cap14

GOA_INDIA 5.2

Non è la prima volta che sto in prigione in India, l’altra volta ero un ragazzino di 22 anni e, giusto quando stavano per concludersi i gloriosi anni ’70, mi presero col fumo, per colpa di un italiano del cazzo che portò la polizia a casa mia…

HIMACHAL_INDIA 1.0

Ero a McLeod Gunj, il villaggio degli esiliati tibetani in India, residenza ufficiale di Sua Santità il Dalai Lama. In Himachal Pradesh, ovvero uno degli stati himalayani dell’India, questo villaggetto sopra la città indiana che porta il nome sacro di Dharamsala, mi ha fatto la grazia varie volte, ha curato due epatiti acute a me ed una cronica ad Anita, mi ha fatto sentire il Dalai Lama parlare in italiano durante una cerimonia di Luna piena (quando lo dissi a Ricardo, uscendo dal tempio all’alba al termine della cerimonia, mi rispose: no guarda che parlava in spagnolo) e quella volta mi fece trovare 800 dollari sotto il materasso!

Guardavo sempre sotto i letti, e non solo per le cimici che infestavano gli hotel tibetani, ma anche per la speranza di trovarvi qualcosa. Non avevo una lira. E a via di cercare alla fine lo trovai il tesoro sotto il letto: un blocchetto di traveller’s cheques: 8 foglietti da 100 dollari australiani l’uno!

Recanti la firma di Colin. Colin è un inglese che allora girava un po’ su di giri per McLeod, apparentemente pieno di soldi. Molti lo consideravano un flippato rompicoglioni, a me stava molto simpatico, un aristocratico inglese che coraggiosamente aveva deciso di spogliarsi del suo abito di gala di compostezza, lucidità, aplomb e serietà e si andava riassestando sperimentando varie personalità e stati di coscienza. Coraggioso per essere un inglese non junkie! e soprattutto non aveva perso quell’humour cinico british che io adoro.

Secondo me questa di perdersi i soldi è un’altra sfida del suo destino, un’altra prova che deve superare sul suo cammino di liberazione… ed io sto per finire i miei ultimi spiccioli e non so proprio come fare. Mi sembra proprio uno dei trucchi della Dea. Io non ho rubato niente! e sarebbe proprio da stupido ridarglieli, fare la fame io affinché possa riperderli domani lui, fuori come sta. Decido di aspettare, di non far nulla, vediamo se almeno se ne accorge!

La prima volta che lo rivedo, Colin va in giro gridando a tutti, mi hanno rubato i soldi! Cazzo! manco si ricorda di averli nascosti sotto il materasso e lasciati lì… meglio così.

Io per cambiarli i traveller’s cheques in banca avrei bisogno di falsificare un passaporto mettendogli su lo stesso nome e firma degli assegni, mica uno scherzo, oppure…

Vado da Colin, siamo amici, e gli dico, per fortuna erano traveller’s cheques e non contanti così te li ridanno, sì, fa lui, ma devo andare dalla banca a New Delhi e non ho i soldi per andarci, ti voglio aiutare ho un’idea: io son senza visto e rischio un anno e mezzo di galera se mi fermano (è la pura verità) mi farebbe proprio comodo un passaporto britannico (allora i cittadini del Commonwealth, prima che la Tatcher facesse incazzare gl’indiani, avevano diritto a rimanere in India senza visto per 99 anni!) tu devi andare a Delhi a farti ridare i travel a questo punto dì che ti hanno rubato pure il passaporto e te lo ridanno nuovo… eddai! dallo a me ed io ti do i soldi per il viaggio…

Ci pensa un po’ su Colin, ma non ha molta scelta ed infine accetta di buon cuore la mia offerta sincera: gli do tutti i miei averi, 50 dollari circa in rupie con cui potrà andare comodamente alla British High Commission! mentre io rimango senza un centesimo ma ho i traveller’s cheques col passaporto giusto, ora cambiarli è un gioco da ragazzi, basta imparare la firma ed avere la faccia tosta di presentarsi in banca! Non ci cambio manco la foto sul passaporto: vi si vede uno sbarbatello occidentale capelli corti spiritato tipo prima della cura, che potevo benissimo essere io, che ora dopo il viaggio in India sono un capellone dreadlocks, occhiali e barba…

