cap30

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Nella nuova cella la vita scorre diversamente, nonostante la presenza di un paio di condannati che per svariati motivi, Abdel inviso all’amministrazione e Rama inviso ai prigionieri, sono stati trasferiti dal penitenziario a questo carcere giudiziario dei Reis Magos, l’atmosfera è meno pesante. La luce solare qui entra dalle finestre che sono al livello normale e non a due metri d’altezza, e fa tantissimo contro la disperazione.

Ogni anno un 25% della popolazione dei paesi a clima temperato cambia ritmi di sonno di vita di alimentazione di peso e soprattutto di umore e un’altissima percentuale di essi cade in una profonda depressione invernale. Io sono uno di questi meteopati che quando il cielo grigio, che d’altro lato amo tantissimo e m’ispira tanta bella poesia, si stabilizza per vari giorni vivo uno stato di profonda tristezza e di spossamento.

La cosa è legata alla diminuzione drastica delle ore di luce solare che si vive nei paesi più vicini ai poli, ove aumentano moltissimo nei bui mesi invernali i suicidi. Ora c’è chi tenta di risolvere la cosa esponendosi per un paio d’ora al giorno a fari da 2000 watts.

Siamo esseri solari, i nostri antenati sono le piante, ed il nostro corpo è fatto di luce e di essa vive, luce ed acqua. Ci sono addirittura persone che conosco che sono riuscite a riattivare la funzione clorofilliana nella cellula, ed a mangiare sempre meno o per niente fissando il sole per ore ogni mattina e sera.

I funghi che sono d’un’altra specie dalla nostra e vengono dai pianeti bui possono darci un profondo insegnamento, i funghi che ci fanno vedere il suono ed i sentimenti come luce.

Privare l’essere umano della luce solare come avviene in milioni di abitazioni delle favelas nei paesi poveri, e nei sottoscala di quelli ricchi, è una terribile forma di tortura. La cosa è inoltre comunissima nelle carceri, ospedali psichiatrici o normali (ed altri luoghi di detenzione quali le fabbriche) a cui viene accoppiata l’altra tortura della luce elettrica accesa di notte.

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Ancor prima della morte di Rajiv un’estesa pratica di corruzione viene svelata a Goa. Di conseguenza agli arresti e gli scandali il Parlamento dello Stato di Goa venne dissolto, sospendendone la legislatura che aveva una maggioranza del partito del Congresso, e di conseguenza il governo sua espressione decade. Viene dichiarato il President’s Rule: in Italia si direbbe il commissariamento dello Stato da parte del Presidente.

Viene così nominato un Plenipotenziario ad interim che governerà personalmente lo Stato sino alle nuove elezioni e per quest’incarico straordinario all’uopo si richiama in patria un goano di nascita che però da 20 anni vive all’estero specialmente a Londra lavorandovi come alto funzionario delle Nazioni Unite. È una persona fuori dai giochi, le magagne politiche e soprattutto dalla ristretta mentalità locale che girando sempre intorno al conflitto fra la comunità hindu e la cristiana blocca qualsiasi sviluppo per entrambe e tutti gli altri a causa dei continui veti incrociati. Cazzo viene da Londra, ove l’eroina la distribuisce gratis il governo ai suoi tossici storici, addirittura insistendo perché accettino anche la coca!

Riuscimmo durante questo breve interregno senza governo eletto  e che durò appena un mese o poco più dal 14 dicembre 1990 al 25 gennaio 1991 a far pervenire al Plenipotenziario ad interim tutto il mio incartamento, includendovi i documenti rifiutati dal giudice Batta quali la lettera di Madre Teresa in mio favore; il certificato dell’Ospedale dell’Aquila che dimostrava essere io un tossicodipendente ufficiale che ricevevo proprio morfina quotidianamente dallo stato italiano; le testimonianze dei poliziotti di come non avessi mai spacciato nei 10 anni di permanenza in India; e purtroppo pure i certificati sullo stato finale della malattia di mia moglie…

Il Plenipotenziario comprese la mia assurda situazione e, come rappresentante del potere ordinò al Public Prosecutor, in Italia si direbbe il PM, di ritirare l’accusa. In India vige il sistema di giustizia anglosassone, ove la magistratura è dipendente dal governo. Infatti il capo d’accusa che mi viene letto ogni udienza recita testualmente “Il Governo di Goa, Daman e Diu contro Rodolfo de Matteis”, e non come da noi “In nome del Popolo italiano”. Ovvero i governi in India hanno tutto il diritto, quale parte in causa, di recedere dall’accusa o di ordinare qualsiasi politica processuale al Prosecutor suo rappresentante, che è un avvocato del foro locale contrattato per il termine di un anno, rinnovabile.

