cap24

GOA_INDIA 12.0

Per un po’ la storia della lettera di Madre Teresa sembra nuocermi. Essa viene usata come arma nell’eterno conflitto fra le due metà della popolazione goana, l’indù e la cristiana (Goa fu colonia portoghese dal 1510 sino al 1961 quando i carri armati indiani vi entrarono pacificamente, ed appena dichiarata Stato sovrano dell’Unione Indiana già Allen Ginsberg vi scriveva il suo Diario Indiano 1962-1963). Saltuariamente scoppia la guerra aperta fra le due comunità e ci scappano i morti, quasi sempre la miccia è quale debba essere la lingua nazionale: il marathi, versione dell’hindi nello stato del Maharastra parlato anche a Mumbay, o il konkani, un misto fra il marathi ed il portoghese, unica lingua dell’India oltre all’inglese ad essere scritto coi caratteri latini. Risultato è che il governatore è un mussulmano, minoranza che consta appena dell’1 o 2% della popolazione, però l’unico che possa esser tollerato dalle due parti (49% l’una) che non accetterebbero mai di esser governate da un rappresentante dell’altra comunità.

Io dovrei esser considerato parte della tradizione indù, in quanto baba, ossia uno che vive come Shiva, in perizoma colle jata, ovvero le trecce rasta tipiche degli shivaiti, uno che se la passa fumando chillum e meditando, non interessato all’accumulazione dei beni materiali bensì allo sviluppo spirituale ed alla liberazione; eppure non è la prima volta che i cristiani vengono in mio soccorso.

Ricordo di una volta in cui Anita rimproverò un gruppo di donne che erano venute a lavare i panni al lago. Ciò non avveniva quasi mai ma, nella torrida primavera subtropicale quando ancora non arriva il monsone, la stagione delle piogge, la vegetazione è gialla e bruciata il lago si riduce a vista d’occhio di giorno in giorno mentre il ruscello suo affluente va in secca ed il livello dei pozzi nel villaggio scende pericolosamente, l’acqua diviene allora il bene più prezioso. Così quel giorno alcune donne del villaggio si erano organizzate per venire in gruppo a lavare i panni nel lago, e la pericolosa macchia di schiuma dei loro saponi chimici si andava allargando a contaminare la sola fonte di acqua per tutti noi abitanti le sponde del lago ed i suoi dintorni. Io attratto dalle grida assistetti alla scena da lontano senza intromettermi in una disputa fra donne, le goane gridavano: il lago è il nostro che siamo nate qui! Anita rispondeva che il lago è di chi ci vive e non di gente giammai vista stanziata a due chilometri di distanza. In quell’occasione Anita fu capace da sola di mandar via tutto il gruppo.

Un giorno entrando al villaggio, Anita colla bimba piccola in braccio ed io dietro rifugiati dal calore estremo della spiaggia sotto le prime ombre disponibili, attraversiamo un vicoletto stretto fra le case in una zona che non frequentavamo molto svolgendosi solitamente le nostre attività nella zona Sud ove risiede la comunità indù, si sentono delle grida di donne ed io del tutto inavvertito ricevo di colpo una terribile legnata nella schiena, mi giro e vedo una vecchietta tutta rughe alta un metro e mezzo con un palo più grande di lei fra le mani gridandomi pure dietro come un ossessa. Cominciano ad uscire dalle case pure gli uomini e tutti gridano in konkani, idioma incomprensibile per noi, però Anita riconosce le donne ed abbiamo una spiegazione del fatto che altrimenti sembrava incredibile in quanto in dieci anni mai abbiamo avuto problemi colla gente di Goa!

L’unica è scappare con una torma di cristiani indiavolati alle calcagna. Ci rifugiamo in un piccolo chai-shop, un caffè di pochissimi metri quadrati sotto una tettoia di foglie di palma dentro un recinto alto un metro fatto colle foglie di palma intrecciate. Il suo proprietario, un giovane della stessa comunità, riesce a tenere a bada la folla inferocita pregandola di non rovinarlo… ma la situazione è di stallo: noi dentro e la gente tutta sporta in avanti dal recinto spingendoci al centro del piccolo santuario che grida frasi del tipo: appena venite fuori vi facciamo a pezzi! E stiamo lì immobili ed allibiti da tanta violenza ed odio.

Il Salvatore arriva nelle vesti di Edwin, un capo della comunità cristiana che però è amico di Ganpath, il bramino presso il cui chai-shop passiamo la maggioranza delle ore al villaggio, seduti a fumare, bere caffè e chiacchierare, a mangiare le sue famose uova fritte o il bají, piattino di piselli piccanti. Edwin ha una piccola officina per motociclette nell’altro lato della stessa costruzione che ospita il chai-shop e di fatto è sempre lì, ci conosce uno ad una da anni ed anni, ed è sempre cortese ed affabile. Edwin si fa largo colla sua lambretta fra la folla urlante, entra nel flebile recinto che ci separa a stento dal linciaggio e rivolgendosi alla gente della sua propria comunità religiosa intima loro di ritirarsi; e così avviene. Non solo declina i nostri ringraziamenti ma si scusa a nome di tutto il cristianesimo.

