cap16

GOA_INDIA 7.0

Il furgone cellulare che mi riporta al carcere Reis Magos (Re Magi) percorre il suo lungo cammino da Panjim, la capitale dello stato di Goa, detta anche Panaj (tutto qui ha due nomi uno Indù e un Cristiano, ovvero nelle due rispettive lingue: l’originario maharati ed il konkani, la lingua derivata dal portoghese e che si scrive, unica in India oltre all’onnipresente inglese, con caratteri latini) ove si trovano sia il Tribunale che l’Ospedale Civile che ho appena lasciato per tornare in carcere dopo 2 mesi e mezzo di ricovero nella sua prisoners’ ward, ultima parte dei già trascorsi 4 mesi e mezzo di detenzione in quanto incontrato in possesso di meno di un grammo di polvere bianca, a tutt’oggi non ancora analizzata, durante un controllo casuale sulla spiaggia di Small Vagator.

Dapprima, attraversata la città, il furgone sale sul Ferry Boat una chiatta che fa servizio attraverso l’amplio estuario del Mandovì River, e ci vuole un sacco di tempo, poi un volta sulla terraferma dall’altro lato percorre tutta la strada verso Verem, ovvero tutta l’insenatura del fiume che in realtà è grande come un vero e proprio golfo e le sue acque sono salate perché miste con quelle del Mare Arabico. Di lì prosegue per una stradina minore ma bella fra le palme ed i banani e questa è sempre la parte più piacevole per me perché passando si vedono i Naval Docks, e quell’ansa mi sembra proprio quella piccola darsena che sta vicino al Florian sul lungofiume Nord della natia Pescara, colle stesse barche in secca immerse nel verde, uguale uguale ed ogni volta che ci passo sono sempre avvolto da uno stupore magico: una porta dimensionale, un buco fra i mondi, un pezzo di casa, quella casa così lontana negli anni, nelle miglia, e nella situazione, disperata, in cui oggi torno in carcere.

Poi il furgone fa ancora un ultimo chilometro prima di raggiungere quel gruppo di case ove vivono i secondini ed il personale del carcere, e poi un altro giro ed è il Muro, il primo muro che sembra circondare tutta la collina sulla cui sommità sta il Forte Reis Magos, ma probabilmente gli altri lati sono irraggiungibili senza bisogno di mura per quanto sono a picco ed affilate le rocce, quelle specie di faraglioni enormi che costituirono la difesa naturale di quello che era un punto di difesa per l’accesso via mare alla città ai tempi coloniali, e che ora con tutta la sua cupezza di medievale istallazione militare mi si apre davanti.

Altra cosa fu quando vi arrivai dall’inferno del Judicial Lock-up, una specie di gabbia umana sovraffollata dentro la maleodorante centrale di polizia di Panjim, allora ebbi la visione di un castello ameno, un posto vivibile ove batteva il sole, quasi di fronte al mare, col verde intorno e gli uccelli che vi volano sopra, e Amon l’inglese dentro e chissà pure altri occidentali con cui condividere il tempo. Oggi seppur sotto il sole, è quasi finito il Monsone la stagione delle piogge che infieriva mentre ero all’ospedale e scrosciava e scrosciava cullandomi fra lo scorrere delle acque ed il dondolio degli psicofarmaci, che già non prendo più e così la realtà è netta, sobria, dura, implacabile come il sole, i suoni sono nitidi e senz’echi, i colori ben chiari e definiti gialla l’aria verdi le piante rosse le rocce, neri sono i pensieri. Chissàccome mi ero illuso sotto sotto che rimuovendo il “peccato”, liberandomi dalla dipendenza, dalla più che decennale assuefazione agli oppiacei potesse finire anche l’incubo; non era certo una cosa razionale, sapevo benissimo che il caso giudiziario andava avanti, che anzi di fatto deve ancora cominciare, ma in segreto avevo sperato nel miracolo. Oggi no, oggi si va in galera per davvero, senza droga, senza pastiglie (anche se ne ho le tasche piene, mi hanno prescritto una terapia da cavallo, ma non le mangio e le metto in tasca tre volte al giorno), senza nessuna persona amica che venga a trovarmi, senza niente. Una realtà tagliata coll’accetta, e tagliata male.

