cap26

GOA_INDIA 14.0

Il Natale prima che mi arrestassero:

Nel sogno la sensazione di piacere è così forte da risvegliarmi.

Strano, quella specie di orgasmo è localizzato nella mia ascella sinistra, e non lì, al solito posto.

Una bellissima donna più unica che rara nella sua ferina sensualità mi deve baciare proprio sotto l’incavo del braccio e l’effetto di quell’interminabile bacio è così intenso, così accattivante, così concretamente reale: piacere puro, mai vissuto prima in maniera tanto forte.

Apro gli occhi, e la testa del Serpente è proprio lì.

Parecchio più grande del mio pugno chiuso, pericolosamente triangolare, spunta fuori noncurante da quell’insolito abbraccio.

Stavo dormendo ad un centinaio di metri scarso dalla linea dove le onde dell’oceano si infrangono pigre sulle prime sabbie esposte; lì dove inizia la vegetazione ai piedi della collina e puoi vedere quel dardo di luce che il sole lancia sull’acqua correre dritto fino a te, bloccando il respiro del mondo in una cosmica apnea piena di energia del vuoto, quando il tempo si ferma; personale e dolcissimo regalo per alcuni, viaggiatori dei mondi; impietosi momenti di nauseante paura per altri, ancora assuefatti alle loro catene.

Lì un santone, mio amico di vecchia data, ha installato quest’anno il suo fuoco sacro, intorno al quale siede la gente quando cerca riparo dal calore o dalla solitudine, e nei dintorni ha piantato il suo giardino tropicale, cui anch’io ho contribuito con un albero di frangipani gran produttore di fiori bianchi e profumati, che ho portato cavalcandoci sopra in moto sin dall’altro lato del fiume, e che voglio tanto sperare sia ancora lì, salde le sue radici fra le rocce.

Più in alto, dove la natura già creò un gradone, la mano dell’uomo lo ha spianato ottenendo così uno spiazzo liscio, sotto l’ombra delle altissime palme, dove io, stanco da un’intera notte di danze per celebrare la fine dell’oscurità, quando il sole, arrivato al suo limite più freddo e tenebroso, ricomincia di colpo a salire sull’orizzonte e nel cielo e la vita a scorrere nuova nelle nostre vene, ho trovato sollievo dall’afa del pomeriggio, scivolando fra le braccia di Morfeo, che ora pare essersi trasmutato in quell’enorme rettile: sono paralizzato.

Il piacere è ancora lì, fisico, pulsante e vivo, ma la mia mente non vorrebbe goderne, persa com’è a pensare come, appena io muova un solo dito, quella smisurata testa verde potrebbe scattare veloce ad azzannarmi. Così muovo solo gli occhi, e molto piano.

Al mio risveglio, dopo quell’attimo di eternità in cui il serpente dev’essersi coccolato lì sotto di me amoreggiando col mio corpo assopito portandomi alle vette del godere, vedo la sua testa cominciare lentissimamente a muoversi, conservando quel fare suo sonnolento che io invece ho perso così in fretta, d’un botto solo, da quelle vette alla valle di una strana paura, che è al tempo stesso incredulità e rispetto e serenità.

Il silenzio è surreale in quel caldo pomeriggio, il fluire del tempo è segnato solo dal lentissimo, rilassato scorrere di quel corpo, così caldo per essere un sanguefreddo, contro il mio, congelato nella consapevolezza ancestrale della pericolosità estrema di quella situazione, ma attratto dal mostro sacro, cui sono di fatto avvinghiato. Quando il capo verde comincia pian piano a strisciare sulle mie costole, da sotto l’ascella spunta il busto della serpe, grosso il doppio del mio braccio.

Gli uccelli non cantano, non c’è un alito di vento a muovere l’aria, ed il mare dev’essere così tranquillo come non mai ché non odo lo sciacquio delle onde contro la battigia, la bestia sacra non produce alcun suono strisciando interminabilmente fra il mio braccio ed il torace che mantengo immobili, evitando persino di respirare sin quando infine quella testa supera la mia mano ed un lievissimo ronzio d’ape giunge al passare timido ma obbligato dell’aria fra le mie glottidi serrate.

Trascendo: quel primo suono, primordiale vagito che pretende la vita in un mondo silente, l’ho provocato io, e temo di doverne pagare care le conseguenze. Ma no, il serpente non pare affatto turbato, ed il suo corpo continua a sgorgare dalla mia ascella come un lento fiume di pianura, senza che il suo diametro accenni minimamente a diminuire. Il suo incedere è rettilineo, inesorabile come un pericolosissimo missile a testata nucleare che si muova al rallentatore, non serpeggia come ho sempre immaginato facciano gli unici esseri organici che non hanno zampe, né ali, né pinne, né radici. Una forza invisibile ma potentissima spinge avanti quel treno di carne peraltro immobile che tocca infine terra, ma sempre a contatto col mio fianco. Eoni scorrono densi di immobili emozioni, terrore, ammirazione, amore e repulsione, e, alfine! l’orrifica testa raggiunge il mio piede, ma la sua coda non ancora esce fuori dalla mia ascella: è più lungo di me!