L’unica cosa è che devo farlo in fretta, prima che Colin arrivi a Delhi a denunciare il furto, quando avvertiranno via telex tutte le banche, ed i numeri dei travel verranno bruciati, ovvero il malcapitato che andasse a cambiarli uscirebbe dalla banca in manette! Giù a Dharamsala è troppo rischioso, se Colin vi avesse già cambiato e lo conoscessero… di nuovo potrei esser arrestato, no mi devo allontanare di più e così, non avendo una lira per il bus, la mattina dopo all’alba m’incammino a piedi sulla strada statale che fa svolte e svolte fra monti e valli himalayani.

HIMACHAL_INDIA 1.1

Che bel viaggio! Al pomeriggio mi fermo a disegnare vicino ad un mulino di pietra azionato dalle acque del fiume, ben sballato per essermi bevuto un paio di fiale di morfina che son riuscito a rubare nella farmacia di uno dei paesini attraversati sul mio cammino, leggero senza bagagli senza niente libero come il vento! Quei disegni mi sembrano bellissimi, magici, premonitori, ci sono io che entro ed esco dai templi che vi corro dentro e fuori e sono pure il gran visir padrone del palazzo, con una gran piuma di pavone sul turbante; e poi c`è la Dea, a gambe larghe, spada coll’occhio incazzato fra le mani e tette di fuori, che partorisce il mondo dalla sua Vagina cosmica e ne escono fuori animali e cose e tutti noi ne usciamo fuori a spruzzo e corriamo dentro e fuori dai templi… Una matita ed un quaderno, non ho altro nel mio tascapane, come sempre il mio quaderno è il mio unico compagno ove scrivo poesia, faccio collage, una grande opera davvero, dev’esser da qualche parte in Italia quel quaderno ancora, colla poesia sulla tigre, sono diventato davvero Sandokan qui, sono felice.

Sul far della notte entro in una città abbastanza grande forse da avere una banca, ho fame e sono stanco, decido di fermarmi qui a pernottare. Il problema dello stomaco è presto risolto (come sempre in India per chi cammina sul cammino del disinteresse) un signore elegante ed alticcio mi chiama da un bar invitandomi a bere con lui, io gli rispondo che preferirei mangiare, ci si mette d’accordo per tutt’e due le cose, e ci scoliamo una bottiglia di whisky divorando insieme carne e chapati e peperoncino. Ben sbronzi andiamo a dormire da lui, la mamma gentilissima mi fa un letto vicino a quello del figlio, cui prima di dormire dico, sai se c’è una banca in paese? Sicuro che c’è ed io ne sono il direttore: no problem! Cazzo, ed io che gli ho detto che sono italiano e mi chiamo Rodolfo, non posso presentarmi domani come Colin con un passaporto inglese! Perdo il sonno non so che fare, mi giro e mi rigiro tutta la notte ubriaco e paranoico, mi sento un criminale! mi sento di aver tradito la fiducia e l’ospitalità e l’unica cosa che riesco a fare la mattina dopo è dichiarar di stare io malissimo: troppo whisky non sono abituato mi scoppia la testa posso dormire un altro po`? ok riposa pure e raggiungimi in banca più tardi…

Appena lui esce, ben incravattato lavato e profumato, io me la svigno, accetto il caffè dalla gentilissima mamma, e poi via, tela! Abbandono la città rapidissimo a piedi colla coda fra le gambe, come un criminale braccato, strisciando lungo i muri, guardandomi alle spalle, affannato e confuso.