Un misto strano, da un lato mi sento forte, libero, padrone del mio corpo e della mia mente per la prima volta da quando mi feci quel buco di morfina sotto la pioggia nel bosco con la ragazza che mi diceva senti com’è bello gli spilli del flash colle gocce d’acqua della pioggia, ed era vero: caldo e fresco, dentro e fuori: tutto uguale, tutto bello; ma poi mi supplicava in lacrime di metterglielo in culo e non poteva fregarmene di meno e mi faceva pena lei; ed io ed il mondo intero. E da allora son passati 15 anni in cui il mondo intero è sempre stato una pena ed io non son stato più il padrone di niente, nemmeno del mio corpo delle mie emozioni della mia anima, tutto affidato a lei a Sister Morphin che poi crebbe a divenire Lady Heroin, la signora la regina la padrona unica e sola, come solo ero io. E da quel giorno lontano oggi per la prima volta mi sento padrone di me e del mio corpo… il quale è incatenato ad una guardia che mi conduce come bestiame giù dal furgone attraverso la porta del Forte; e non sono più solo perché ora comunico ad un livello più solidale e profondo meno egoista cogli altri proprio quando sono così solo come non mai, lontano da tutti i miei cari da tutti i miei amici, dietro mura spesse metri di antica pietra; padrone di nuovo delle mie emozioni proprio in un luogo che grida da ogni sua pietra secoli di torture inenarrabili di esecuzioni roghi follia sangue e morte; padrone di amare davvero, finalmente di sentire la mia pelle viva fresca e vibrante proprio in un luogo ove non entra mai una donna, da mezzo millennio.

Il direttore mi parla e mi dice che ora sì ora potrà mettermi cogli altri, cogli occidentali, che prima non poteva, che contrabbandavo droga e lui non poteva permettere che la diffondessi e mi doveva tener isolato, ma che ora è diverso… e a me da un lato fa piacere, riconosco le sue ragioni, e sono felice di poter stare cogli altri e parlare con qualcuno finalmente persino in italiano, ma da un altro lato sono lontano, lontano, freddo, distaccato, diverso.

Il sergente, vecchietto simpatico, mi porta alla cella grande e lì Marco il milanese mentre quello apre i vari lucchetti mi vede attraverso le sbarre per la prima volta rasato a zero, barba e capelli, e mi dice: sembri un tibetano.

Marco lo conobbi fuori un giorno quando affittò una casa vicino alla nostra a Vagator più di un anno fa mentre trascorrevamo lì il monsone, ma lo vidi solo quella volta in cui mi sembrò un tipo appena arrivato, almeno ai miei occhi che già vivevo in India da più di 10 anni; ed ora mi fa da guida nel carcere. È dentro per una storia intricata di tre chili di fumo portati giù dalle montagne sino a Goa, l’hanno preso in una casa insieme ad un indiano dell’Himachal, conosco anche lui è il nipote di un mio ex padrone di casa su in Parvati Valley; ed ognuno dice che il fumo è dell’altro, e li tengono separati in due carceri distinte. Oltre a Marco ed a una serie d’indiani, mi stanno simpatici Sunder che vuol dire bello ed il suo socio entrambi della malavita di Bombay trovati in possesso di una macchina utilizzata per una rapina in banca poca roba per la legge qui, ci sono tre occidentali: Amon, che conobbi al Judicial di Panjim e che mi rivelò dell’esistenza di questo carcere “migliore”, e Simon un altro inglese come lui preso per qualche canna appena e che quindi dovrebbero farsi solo sei mesi; e poi Huve un tedesco grande e grosso di una quarantina d’anni, dentro per una storia di 180 grammi d’oppio, messo male perché arrestato dagli Agenti Doganali e ciò per la legge indiana costituisce di già una prova, al contrario della Polizia che deve dimostrare le sue accuse avvalendosi necessariamente della testimonianza di civili.

Marco ed Huve sono nemici e non si parlano, ed io mi posiziono strategicamente in mezzo a loro due. Non ci sono letti o brande, si dorme per terra, il governo ti fornisce solo una specie di coperta più un piatto ed un bicchiere di metallo, e questo è tutto ciò che saresti autorizzato a tenere dentro, nient’altro! Di fatto questo è un carcere giudiziario e non un penitenziario, cioè i detenuti qui sono in attesa di giudizio; tranne i casi particolari come Abdul, il primo condannato a 10 anni in Goa per droga, 4 chili di charas e che è stato trasferito in quanto capo delle rivolte carcerarie nel penitenziario di Fort Aguada. È bellissimo Abdul, del Kerala, alto scuro baffi neri ed occhi azzurri, è molto intelligente ed è un piacere starci insieme, ma non è in questa cella è in quell’altra, quando non è in isolamento per rispondere male, la cella dei privilegiati, più pulita coi muri intonacati colla televisione, ma anche più direttamente controllabile attraverso una finestra grande che da direttamente sugli uffici. In quella cella c’è anche Rama, probabilmente trasferito dal penitenziario perché volevano fargli la pelle in quanto spia, visto che si sta guadagnando il suo sconto per buona condotta sulla sua condanna a sette anni per half murder, ossia omicidio con qualche attenuante. L’altro condannato è il mio ex angelo custode Rajú, omicida trasferito qui perché al penitenziario continuava ad ammazzare ed accoltellare fuori da ogni organizzazione. Tutti gli altri siamo in attesa di giudizio quindi qui le regole sono più blande: possiamo tenere i nostri vestiti e ci lasciano, se ci comportiamo bene e se abbiamo soldi, comprare sigarette, viveri inscatolati etc dal Canteen, e possiamo tenere coperte extra e libri!!!

