cap22

BOMBAY_RAJASTHAN_NEW DELHI_ITALIA: Caron, non ti crucciare, vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare

A Bombay facevo in modo di andare a dormire ogni sera con una pera per il risveglio, alle 5 di mattina, e 50 paise, ossia mezza rupia per aver diritto ad entrare al bar dell’angolo di Colaba, ordinarmi un tè ed aspettare lì a vedere che succedeva. Di solito incontravo qualche straniero appena arrivato in cerca di roba e lo aiutavo a comprarla, ci si faceva insieme tutto il giorno, si mangiava, ed alla sera me ne andavo col mio grammetto per la buona notte ed il buongiorno. Dormivo al parco, quello che chiamavano Gandhu park, il parco dei zozzoni, ovvero il luogo degli incontri casuali degli omosessuali. Non mi disturbavano le loro attività, io dormivo in un chiosco, sotto la colonnina centrale che avevo addobbato con una foto di Krishna, che mi salvò quando venne la polizia in piena notte a portarsi via tutti, ma a me lasciarono stare, aram caró babá.

Quella volta rimasi a Bombay un mese e mezzo, sempre oramai fuori visto ovvero da clandestino. Arrivai a cacare sangue, e mi tappavo il culo colla morfina, aumentai il numero delle pere quotidiane visto che il loro effetto antidiarroico svaniva ogni quattro ore. Di fatto era la morfina che mi salvava la vita impedendomi di disidratarmi in pochi giorni e morire; ma i retaggi inconsci della mia psiche cattolica turbata dai sensi di colpa mi portò a dimenticare completamente del referto delle analisi che dicevano avessi un bacillo, un’infezione dentro la pancia che mi si stava mangiando, la terribile dissenteria asiatica, ed invece mi spingevano ad accusare la morfina della mia situazione… così un giorno decisi di smettere!

L’unica maniera di smettere è andare ove non c’è n’è e così presi un treno per Ajmer, diretto a Pushkar, salii strafatto ma senza niente. Dopo un certo numero di ore cominciai a star male, poi malissimo, le budella mi si strizzavano, non potevo manco uscire dal cesso per paura di trovarlo poi occupato. Il treno si ferma davanti a un cartello: Mount Abu, cazzo un luogo sacro! che non si smentì: scendendo disperato dal treno mi butto in strada vedo un ambulatorio medico ci entro non c’è nessuno apro un paio di cassetti arraffo 5 fiale di morfina una siringa e faccio ancora in tempo a salire sul treno prima che riparta, al bagno mi faccio, salvo!

Arrivo a Pushkar ancora in buone condizioni, incontro JeanMi e Monique, vado con loro a dormire dall’altro lato del lago, al Ghat ove bruciano i morti, d’altra parte siamo i Kali Bachá, i bambini di Kalí. Mi procuro un po’ d’oppio, che dovrebbe mitigare l’astinenza. Ma così non è! Peggioro di giorno in giorno. Mi trascino letteralmente sino al mercato ogni mattina a bere un lassí, frullato di yogurt dolce, per vomitarlo subito, il mio stomaco pure è andato, divengo il paria del gruppo di stranieri che se la passano a fumare le giornate al chai shop. Non ho il coraggio di andare da Bengali baba, non voglio farmi vedere così ridotto. Perdo peso e forze ogni giorno. Nicoletta, una bella ragazza italiana mi invita ad andare al tempio ove vive lei e per tre giorni prova a farmi mangiare, addirittura imboccandomi ma io non riesco nemmeno più a tirarmi su a sedere.

Già ho raccontato di come, persi venti chili in venti giorni, ridotto a pesarne trenta, uno svizzero mi salvò dandomi dell’oppio buonissimo e 100 rupie per andare a Delhi a farmi curare presso la mia ambasciata.

Quando il bus che mi portava a Delhi passa davanti al Tourist Camp, dove sicuro avrei potuto comprare morfina, al rifiuto dell’autista di farmi scendere lì… mi caco sotto ottenendo così di essere espulso al volo dall’autobus e di potermi recare più velocemente al camping, ove il primo amico incontrato mi dice chi vende la morfina e così mi faccio. Incredibile, dopo venti giorni in cui il solo pensiero di mangiare mi faceva vomitare dolorosamente bile, appena bucato vado al ristorante del camping, ordino un completo Chinese Mini Meal, che tanto mini non è… e me lo mangio tutto con gusto. Il gusto d’esser vivo, le cellule che respirano, i neuroni che danzano.

Proseguo con il mio piano e vado all’ambasciata, mi mandano dal loro dottore, un buon medico che quando vede la situazione mi propone un ricovero in ospedale ove mi curerà la dissenteria e mi darà una terapia di disintossicazione lieve con fiale di morfina a scalare nella flebo. Perfetto! Io già non ricerco il flash, la botta gli spilli, voglio solo tornare a vivere, uscire da quel Ghat ove bruciano i morti a Pushkar che, seppure abbia lasciato fisicamente, ancora mi tiene in lista d’attesa, vabbe’ siamo tutti in lista d’attesa per morire, ma io non ho più così tanta fretta.