HIMACHAL_INDIA 1.2

Chiaramente non avrò più la sorte d’incontrare un’altra banca per un’intera settimana di cammino a piedi sulle strade che attraversano l’India, mangiando solo grazie a Dio ovvero, siccome non esiste o in ogni caso non si fa vedere, di fatto grazie a tanta gente: pastori che mi offrono il latte appena munto, contadini che mi portano a casa loro, chai shop che non vogliono esser pagati, e ci scappa pure da fumare, me lo offrono tutti! e trovo sempre dottori rurali facili da distrarre a cui sottrarre qualche fiala di morfina, in pratica arrivo a Kulu scimmiato, e dire che avevo smesso di farmi un anno prima, appena arrivato dall’Italia.

Entro in una banca a Katrain, lontana kilometri dalla prima Police Station, a metà della valle fra Kulu e Manali, un po’ preoccupato ché dopo una settimana i cheques potrebbero esser già sulla lista nera, e così per non voler esagerare colla fortuna (!!!) ne cambio solo la metà. Nell’attesa che controllino i numeri sulla lunghissima lista dei travel rubati in tutta l’India, faccio amicizia con Jean-Michel, un corso che mi dice in francese che anche i suoi di cheques son rubati, di non preoccuparmi che ce la faremo tutti e due.

HIMACHAL_INDIA 2.0

Manikaran, la capitale della Parvati Valley, laddove il Dio Serpente Sheshnag portò la Dea Madre rapita, e laddove Shiva venne a recuperare la sua amata, e nella battaglia fra titani, ad ogni proiettile che Shiva lanciò contro la Serpe, sì proprio il serpente che tiene intorno al collo, proprio lui Sheshnag s’invaghì di Parvati sino a rapirla, ovvero non potette resistere all’eccitazione dei due che amoreggiavano ché quando ella baciava il collo al suo amato, lui il serpente era proprio lì, in mezzo, e si scoprì non essshere un  semplice ornamento… e laddove cade ogni proiettile lanciato dal distruttore della mente e dell’universo, un geyser d’acqua calda nasce, ed è così che Manikaran è costruita nel lato in ombra del canyon, unico centro abitato in tutta la valle su quel lato, ove d’inverno ci sono solo poco più di un paio d’ore di sole, ma le acque son calde, le case son sulle acque calde, ed è la festa della calda umidità.

E da Manikaran salgo ancora a piedi su su oltre i tremila, quasi ai quattro, dove le piante di Marijuana son blu, ed il fumo il migliore, del mondo. E salgo su e cammino e dormo in case piene di pulci laddove vestono ancora collo stile greco antico: qui si nascosero i disertori dell’esercito di Alessandro Magno, quelli che incontrarono l’amore e non ci pensarono manco un minuto a camminare anni per tornare a morire in qualche guerra dimenticata al fine di regalare qualche altra terra al re; e qui ci si nasconde noi oggi, i disertori di tutti gli eserciti del mondo, i pacifisti gli incazzati pronti a morire ma mai per un padrone o un generale.

Occhi turchini e giacca bianca, qui le genti le discendenze i lignaggi, lo spirito, gli spiriti, l’alleanza, ed avevo pure una stanza, giù a Manikaran, la condividevo con Rejis, il francese, che una volta bucò due decilitri di vino rosso, e fece una faccia da vecchio nostromo, immediatamente sbronzo, naso rosso, ooo Rejis!

HIMACHAL_INDIA 2.1

E lì in quella stanza, ove non è necessario mettere materassi per dormire ché il pavimento è così caldo per le acque sotterranee, una mattina ci si sveglia per andare a camminare in montagna con Rejis, e mentre ci si stava fumando un paio di chillums a colazione, ecco l’italiano che avevo ospitato per la notte ed era uscito presto ritornare con tutta una schiera di poliziotti.