… ma l’avv.Cardoso, pubblica accusa nel mio caso, altra anima forcaiola, invece di fare il suo dovere venne in aula a dire che il governo gl’imponeva di ritirare l’accusa contro di me ma che lui era fortemente in disaccordo e di fatto fece la sua arringa contro la mozione del Governo che lui stesso presentò, cosicché fu facile per il giudice Batta giustificare  l’irrituale rigetto. Cestinata, archiviata, e si va avanti con il processo.

Le gambe mi tremarono il cuore si fermò; quel giorno dietro la barra degl’imputati, ai quali in aula vengono tolte le manette perché di diritto dovremmo essere liberi ed innocenti sino alla condanna, restai in piedi solo grazie alla forza del mi spirito, aiutato anche da 5 mg di valium.

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Decidiamo di ricorrere contro questo chiaro ulteriore abuso della “giustizia” goana, direttamente su su sino alla Corte Suprema di tutta l’India, a Nuova Delhi, e per questo il mio difensore Peter De Souza, che è solo un avvocato di High Court, mi consiglia di contrattare Surendra Desai, il migliore avvocato di Goa, carissimo ma abilitato a dibattere in Supreme Court, il quale s’incontra con Peter che gli prepara tutti gl’incartamenti affinché un giorno vada finalmente a Nuova Delhi a postulare in mio favore.

La prima volta che vedo Surendra Desai è una mattina di fine luglio, una bella giornata di sole senza pioggia senza nubi, in cui in aula Peter aveva chiesto tempo al giudice Batta per aspettare l’arrivo del postulante in cassazione dl ritorno da New Delhi, colla risposta della Supreme Court, a noi ancora ignota. Al che Batta rispose che sì lo sapeva che lui era stato già informato via radio già da ieri appena la Corte aveva emesso il verdetto, ma non scuce la bocca.

La prima volta che vedo Surendra Desai arriva in aula correndo trafelato nel pomeriggio di una bella giornata di fine luglio, una giornata di sole di cielo sereno senza le nubi e le piogge torrenziali tanto frequenti d’estate, arriva e prima ancora di raggiungere il suo scranno già dice a Batta a voce alta:

– Chiedo la scarcerazione immediata dell’imputato Rodolfo de Matteis, che è stato prosciolto dalla Supreme Court! –

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WOW!!! Le gambe non mi tremano il cuore non si ferma lo stomaco non si strizza le lacrime non mi escono: è quello ch’è sempre stato! finalmente, l’avevo sempre saputo che doveva finire così. Sento un rilascio di tensione un’onda di calore un abbraccio della madre Terra un respiro cosmico, il primo respiro abbarcante i continenti da 15 mesi il primo abbraccio a mia figlia ad Anita al mondo intero mio, come sempre fu.

– Sì lo so della sentenza, la Supreme Court mi ha avvertito per primo, già ieri via radio, ma senza un ordine scritto io non libero nessuno! Dov’è l’ordine scritto? –

– Io sono dovuto scappare via subito per altri impegni… – dice noncurante di questi dettagli burocratici il mio difensore

– Allora tornerà in carcere, finché non riceverò l’ordine, regolarmente per posta – e mi portano via, mi rimettono le manette e mi portano via verso la trafila di celle e furgoni cellulari ancora: Batta non sa accettare la sconfitta e come ultimo sadico sfregio tenta di rovinarmi la vittoria, condannandomi di fatto a 15 giorni ulteriori di carcere, totalmente ingiustificati, se mi va bene colle poste indiane… Ma non ce la fa, non mi rovina niente, le manette che mi cingono i polsi ora sono leggere ed in realtà non ci sono, solo l’ombra delle catene indistruttibili che ho portato per 15 lunghi mesi, catene lunghe vent’anni che dal baratro dell’abisso della paranoia della disperazione della maledizione della dannazione in terra tentavano di tirarmi giù, invano.

Già al Judicial Lock Up di Panjim comincio i festeggiamenti a passare la bella notizia in giro!!!

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Tornando verso il mio carcere col furgone sono un po’ imbarazzato, penso che non sia bello tornare in mezzo a gente che sconta gli anni o che rischia brutto così da privilegiato, da uomo libero in mezzo ai prigionieri, e mi sento come una specie di fantasma… Reis Magos è un carcere giudiziario il che significa che, salvo rare eccezioni, i detenuti appena la corte emette il verdetto vanno via, i condannati al penitenziario, gli assolti in libertà. Temo persino che il rientrare dietro le sbarre da prosciolto potrebbe essere pericoloso, e se qualcuno invidioso non me la perdonasse?