La mattina successiva andando presto all’Ambasciata d’Italia ho la terribile notizia che non mi ricovereranno all’ospedale ove lavora il loro medico di fiducia, bensí all’East West Medical Centre, la loro clinica convenzionata… e non c’è verso di fargli cambiare idea. In questa specie di hotel di lusso inizia il mio nuovo inferno, nella flebo mettono psicofarmaci invece della morfina, terribili sonniferi che mi buttano giù a dormire, ma non tanto per non ricordare la festa degl’infermieri sghignazzanti che ogni giorno si mangiavano la mia colazione continental da hotel 5 stelle che io non potevo nemmeno guardare senza vomitarmi addosso. Tremando di freddo e di rota sotto uno striminzito lenzuolino li pregavo invano di spegnere l’aria condizionata e loro a rispondere tendí tendí che bel fresco!

E mi sembravo Gesù salendo al Monte Calvario colla croce sulle spalle insanguinate dalle frustate quando, infinite volte durante infiniti risvegli imposti dalle mie budella che gridavano di dolore interrompendo il quasi-coma farmacologico cui mi avevano indotto, mi trascinavo al bagno spesso a quattro zampe per la debolezza e i sonniferi costretto a portarmi dietro la flebo con tutto il palo che la regge attaccata forte come vampira alla mia vena affamata di ben altro. Quante volte mi svegliai colle spalle insanguinate fra i cocci della flebo!

Vennero valutati ben 3000 rupie (quando la rupia valeva ancora qualcosa e ce ne volevano 8 per un dollaro) quei cocci di bottiglia di flebo! E ben altre sarebbero state le cifre se fossero riusciti a mantenermi in vita vegetativa chissà quando facendo pagare a mio padre la loro salatissima parcella, senza curarmi, senza eliminare la dissenteria, ma solo succhiando l’unica cosa che interessasse ai veri vampiri mafiosi dell’East West Medical Centre di New Delhi: i soldi!

Mi salvò Silvana, come ho già detto, e non mi stanco di ripetere: Silvana la mia ex, Silvana la ninfa simpatica e triste che mi contrabbandò dall’adolescenza pura e dura alla gioventù fatata, pagando colla galera che interruppe i nostri sogni… Silvana è lì che mi chiama e mi chiama e mi chiama e la sua voce mi tira fuori da un falso sonno doloroso e senza sogni e mi richiama al sogno di questa vita, strappandomi dalle grinfie della morte. Che ci fai tu qui Silvana? Ho chiesto all’Ambasciata che fine avessi fatto ed eccomi qui! Ti piace qui? e vedendo che fuori è scuro aggiungo: sono entrato stamattina… Ma che dici? sei qui da cinque giorni! Non posso crederci, ma di lei devo fidarmi e così lentamente mi sforzo per svegliarmi il più possibile, e poi per alzarmi e a stento camminare nel corridoio sino nell’oscurità della stanza di fronte ove domando a un corpo steso in un letto da quanto tempo sono qui, ed un volto avvolto nelle tenebre mi dice: non lo so, quando sono venuto io tre giorni fa eri già qui e tutti dicono che stai per morire, che dormivi un sonno dal quale non ti saresti più risvegliato, affetto da una terribile infermità!

Mo’ m’incazzo proprio! e, mentre cominciano a riaffiorare alla mente confusi vaghi ricordi di luce ed ombre, di giorni e notti di dolore, di risvegli sudati e gridati, di pastiglie che vomitavo, di tentativi di raggiungere strisciando invano la tazza del cesso come fosse il calice santo, il calice del mio sacrificio, il calice della mia offerta di sangue di bile di bava di dolore… decido di abbandonare questo lager. Ma non ho le forze manco di camminare e così dico a Silvana, vammi a comprare un grammo di morfina ne ho bisogno sennò non son capace di andarmene. Silvana va via nella notte e torna pure dopo un altro buco nero senza tempo e, spirito alleato come il vento che viene e che va per la frontiera la frontiera fra la vita e la morte fra la libertà ed il lager, mi contrabbanda la medicina e la spada, così inietto subito mezzo grammo di vita nel tubicino di gomma che collega la flebo all’ago installato nel mio braccio, ed in un momento ho la forza, la forza di strappare finalmente quell’ago cannula che mi vomitava nelle vene tutta la violenza del sistema, delle case farmaceutiche, del zitto e crepa! Sono in piedi e come un leone infuriato percorro i corridoi silenti della fabbrica di morte sino all’entrata ove vengo bloccato dalla sicurezza, dicono che non posso andare via! Vengono i dottori, io grido che non possono sequestrarmi, la trattativa si prolunga nella notte, io so che ho il diritto di firmare dichiarando che vado via sotto la mia propria responsabilità ed alla fine la spunto.