Che stronzo! Lo incontrano per la strada, gli chiedono dove vivi, e lui, invece di rispondere non ho casa sono appena arrivato, li porta a casa nostra, l’infame! Gli ufficiali entrano ed intimano a tutti i presenti di tirare fuori i passaporti, e lo stronzo mi dice pure in italiano di star tranquillo che il fumo suo lo ha nascosto fuori casa, nel mio giardino, quanta grazia! Io pure il mio fumo ce l’ho nascosto e so che Rejis non ne ha, infatti stavamo partendo per la montagna ché lui vuole comprarne di quello buono, ma so che Rejis è fuori visto, ossia dovrebbe già esser uscito dall’India, di fatto sta in situazione di Overstay un reato che prevedeva allora sino ad un anno e mezzo di galera! Gli diamo i passaporti prima noi e l’ufficiale li controlla accuratamente, Rejis è l’ultimo, pallido in volto aspettando la mannaia che si abbatta… ma proprio quando l’ufficiale gli chiede il documento, un suo sottoposto, un semplice agente arriva colle mani dentro il barattolo della farina ove io ho nascosto il mio fumo, sicuro che nessun indù avrebbe mai messo le mani nella sacra attá! Ed invece… così l’ufficiale dimentica completamente del passaporto di Rejis, di fatto glielo ridà in mano senza nemmeno aprirlo, e domanda col fumo fra le mani: di chi è questo? Ed io, invece di dire che era dell’infame contando pure sul fatto che Rejis avrebbe sicuramente confermato, in preda alla mia solita onestà dico: è mio! E vado via in manette.

Mi portano fuori alla scuola, ove ci sono varie persone fermate in tutta Manikaran; e tutta la popolazione della piccola città in semicerchio intorno alla piazza al cui centro sta un tavolo ove han posto la bilancia con gli ufficiali che pesano la droga sequestrata e noi, i fermati, proprio davanti alla porta della scuola, circondati di guardie. Mi rendo conto subito che con 120 grammi, 12 tolas come si dice qui, son quello che ne ha di più, me la vedo brutta… ed allora, cercando una exit strategy, approfitto della distrazione dei piantoni e scopro che la porta della scuola giusto dietro di me non è chiusa a chiave, la socchiudo e mi infilo dentro alla chetichella richiudendomela alle spalle, ed inizio a correre frenetico dentro l’edificio, aprendo e chiudendo alle mie spalle tutte le porte che incontro in linea retta sino a che l’ultima mi da la libertà sul retro della scuola.

HIMACHAL_INDIA 2.2

Corro via veloce, non so dove andare, il mio afflato spirituale conduce i miei passi al tempio Sikh, quello delle acque calde. Ho sempre visto delle misteriose entrate ai suoi sotterranei che chiamavano la mia curiosità, e mi ci butto dentro, nelle viscere della madre terra, fra vasche e condutture d’acqua bollente, fra i vapori una specie d’inferno benedetto, più che altro un limbo in cui attendo, vari livelli sotto la città, la sentenza divina: mi troveranno o no?

Ci sono vari vecchietti, che non avevo mai visto su al livello della “vita normale”, vecchietti seminudi che vivono fra le acque calde, fra i vapori e le vasche, secondo me salgono solo all’ora dei pasti offerti dal tempio ed il resto della loro vecchiaia la passano qui, al caldo, vestiti solo con un perizoma o un longhi, ossia un panno che cinge i fianchi stile Gesù sulla croce, come stava vestita mezza India, la povera e la religiosa. Non fanno caso a me i vecchietti sotterranei, gli uomini santi, la sconosciuta cultura underground di Manikaran, ugualmente io mi dirigo al più profondo dei livelli, ove mi nascondo acquattato dietro l’ultima vasca, immerso nei vapori caldi e nella speranza, ch’è quasi una certezza che le sacre acque mi salvino. E così è.

Non ho un orologio, le ore passano, non so che fare, a un punto decido d’uscir fuori. Come salgo al tempio la prima persona che incontro mi dice: che fai qui? Ti stanno cercando dappertutto, scappa!