Marco ha già una dritta per far entrare il fumo, e, appena dopo la conta delle sei di sera, quando vengono accese le luci al neon e la porta della cella per regolamento non può più essere aperta dalle guardie se non per gravi casi di emergenza da giustificare per iscritto, ci si riunisce proprio sotto la piccola finestrella che da sugli uffici, in modo che non possano vederci, e fumiamo charas usando come chillum lo stelo cavo delle foglie della papaya che cresce in giardino. Mi dà una botta il fumo dopo tanti mesi. E mettiamo delle candele accese dentro un barattolo vuoto di latte condensato e sopra un altro barattolo con dell’acqua a scaldare e ci si fa il caffè. Poi li vedo sbucciare delle mele e mi incuriosisco.

GOA_INDIA 7.1

Come tu non hai una lametta? Te ne do una io!

In realtà non è che una mezza lametta, il trucco sta nello spezzarla in due prima di restituirla quando la guardia te la dà durante la mezz’ora d’aria quotidiana per farti la barba sotto i suoi occhi vigili e così se ne incarta solo una metà e si tiene l’altra, una lama per tutti gli usi del prigioniero. Ma io penso solo a una cosa, e quella lametta s’innamora a prima vista della mia giugulare. Aspetto che tutti dormano, e poi mi metto lì in un angoletto con una candela accesa, la mezza lametta in mano e la vena giugulare che mi si gonfia sul collo tutta protesa verso la libertà. Dolcemente mi chiama la libertà, è fatta, senz’aspettare processi avvocati carte bollate mesi anni, la libertà subito oscura come dovrebbe essere la notte che invece qui è violentata dai forti neon sempre accesi tanto che molti dormono con un panno intorno agli occhi, altri a faccia in giù. Io no, non dormo sono calmo freddo risoluto e vedo tutto oscuro collo sguardo fisso sulla fiammella della candela, la prima fiamma da mesi, in ospedale dovevo farmi accendere la sigaretta dai piantoni, se c’erano. Guardo fisso quella fiammella che rende tutto oscuro il mondo intorno, ma il mondo non c’è s’è eclissato, se n’è andato chissà dove o meglio si è ristretto, compresso, il mondo per me è ridotto alla giugulare che pulsa e la lametta che non trema nelle mie mani, oscuro oscuro tutto è oscuro.

Il giorno dopo fingo, fingo di vivere, fingo d’interagire ma la mia attenzione è tutta ad aspettare la prossima notte, l’appuntamento erotico colla morte che mi chiama, e poi lì di notte di nuovo lametta in mano giugulare gonfia sul collo a pensare, a pensare a mamma al dolore che le darei, e ad Anita, ed a mio padre. Sono risoluto io, son loro che rallentano la mia mano guerriera, tentando di fermarla invano, sono già morti loro. Chi fermerà definitivamente la mia mano, dopo ancora una terza notte di profonda meditazione lametta candela e giugulare, sarà Parvati la mia bambina di quattro anni quando mi dice che lei, pure fra dieci o vent’anni, potrebbe ancora aver bisogno di me. Chissà se sono davvero i genitori a dare la vita ai figli o viceversa. Grazie Parvati.

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2 Responses to cap16

  1. silva says:

    …vorrei non leggere, …e vorrei non scrivere,perche’ non ho commenti non ho parole,non ho nome,non ho identita’….penso solo che sotto quest’orrore e disgusto una volta c’era un ragazzo splendido,innamorato pazzo che mi veniva a trovare quando fra mura spesse e marce di storia c’ero rinchiusa io. ( pezzetto di fumo,grande casino )
    .. Uno ad uno…Storie di prigioni,droghe e ospedali…per disturbati mentali,storie di morte senza morte,dolori senza dolori ,cosi’ tante che si conta chi non c’e’ passato…se e’ ancora vivo!
    In confronto a me e’ andata “di lusso”…hotel a 5 stelle, eppure il mondo cambia completamente colore e odore….
    La mente non si stacca dai tormenti della vita.
    Il tempo diluisce tutto in un opaco infinito dove “gioia” e’ una parola improbabile
    e difficile da trovare, ma che vale la pena di cercare… perche’ credo che non ci sia rimasto meglio da fare…e perche’ e’ una parola bellissima e piena di emozioni meravigliose.
    ..ben fatto
    ciao!

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