Grazie Silvana! Quel ciuffo di capelli bianchi che mi spuntò da un momento all’altro così tanti anni fa nella notte dei Giardini di Pescara prima di partire per l’India, quando il lampo a ciel sereno contrassegnò il momento in cui si rompeva il laccio che teneva legato al mio collo il regalo di tua mamma, il ciuffo dei capelli bianchi di chi sopravvive ad una fattura mi spuntò preventivo perché è a Delhi che si sarebbe rotta la fattura vera, il contratto scellerato colla Morte che avevo fatto io stesso in quell’hotel di Bombay, quando terrorizzato dagli occhi di Mahakaeshwara che mi puntavano come fari nella notte, per sfuggire alla religione mi consegnavo volontario alla Falciatrice.

Grazie Magellan che mi venisti a trovare in quell’hotelito di Pahar Gunj ove quando ti dicevo, dal letto che aveva sostituito il mio giaciglio d’ospedale, che ero riuscito ad ottenere un rimpatrio lampo dall’Ambasciata e che sarei partito l’indomani mi spiegavi che ero pazzo ad andare senza niente e mi regalavi una tola (dieci grammi) d’oppio, almeno per arrivare a casa.

Mi aggiro in un aereo surreale ove sono quasi solo, voli Alitalia deserti di una volta, tranquillo coll’oppio mi rilasso mi stendo sui quattro sedili centrali, viaggio da re, finché mi sveglia un annuncio: prepararsi all’atterraggio. Cazzo! ho l’oppio in tasca non mi fido, corro verso il bagno, mi stoppa una hostess che si interpone fra me e la porta del bagno: il comandante ha già dato l’ordine di allacciare le cinture! Torni al suo posto! Ma io non posso ed approfitto della distrazione creata da un’altra hostess che torna coi resti del pranzo e con mossa repentina afferro una porzione di burro usata a metà (ho il culo bruciato dalla dissenteria ed al solo pensiero d’introdurvi la palletta d’oppio già mi duole) mentre coll’altra mano scosto la hostess e mi barrico nel bagno ove con tutto il personale che picchia furiosamente alla porta completo la mia operazione ed esco come se nulla fosse domandando educatamente, che succede?

Non me la perdonano e mentre sto facendo la fila alla dogana italiana sento una mano afferrarmi la spalla da dietro ed una voce dirmi con un odioso accento romano che non sospettavo esistesse ancora: l’ho beccato quello cor culo pieno de droga!

Mi giro ed il giovane carabiniere impallidisce, è letteralmente terrorizzato dalla visione di due occhiali che sembrano due televisori di 52 pollici rispetto alla magrezza estrema del viso di una persona che pesa 30 chili, occhiali vestiti e capelli lunghissimi compresi! Di fronte alla prossimità della Morte che torna dalla vacanza stacca immediatamente la mano tremante dalla mia spalla ed invece di accompagnarmi all’ufficio delle perquisizioni personali apre la staccionata che separa la terra di nessuno dall’Italia e mi invita ad andarmene via così, senza nemmeno farmi più passare il controllo passaporti.

Rodolfo! Si sente un grido e lì fuori c’è mamma che mi aspetta!

A L’Aquila passerò tre giorni a letto, consolato appena dall’ultimo oppio ma il dottore amico di famiglia mi convince che non posso farcela così, che mi devo ricoverare, che mi daranno la morfina buona e gli antibiotici per la dissenteria. E Mario quando mi viene a visitare mi spiega che la morfina è legale, che la distribuiscono a tutti ed è pure gratis. Dico di no, ma quando finisce l’oppio e ricomincia il delirio di astinenza e cacarella, mi convinco, ed una mattina presto, da solo, rifiutando il passaggio in macchina con papà, scalzo com’ero tornato dall’India attraverso a piedi i vicoli della città ancora addormentata e mi presento all’Ospedale.

La terapia colla morfina è buona, ovvero non è tanta da sballarmi, ma sufficiente a mantenermi ed a tapparmi il culo mentre con quattro giorni di chemicetina, potente antibiotico in vena, la dissenteria che mi perseguitava da mesi sin quasi ad uccidermi senza che nessuno me l’avesse saputa curare scompare. Sono guarito!