Ed allora mi arrampico perpendicolare su per il monte, fuori da qualsiasi sentiero, con passo di capriolo salto fra le rocce su su su, sino alla sommità della scarpata da cui domino tutto il villaggio, come soldatini li vedo i poliziotti che girano per il villaggio e le loro jeep parcheggiate nel piazzale, sino a che se ne vanno a sera portandosi via due persone incatenate, e penso che posso scendere. Ma non mi fido ed aspetto l’oscurità, e quando essa viene entro al villaggio percorrendo oscure vie laterali, rasentandone i muri per mantenermi sempre nell’ombra, la madre notte è mia alleata, l’alleata di tutti i rei del mondo. Non posso tornare a casa, penso di recarmi all’abitazione di un francese amico col proposito di chiedergli ospitalità, di nascondermi lì qualche giorno, e sì ci arrivo non visto da nessuno, e lì sono lì Rejis e tutta la banda a fumare: sono salvo!

Ma dopo un po’ vogliono uscire, andare a bere, io no io dico resto qui vi aspetto, ed il proprietario acconsente, ma Rejis e tutti mi accusano di paranoico: è finita, sei libero, gli sbirri sono andati via, andiamo a festeggiare! che temi? e mi faccio convincere ed esco in strada. Ma lì fuori mi prende l’ansia, il panico totale, non voglio farmi vedere in cantina non mi fido e parto correndo verso casa mia attraversando tutta la strada principale deserta a quest’ora, son circa le dieci di sera, 13 ore sono passate dal mio arresto, 12 dalla mia fuga.

HIMACHAL_INDIA 2.3

C’è Rama che piscia in istrada, ubriaco come ogni sera il bramino alla luce che emette il suo chai shop mi riconosce ed urlando si aggrappa ai miei capelli lunghi con tutte e due le mani. Escono dal ristorante due sbirri, completamente ubriachi, e mi acchiappano pure loro ed a forza i due poliziotti più Rama più qualcun altro, non senza difficoltà, mi portano dentro. Risulterà che la Polizia andandosene via aveva lasciato due agenti per continuare a cercarmi ed essi, invece di rastrellare la città, se la passavano ubriacandosi con Rama, ed io ero passato proprio lì davanti! Dopo svariate libagioni, verso l’una di notte mi portano via, incatenato, verso una casetta governativa di qualche tipo, appena una stanza all’entrata del villaggio che hanno lasciato in dotazione agli sbirri, proprio al Bus Stand, ove mi dicono che aspetteremo il primo autobus per Kulu, la capitale distrettuale.

Normalmente gli stranieri specialmente gli occidentali non vengono torturati come i normali prigionieri in India, per tema di ritorsioni diplomatiche, ma i due poliziotti sono estremamente ubriachi e mi riempiono di botte, calci e pugni ai quali non ho la forza di reagire, più che altro per aver perso la fiducia in me stesso. Mi sento un coglione, ero libero, dominavo la città dai monti e li vedevo tutti come soldatini di piombo, dominavo l’inconscio e la paranoia dai caldi sotterranei del tempio, ero persino riuscito ad arrivare alla casa del francese ove avrei potuto rimanere al sicuro un tempo indefinito o andarmene via a piedi per i monti e far perdere le mie tracce, e no! Come uno scemo mi ero buttato per la via principale, in preda all’indifferenza, alla falsa sicurezza noncurante che mi dettero gli svariati chillum fumati a casa del francese, e per la prima volta dalla mattina ero finito in preda al panico, e mi ero buttato a capofitto proprio fra le braccia della “legge”.

E le loro botte erano le mie, ero io a pensare di essermele meritate: sono uno stronzo! pensavo. Quando si stufano di picchiarmi ed insultarmi e vogliono dormire i due aguzzini ne pensano un’altra: aprono una delle due manette antidiluviane, la destra, e vi fanno passare dentro due giri di catena cosicché quando la richiudono non ci sia più spazio per il mio braccio, e la mano inizia immediatamente a gonfiarsi ed a diventare blu con dolori atroci. Così non puoi pensare a scappare ancora! sghignazzano i due diavoli, e così passo le poche ore che mancano al primo bus, quello delle sei di mattina.