Una bestia mai vista!

Aspetto ancora che quelle sue fauci serrate siano ad una distanza di sicurezza dalla mia pelle, dieci, venti, trenta centimetri che non passano mai, sono i momenti più difficili, hanno a che fare con una mia decisione: quando agire, e soprattutto il riuscire a farlo, e bene, vincere quel magnetismo che tiene ancora il mio spirito unito a quel corpo, che mi ha dato tanto amore, ma che so potrebbe uccidermi appena commetta io un errore…

Poi scatto. Quasi un serpente io stesso, salto come un felino e rotolo di botto sulla mia destra investendo una persona che, ignara, dorme lì e della cui presenza non mi ero sinora affatto reso conto.

In spagnolo, poi in inglese ed italiano il tipo comincia ad imprecare contro di me. Lo conosco: è un asturiano, fiero, magro, dai capelli rossi come la sua carnagione e che, come me, vive qui da molti anni. Blocco il suo fiume di male parole:

– Il serpente! ¡Cuidado! It’s fucking big! –

Si alza in piedi di scatto l’asturiano, si guarda intorno, poi punta di nuovo su di me quei suoi chiari occhi normanni:

– Ma che cazzo dici? Non c’è niente qui. Nessuno. ¡Nada! È solo un sogno. I tuoi cazzo di incubi, paranoici come te! –

Non posso crederci. Era lì, reale più di lui e di me messi insieme, non era un sogno, lo so! Corro nella direzione presa dalla serpe e, quando mi affaccio dal muretto di pietra che separa lo spiazzo dal declivio degradante verso la spiaggia, lo vedo lì, in mezzo alla vegetazione. È quasi nero, ora, nell’ombra delle piante molto più verdi di lui, discende veloce e diritto come un treno, imperturbabile, lungo almeno due metri e mezzo.

– Quello che è, rosso? Eh? Un sogno? Corri se vuoi vederlo, non aspetta, quello! –

– Cazzo, è vero! – torna ad essere di poche parole, il rosso, come suo costume.

Il nostro battibecco ha attirato il pubblico: un baba viaggiatore, che quando mi addormentai non c’era, come l’asturiano, si alza dal sacro circolo del fuoco dov’era seduto immerso nelle sue meditazioni e sale, guardando laddove continuiamo a fissare anche noi.

– Una vipera-pitone è – dice con accento pugliese ammirandolo come in estasi – come lo chiamano da queste parti.

– Grande come un pitone, ma scuro e velenoso come un cobra, o forse più questo qui; data la sua mole, proporzionale a quella delle sue zanne ed alla quantità del veleno. Può ucciderti in due modi: stritolandoti come fa il pitone, o mordendoti come fa la vipera… Devi accendere un cero oggi, sei stato molto, ma molto fortunato! –

Ma io, ora, so che non è così, abbiamo solo fatto l’amore, senza ombra d’altro, ed il suo allontanarsi l’avevo voluto io, o meglio la mia paura, mentre il serpente è stato capace di darmi più piacere di qualsiasi donna, e chissà cos’altro. No, non è penetrato in me, come potrebbe pensare una malalingua o un buontempone se osassi raccontarlo.

No, è uscito fuori da me, come Eva dalla costola di Adamo.

GOA_INDIA 14.1

Tornato al mio villaggio, cammino scalzo, alla luce delle sole stelle, di passo svelto che è quasi mezzanotte e sta per iniziare l’anno nuovo, un paio di chilometri mi separano ancora dal magico luogo dove le onde si dissolvono in spruzzi fluorescenti sotto lo sguardo vigile ed immoto di un’enorme scoglio che ha il profilo di una testa, gigantesca, di scimmia, che monta la guardia perenne a quella spiaggia isolata dove è convocata la festa.

Ed ecco che li sento, caldi, i due denti penetrare nel mio alluce destro. Brucia il morso, come quello di uno scorpione, ma non ti puoi sbagliare ché i tizzoni ardenti sono due.

Scalcio immediatamente, attento a mantenere l’equilibrio che ho la bambina in braccio, e poi la vedo: immersa nella fitta oscurità la piccola vipera è più nera della notte e serpeggia scivolando via nell’aria a cavallo di due decenni.

GOA_INDIA 14.2

Passo la bambina ad Anita che però la poggia al suolo e mi si lancia sul piede a succhiarlo ed a sputare e mi chiede di accostarmi. Io sto bene, non sento dolore, rilassato e tranquillo il mio pensiero è se possa ancora mangiare l’acido che ho in tasca, uno buono tenuto da parte per la notte di capodanno, o se ci sia il rischio che interagisca chissà come col veleno di serpente. Lo chiedo alla gente che passa, ricordo Eddie dire di non preoccuparmi.

Anita invece è molto preoccupata, io no, io sto bene, avvolto in un non so che di familiare le dico: – è buono ‘sto veleno, da una sensazione piacevole, sono sicuro che non mi farà del male – e dentro di me son contento, penso: è tornato il Serpente che aveva abbandonato dal mio corpo a Vagator ora è tornato, sono di nuovo completo!

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