non mentale, se proprio mi vuole aiutare mi mandi all’ospedale civile. Ma tu stai male per mancanza di droga! Non è vero, ho la dissenteria e basta! Ma la dissenteria ce l’hai per mancanza di droga… No la dissenteria ce l’ho per lo schifo di cibo che mi da il carcere, mandatemi all’ospedale civile per dissenteria… Ma non possiamo mandarti all’ospedale senza una ragione, come minimo ci vogliono delle analisi, una diagnosi del nostro dottore. Ok fatemele.

La mattina dopo consegno loro un bicchierino delle mie feci da analizzare, e il giorno successivo viene la risposta: ci sono davvero vermi nelle mie feci! e così mi manderanno all’ospedale civile.

vai al quattordicesimo capitolo -> cap14

4 Responses to cap13

  1. CARLA says:

    MI PIACE MOLTO ROD COME SCRIVI E LE COSE CHE SCRIVI SONO COSì VERE CHE MI SEMBRA DI VEDERTI MA MI CHIEDO SE TI FA BENE TORNARE CONTINUAMENTE AL PASSATO.

  2. admin says:

    è che lo devo liberare questo passato, scrivere è liberarsi svuotarsi, tenerle dentro le cose è peggio, diventano un mostro enorme che ti si mangia da dentro, un segreto una vergogna una macchia, una volta che è su un foglio è letterartura arte non è più mio.
    E poi non sai quante cose scopro rileggendole, capisco aspetti connessioni ragioni della mia vita che prima non vedevo non immaginavo…. è davvero magia lo scrivere e leggere

  3. CARLA says:

    NON AVE VO CONSIDERATO QUESTO ASPETTO. CERTO SE TI FA BENE !!

  4. ababarbra says:

    è magia perchè riesci a guardare le cose dall’esterno, da testimone…e a riconciliarti con la storia perchè te ne liberi definitivamente

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