Partiamo presto la mattina successiva, ed arrivati a Kulu mi mettono in una cella di Polizia, ove incontro gli altri due arrestati a Manikaran: un portoghese che conoscevo di vista preso con 100 grammi di charas, il potentissimo fumo himalayano, ed un francese preso con 50 grammi d’oppio. Il portoghese rasta dice subito che ci dobbiamo organizzare, esser solidali, condividere le nostre risorse per esser più forti ed uniti quando fra poco ci porteranno in prigione, dice che lui ha la ragazza fuori che di sicuro lo aiuterà, che non siamo soli. Il francese, solo come me, si fa convincere e rivela di avere nascosti addosso altri grammi d’oppio e ce ne da una palletta a testa, che in breve calma i dolori della mia mano e della mia coscienza, e mi fa ricordare che ho addosso in una tasca del gilet il passaporto, che dopo il controllo mi avevano subito restituito, e nell’altra i traveller’s cheques australiani trovati sotto il materasso a McLeod Gunj, quelli che non avevo cambiato a Katrain. Ho una speranza, non sono a secco di soldi, ma non dico nulla, non penso sia il caso, i soldi in carcere non si possono tenere, ed è meglio che nessuno lo sappia. Il bagno non esiste in questa cella di polizia, c’è solo un buco un cesso turco in un angolo ove la devi fare davanti agli altri detenuti, ed in ogni caso non saprei dove nasconderli, ma confido sul fatto che, a meno non mi mettano le mani proprio dentro la tasca, ad una perquisizione sommaria possono passare inosservati, sono solo tre foglietti di carta senza il blocchetto. E così fu, all’entrata in carcere a sera non me li trovano e prendono solo il passaporto.

HIMACHAL_INDIA 2.4

In carcere, una sola cella grande con otto persone già dentro, incontro Jean-Michel, il francese che incontrai alla banca di Katrain quando cambiai i primi cinque traveller’s cheques, a lui sì l’avevano preso proprio quel giorno, i suoi di travel erano sulla lista nera! Comunque JeanMi era fiducioso e di buon umore ed aveva già un buon contatto con una guardia carceraria che ogni giorno gli portava tutte le pastiglie di valium che poteva pagarsi, e se avessimo voluto anche da fumare!

Di fatto fra le dieci pastiglie di Valium che quotidianamente mi portava la guardia, la palletta d’oppio che mi dava l’altro francese pure ogni giorno, e le svariate canne che qualcuno comprava sempre, la settimana di carcere volò via tranquilla e densa d’insegnamenti. JeanMi era un esperto di carcere e guai in generale e manteneva su il morale di tutti ed anche di Bubu, un italiano preso coll’eroina, che stava, come credo JeanMi stesso ma senza darlo a vedere, in crisi d’astinenza e mi raccontava del freddo e degli stronzi lunghi e fini che cacava dolorosamente ogni giorno. Comunque anche lui era aiutato dall’oppio del francese che fu molto generoso condividendo con tutti la sua dose personale. L’unica giornata tesa fu quando la guardia non venne mai col valium ed il fumo che gli avevamo pagato… ma non ci aveva fregati: il giorno dopo si scoprì che ubriaco era caduto in un fosso ed era rimasto a dormire lì sino alla mattina seguente quando chi lo incontrò lo svegliò, ed al turno successivo ci portò il dovuto scusandosi pure per il ritardo.

L’animo di JeanMi mi aiutò molto, era sempre ottimista forte e positivo, parlava sempre e considerava assolutamente naturale per gente come noi il passare del tempo in carcere, e raccontando di svariate prigioni ov’era già stato in tutta l’India ci ricordava sempre come fossimo fortunati di stare lì in un piccolo carcere tranquillo senza i problemi di Delhi, ove se non hai i soldi nemmeno mangi, a meno di dare servizi sessuali o d’altro genere nefasto alla violenta mafia prevaricatrice che lo domina incontrastata.

Quando venne il giorno del processo per noi tre presi a Manikaran, venimmo condannati il portoghese ed io a 6 mesi di carcere o 1000 rupie a testa, ed il francese a tre mesi o 500 rupie. Fu allora che svelai al giudice di avere i soldi per pagare per tutti e tre, ma che sarei dovuto andare in banca a cambiare gli assegni.