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In seguito all’intervento di Madre Teresa in mia difesa si leva l’indignazione indù: come si permette questa suora che non è nemmeno indiana d’intromettersi colle nostre leggi? Tuonano i giornali senza riflettere sul fatto che quella dell’uso delle droghe è un’antichissima e rispettata tradizione indù, ma tant’è… in politica si sa bene che il fine giustifica i mezzi, anche sotto forma di aberrazioni ideologiche.

Il giorno dopo la lettura ed archiviazione dell’appello di Madre Teresa in Tribunale, durante l’ora d’aria in carcere viene da me un jailor, funzionario dell’amministrazione carceraria, un cristiano che ridendo mi mostra uno dei quotidiani a maggior diffusione di tutto lo stato di Goa. Io non so leggere i caratteri marathi, ma la vignetta che occupa quasi tutta la prima pagina è chiarissima: indubbiamente sono io quella caricatura con occhiali barba e capelli lunghi che, seduto ad un tavolino letteralmente ricoperto di marijuana, charas, cartine, chillum, pacchetti e monticelli di polvere, siringhe, cannelli da sniffo, bhong ovssia la pipa ad acqua di bambù e via dicendo, risponde spavaldo ad un poliziotto baffuto che gli tiene una mano sulla spalla -arrestami pure tanto poi viene Madre Teresa e mi libera!-

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Sui giornali di Goa quando si parla di me è sempre contro, nell’ambito della campagna reazionaria che invoca la mano di ferro contro gli stranieri, di fatto uno dei pilastri dell’economia goana non solo colla valuta pregiata ma anche attraendo un nutritissimo turismo nazionale attratto principalmente dalle mitiche feste e dalle spiagge ove si aggirano i nudisti occidentali. Vengo presentato dalla stampa locale come colui  che pretende di fare il comodo suo in barba alle nostre leggi (ove si presentano come leggi indiane l’abominio della rottura della sua tradizione millenaria imposta col ricatto economico dall’amministrazione reaganiana USA) ed addirittura di  tornare al suo paese scot-free. (David Scott fu uno schiavo che tentò di conquistarsi la libertà per via legale giungendo a perorare la sua causa sino alla Suprema Corte USA ove perdette tutti i procedimenti nel 1857, ma che venne parimenti liberato dalla famiglia Blot, sua proprietaria).

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Diversamente avviene nell’ambito della ben più vasta ed importante Unione Indiana. Il giovane avvocato Peter de Souza pensa bene di rispondere alla campagna della stampa locale in corso contro di me da una tribuna più alta, e così invita la rivista Blitz, una specie di Espresso letto dall’intellighenzia indiana in tutto il mondo, ad interessarsi al mio caso.

L’amministrazione carceraria nega il permesso d’intervistarmi e fotografarmi al giornalista di Bombay, il quale da buon professionista riesce lo stesso ad ottenere le informazioni necessarie. Un giorno Peter mi mostra orgoglioso la rivista in una delle cui pagine centrali viene a due facciate un servizio intitolato Crime and Punishment, Goa style, ovvero: Dei Delitti e delle Pene, stile Goa.

Nell’articolo mi si presenta come: a brilliant italian leftist student leader, ovvero un brillante leader della sinistra studentesca italiana. Praticamente per Blitz sono un perseguitato politico a Goa ove, nel nome di una legge assurda e della sua applicazione letterale e forcaiola, e ancorpiù come capro espiatorio degli equilibri politici locali, si pretende di condannarmi a venti anni per un nonnulla.  Aprendo così per la prima volta un dibattito sul consumo di droga, comune a tutti gli stranieri che vengono in India ed a quasi tutti gli indiani, ovvero alla giustificazione o meno della punibilità per la semplice detenzione di modiche quantità ad uso personale. E si affronta anche il tema della totale estraneità di questa legge alla pluri-millenaria cultura indiana ed alla sua leggendaria tolleranza e rispetto in particolare di tutte la pratiche religiose e tradizionali; ed in ogni caso dell’iniquità del trattare colle stesse pene gli appartenenti alle organizzazioni mafiose dei trafficanti internazionali che sono un vero centro di corruttela del potere e della vita sociale, e gli sfortunati ed innocui consumatori, che di fatto sono gli unici ad incontrarsi in carcere.

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One Response to cap24

  1. Margherita Maniscalco says:

    Una bella pagina di “storia” indiana..aberrazioni ideologiche….
    bravo Edwin che si scusa a nome di tutto il cristianesimo.

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