Eppur no, io sono qui solo come un fantasma: il fantasma della Libertà. Abdel Kader, dall’alto dei suoi quasi due metri, alto bello occhi verdi baffi neri, è il primo a venire da me, una volta rientrato a sera in cella, chiede di abbracciarmi e complimentarsi con me: – Sì t’ammiro, mi dice, t’ammiro davvero: non ti sei arreso ed hai combattuto la tua causa sino alla Corte Suprema, ed hai vinto, bravo! – e l’orgoglio gli sprizza dagli occhi!

Mi rincuora mi da calore, calore umano, che possa partecipare della mia gioia così totalmente e sinceramente, lui Abdel, il primo condannato a 10 anni per fumo di tutta Goa a cui ne mancano ancora la maggior parte da scontare!

Metto mano al mio nascondiglio: son centinaia le pastiglie di psicofarmaci vari quelle che regalo ad Abdel. Per 15 mesi ho ritirato la mia terapia tutti i santi giorni, pazientemente alzandomi quando mi veniva a chiamare l’infermiere tre volte al giorno, epperò non le mangiavo, né il terribile e fortissimo largactil, né il tavor né il roipnol, solo quando andavo in corte mandavo giù un valium da 5, una volta al mese. E le nascondevo le pastiglie, sempre pronte per il piano B: drogare le guardie e scappare, se tutto fosse andato male… o per il piano C se fosse andata ancora peggio, ovvero il piano finale, il Santo Piano del Cazzo: il suicidio.

Abdel si aiuta a controllare la sua ira, l’ira altrimenti funesta dell’uomo forte condannato a 10 anni, con l’uso dei tranquillanti che l’amministrazione da in tutto il mondo ai prigionieri per tenerli buoni, ma non gli bastano mai, specialmente nei lunghi periodi d’isolamento a cui è sottoposto per il suo spirito ribelle.

A Nick, l’inglesino rasta, pure felice per la mia vittoria, regalo invece i miei preziosissimi risparmi segreti, 900 rupie in contanti vietatissimi dietro le sbarre che sono riuscito a contrabbandare, banconote che foderavano le mie scarpe; sì il piano B richiede anche contanti sennò una volta evaso in strada, che fai? E gli spiego pure bene come sono riuscito a vincere, tutta la trafila ed i passaggi i concetti le azioni etc finora segretissimo, per non rovinare tutto.

La mattina dopo non posso stare nella pelle e pieno di vita alle 7 decido di andare volontario per l’acqua, giù ai pozzi da portare su secchio a secchio in carcere, mi fa piacere uscire passeggiare vedere il sole esser vivo e soprattutto aiutare come posso gli altri, quelli che restano. Nel patio ad aspettare la scorta che ci porti al maxi-pozzo ci sono pure Huve e l’indiano amico mio che canta sempre The Wall, e ognuno tiene una zoccola nera morta per la coda, che hanno catturato la notte scorsa nella mia ex cella, guardo i ratti e dico:

– I kill two cases! – io ho ammazzato due processi ieri!

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Il direttore del carcere mi fa chiamare. Vuole farmi i complimenti, e non solo gli auguri per aver vinto ed esser prossimo alla libertà, ma soprattutto le congratulazioni per il mio comportamento in carcere. In più di vent’anni che faccio questo lavoro non ho mai visto uno come te, dapprima sei l’unico tossicodipendente che ha rifiutato il trattamento sanitario di disintossicazione, quando di solito gli altri sono sempre  lì a supplicarmi d’esser inviati allo psichiatrico ove allevieranno i loro dolori, tu invece hai rifiutato quest’opzione che ti ho offerto ripetutamente. Negando d’esser tossico non solo al processo, ma anche qui, dimostrandolo a regola d’arte, seppur lo sapevamo tutti che addirittura per due mesi continuavi a farti anche qui, e sei stato male in silenzio, senza mai riconoscerlo! E poi, continua il direttore, sei stato l’unico prigioniero che non me l’ha mai data vinta, senza piegare giammai la testa sempre lì a combattere per i vostri diritti eppur per bene, privo d’alcun rancore personale, mai un atto di violenza fisico o verbale, senza ira senza insulti senza volgarità, al contrario addirittura rispettando le guardie e tutti noi con cui hai avuto un ottimo civile e simpatico rapporto, grazie!