Fu così che mi trovai ammanettato ad un poliziotto ad andare di nuovo alla stessa banca ove li avevo già cambiati la prima volta, la stessa ove avevano arrestato JeanMi, per cambiare i traveller’s cheques che probabilmente allora già risultavano rubati, e pure con un passaporto falso! Eppure ero abbastanza tranquillo e fiducioso che il solo fatto che fossi accompagnato da un poliziotto per ordine di un giudice costituisse una garanzia tale per la banca da effettuare il cambio velocemente e senza i lunghi controlli dei telex degli ultimi mesi.  In effetti tutta l’attenzione dell’impiegato fu nel chiedermi cosa fosse successo e perché, e a spettegolare collo sbirro su questi stranieri che vengono in India a drogarsi fregandosene delle leggi etc… Fra le risate di tutti me ne andai, col poliziotto che aveva in mano esattamente la somma che servì per liberare me e gli altri due, ubriacarci subito in cantina e comprare il biglietto per tornare su a Manikaran: senza più una lira ma libero!

Il bello fu che quando il giudice ci restituì i passaporti, segnalò agli altri due quanti giorni di permanenza ancora concedesse a loro il visto indiano, mentre a me, portatore di un British Passport, seppure di un’altra persona ed al quale non avevo neppure cambiato la foto, disse:

You, Sir, can stay in India all the time you like!

HIMACHAL_INDIA 2.5

Risalii a Manikaran. Il portoghese fu di parola e mi restituì l’equivalente delle 1000 rupie  in Charas, un po’ alla volta, man mano che se lo faceva a mano lui stesso colle piante di jungla o lo raccoglieva fra i suoi amici indiani su per i monti; permettendomi così di sopravvivere al terribile inverno himalayano che arrivava fumando e vendicchiando qualche tola di fumo ai turisti, col ricavato delle quali mangiavo, poco, ma soprattutto continuavo a comprarmi l’oppio, ottimo oppio rosso locale, del quale uscito dal carcere mi ritrovai assuefatto, molto volentieri, e che mi permise di sopportare il terribile freddo dell’inverno a 2700 mt in un canyon in ombra nel mezzo delle alte vette che circondano il Parvati River.

Vissi bene quei mesi senza soldi con pochissimo cibo (circa l’equivalente di una colazione al giorno) dormendo in una capanna degli attrezzi che gli operai addetti alla costruzione del ponte avevano costruito e che era abbandonata per la sospensione dei lavori dovuta all’inverno. Non avevo vestiti invernali, ma avevo 22 anni e camminavo felice fra le montagne bevendo e fumando dappertutto con tutti.

Ci sentivamo i legittimi padroni del mondo, sempre attenti alla polizia ed alle spie, dai quali ci difende Bhagwan, il Dio che è uno e sta dalla nostra parte.

E di fatto tre mesi dopo, quando arrivò Natale, colla neve e la carestia invernale, arrivò pure il francese che non mi aveva dimenticato, e che risalì apposta per me da Delhi a darmi le 500 rupie che gli avevo prestato per pagare la sua multa e risparmiargli tre mesi di galera.

E con quei soldi partii per il Sud, deciso finalmente a raggiungere la mitica Goa, dalla quale sino ad allora mi ero tenuto lontano, ma che pareva essere la meta, almeno durante i freddissimi inverni del Nord, per chi in India ci volesse vivere. E fra Goa e l’Himalaya passai i successivi 10 e più anni, prima solo, poi con Anita, e dopo ancora con lei e la bambina, respirando libertà, gioie e dolori, momenti magici e sacri d’incredibile intensa bellezza, ed altri d’inferno fame ed astinenza, tutti d’insegnamento, tutti nostri, tutti voluti e necessari, e non mi pento di nulla, neppure ora in questa prigione di Goa colla concreta possibilità di una condanna a vent’anni per un grammo ed un quarto scarsi di eroina, la droga più buona che esista.

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