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Mi bagno nel mare, grigio mare monsonico grigio come il cielo grigio come l’hotel di cemento alle mie spalle, e respiro l’acqua con tutta la mia pelle felice che respira l’energia che sta nell’acqua l’energia del moto ondoso l’energia della libertà del libero movimento e faccio piruette sott’acqua e salto fuori come un pesce volante e mi rituffo e gli spruzzi sono gli aghi dell’agopuntura che mi da la vita l’oceano la libertà!

Una voce mi chiama è il cameriere il pranzo è servito e così sgocciolante mi siedo al tavolino che mi hanno approntato sugli scogli di fronte all’hotel e mi metto all’opera sul mio filetto di pesce e le mie birrette, celebrando la vita.

Ieri è venuto Surendra Desai con un suo amico a propormi di portare in Italia una lastra di granito goano come campionario per un’eventuale business d’importazione… con la mia mente da prigioniero immediatamente penso ai controlli ai sospetti alle attese in dogana ove potrebbero pensare trattarsi di un nascondiglio per droghe! E così rifiuto l’offerta. Tutti dal direttore a Peter a Di Piazza, tutti mi hanno detto di stare molto attento che alla Polizia non è andata giù e non aspettano altro che un’occasione per arrestarmi di nuovo, e così seguendo anche il mio cuore che ha bisogno di ricominciare tranquillo a battere libero e solo, sono venuto in quest’hotel turistico a sud di Panjim per rilassarmi invece di lanciarmi nella vita nella festa del nord. Tutti hanno paura che ricominci a drogarmi subito, come fan tutti appena escono, ed io pure un po’ lo temo anche se sono ben risoluto ad approfittare di quest’occasione di libertà, la prima dopo 13 anni in cui posso svegliarmi la mattina libero e non solo dalle sbarre del carcere bensì dalla rota, dall’astinenza per droga dal bisogno, ed ho proprio bisogno di godermela e di respirarla a pieni polmoni questa libertà.

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Il mio caso farà giurisdizione: sono il primo in assoluto a cui viene riconosciuto l’uso personale di una sostanza stupefacente. L’abominio della legge indiana che faceva di tutt’erba un fascio è almeno in parte corretto. Cazzo! volevano farmi marcire come la vittima sacrificale della repressione per negare tutto il nostro stile di vita, ed invece… gli ho rigirato la frittata e gliel’ho fatta! La Corte mi riconosce come uno che non ha mai spacciato e stabilisce che i 15 mesi di carcere hanno già assolto pienamente il compito di riabilitarmi!

Ieri Surendra Desai mi ha spiegato che la technicality, il cavillo giudiziario che ha permesso il mio proscioglimento è stato un altro precedente che ha fatto giurisdizione, ovvero quando le vittime del disastro ecologico di Bhopal accettarono l’indennizzo offerto dall’Union Carbide ed al governo del Madhya Pradesh fu permesso di ritirare l’accusa, rendendo valida così anche l’azione analoga del governo di Goa in mio favore che Batta aveva ingiustamente rifiutato.

Cosiccome ora sta scritto nero su bianco e per sempre in una sentenza della Supreme Court dell’India che il consumo di una droga non può essere considerato alla stregua di detenzione o spaccio della medesima, e d’ora in poi tutti gli accusati per droga potranno appellarsi a questo precedente che l’India mi ha concesso l’onore di stabilire.

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Mangiando il mio sacro pasto da uomo libero sugli scogli, centellinando birra Kingfisher, penso che non ho proprio voglia di aspettare i 20 o più giorni per avere il mio exit permit, il timbro per poter uscire dall’India. Appena uscito sono andato dalla polizia a ritirare il mio passaporto e mi è stato spiegato che si deve correggere la mia situazione anomala: tecnicamente sono un overstay, un clandestino che ha superato il limite del permesso di soggiorno e bisogna che il Tribunale certifichi che ciò è avvenuto a causa della mia detenzione cosicché l’Immigrazione possa perdonarmi, e con i tempi della burocrazia indiana! Io temo che la polizia possa scoprire che quando fui arrestato ero già un clandestino un sans-papier e con questa farmi pagare il vecchio ed il nuovo; e soprattutto non ho voglia di aspettare, voglio andare in Italia, correre volare a riabbracciare mia moglie mia figlia, esser loro d’aiuto di nuovo finalmente dopo tanto tornare al mio posto, e subitooo!

Così penso che l’unica altra maniera per uscire dall’India è la procedura che le ambasciate possono avviare quando un turista straniero perda o gli venga rubato il passaporto: le autorità migratorie vidimano di prassi in giornata con un exit permit il documento d’identità provvisorio che la stessa ambasciata rilascia, e via sull’aereo senza tante storie.

Terminato il mio pranzo allo scoglio saluto il grigio mare Arabico ed il cielo grigio di Goa, forse per sempre, rientro in camera afferro il telefono e chiamo l’Ambasciata italiana in India, a Nuova Delhi. Chiedo di parlare coll’ambasciatore in persona, dicono che non si può, dichiaro chi sono e sì me lo passano.

Ci faremo due risate un paio di giorni dopo quando, terminata l’ottima cena in casa dell’Ambasciatore, accomodati sui divani bevendo whisky e fumando sigari Antico Toscano colla bella moglie sua francese che suona il piano ricordiamo l’incredibile telefonata:

Quando ascolto la voce dell’Ambasciatore che si complimenta per la mia liberazione io faccio scattare l’accendino e le fiamme sono lì magiche e sacre davanti ai miei occhi

– Grazie signor Ambasciatore per l’aiuto e la vicinanza, il motivo per cui le telefono è che sto bruciando il mio passaporto… voglio andare in Italia domani –

Un attimo d’imbarazzato silenzio mentre la mia foto attaccata dalle fiamme tenta di sfuggire al rogo staccandosi dalla pagina, ma poi si arriccia e l’abbraccia chiudendo un’era.

– Davvero lo sta bruciando? … non è che invece lo vende o lo cede?-

– Le do la mia parola signor Ambasciatore: proprio in questo momento sto bruciando il mio passaporto. –

FINE

*

Il 24 maggio del 1973, da poco compiuti i 16 anni, a L’Aquila scrivevo:

*

Assurban, sol di luce e di nuovo,

a sud del vecchio mondo

a nord del novo

Assurban, attesa illuminata

di un ricordo d’infanzia

di una bambola

impastata di sette colori

di un cane, di un piccolo cane

che stava nel palmo di una mano

di un grande cane

che potevi cavalcarci su

Assurban strada

tutta da esplorare

alla ricerca dei balocchi

viaggio di ulisse

e di giason

scoglio nel solitario naufragio

nel perdersi delle madri

canto che sale nel perdersi

stonato delle note e dei colori

locomotiva fischiante di pirandello

l’attesa dei nidi di rondine

al ristorante cinese

Assurban

Assurban, sol di luce e di nuovo,

a sud del vecchio mondo

a nord del nuovo.

4 Responses to cap30

  1. Margherita Maniscalco says:

    “Cosiccome ora sta scritto nero su bianco e per sempre in una sentenza della Supreme Court dell’India che il consumo di una droga non può essere considerato alla stregua di detenzione o spaccio della medesima, e d’ora in poi tutti gli accusati per droga potranno appellarsi a questo precedente che l’India mi ha concesso l’onore di stabilire.”
    La parola fine che vuol dire? Continuin i tuoi racconti?

  2. Margherita Maniscalco says:

    “Cosiccome ora sta scritto nero su bianco e per sempre in una sentenza della Supreme Court dell’India che il consumo di una droga non può essere considerato alla stregua di detenzione o spaccio della medesima, e d’ora in poi tutti gli accusati per droga potranno appellarsi a questo precedente che l’India mi ha concesso l’onore di stabilire.” Sei un grande!
    La parola fine che vuol dire? Continuin i tuoi racconti?

  3. paolo vitale says:

    Dopo aver letto tutto dún fiato il tuo racconto ,n posso che ringraziarti!il leggere il tuo racconto ha avuto per me un effetto catartico. Anche se ti hoconosciuto solo attraverso il tuo racconto grazie di avere condiviso questa tua incredibile esperienza grazie!! Paolo

  4. valery says:

    un giorno,ad un bus stand di un paesino prima di new deli,gli sbirri fanno scendere me e la mia ragazza dal bus.hanno notato il giubbotto tipico dell’himachal che indosso.avevo il mio carico oppio della parbati valley.non lo trovarono.era il 1990.dopo 6 anni in giro per l’india .ho conosciuto parecchi amici che hai nominato,il bubu, cristof. tu stavi ad arambol,io ero a vagator a farmi acidi per intere stagioni.in india mi è andata bene.ho poi pagato in Italia.complimenti per tutto,il mio racconto è fermo in un cassetto.forse un giorno lo finirò.in culo alla balena per tutto.ciao

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