Ma il fatto è che per i medici non sto qui per la dissenteria ma per una misteriosa Sindrome da campo di concentramento! I poveretti totalmente dipendenti dalla letteratura cosiddetta scientifica, oramai privi d’intuizione o anche di umanità, trovano menzione di persone di 30 chili solo fra i sopravvissuti di Auschwitz e decidono che io debba aver passato gli interi 2 anni e mezzo d’India in istato di denutrizione, e non vogliono proprio credere che tutto è avvenuto nell’ultimo mese, o due, che prima stavo bene e che ho sempre mangiato! Insomma vogliono impedirmi di mangiare, perché la storia riporta che alcuni appena liberati dai lager si avventavano sul cibo sino a morirne… ed io invece colla morfina in corpo e colla voglia di riprendersi di ogni mio organo ho una fame da lupo!!! Mentre loro pensano di nutrirmi via flebo e un giorno mi domandano: pensa che domani potrebbe farcela a mangiare 50 grammi di formaggio morbido? io mi faccio portare da mia sorella una pizza di cacio pecorino da due chili ed un pagnotta di ottimo pane aquilano forno a legna, nascondo tutto sotto al letto e, di nascosto visto che qui mi è vietato, mi nutro con gusto. Poi quando viene a trovarmi Sasà sgaiattoliamo via ed andiamo al Castello a mangiare salsicce alla brace e bere vino rosso alla Festa dell’Unità.

Recupero velocemente le forze, ma i dottori elaborano un piano che mi sembra tanto un tentativo di normalizzazione: vorrebbero trasferirmi per 6 mesi all’ospedale psichiatrico, dicendomi che lì ci sono i giardini e potrei stare bene! A questo punto firmo ancora una volta, lascio l’ospedale civile e torno a casa. Sento una vibrazione sospetta intorno a mamma e la becco con un pacco di pasta APROTEN! Praticamente il mio problema fisico è che ho le proteine basse, ma invece di farmele recuperare in fretta i medici secondo la balla della sindrome da campo di concentramento, ovvero del mantenermi debole ed influenzabile, avevano riempito casa di cibi aproteici. Le dico: mamma o pasta de cecco o vado via! Colle lacrime scorrendole abbondanti dagli occhi verdi mamma ancora una volta sarà al mio lato e grazie ai suoi manicaretti in soli venti giorni, e non i sei mesi proposti dai dottori, non solo recupererò il mio peso solito ma lo supererò pure mettendo su due grosse chiappe!

E per svariati mesi continuai a ricevere morfina dai dottori dell’ospedale, dal CMAS, e da un paio di medici privati, ognuno a insaputa dell’altro. Avevo una scorta che raramente scendeva sotto le 100 fiale. Finché non riparto per l’India con Anita, che incontrai all’Ospedale il giorno che le stavano diagnosticando l’epatite cronica. Diagnosi confermata dal mio medico di fiducia Luciano, un compagno luminare della scienza che in separata sede mi dice: se non c’è grande amore lasciala che non ha più di due, tre anni di vita al massimo! Ma l’amore c`è e così partimmo per l’India, ove la accompagno immediatamente dai medici tibetani; e grazie pure al cambio di vita son passati dieci anni di gioia ed ha partorita una figlia nostra meravigliosa, e la maledetta cirrosi, che doveva scoppiarle allora 10 anni fa, la vince solo ora mentre io sto in carcere e non posso più aiutarla.

GOA_INDIA 10.2

Arriva finalmente il referto dall’Italia, un certificato dell’Ospedale Civile dell’Aquila che puntigliosamente dichiara il dosaggio di morfina che giorno per giorno mi venne somministrato, legalmente.

Per me è la carta vincente! è l’equivalente italiano del permesso che i governi degli stati dell’Unione Indiana possono rilasciare ai propri tossici autorizzando loro la detenzione di droga. Ovvero la smentita ufficiale dell’accusa per cui sto in prigione da quasi un anno e che dice letteralmente: “Accusato di detenzione di sostanze proibite senza alcun documento che glielo permetta”.

Alla prossima udienza per fortuna vado col valium, ovvero a me danno una montagna di tranquillanti, una terapia da cavallo ma non li mangio mai, tre volte al giorno li ritiro e li nascondo, usando un solo valium da appena 5 mg ogni volta che vado in tribunale, per passare dormendo le lunghe ore d’attesa in isolamento e per sopportare l’incontro con Batta, il giudice giustiziere della notte che di giorno colla sua toga nera svolazzante sembra proprio Batman, l’uomo pipistrello, però passato chissà perché dalla parte dei cattivi.

Quando viene letto da un cancelliere il documento che avrebbe legalmente il potere di scagionarmi e farmi uscire, ovvero che ho diritto come tossico ad avere una modica quantità di morfina, il giudice fa notare la data del certificato che si riferisce a quando ancora stavo in Italia, dicendo letteralmente a voce alta: Da dieci anni che si droga?! Tutta la vita sarà un drogato allora!  È meglio che la passi in galera!

vai al ventitreesimo capitolo -> cap23

2 Responses to cap22

  1. Riccardo Clementi says:

    qui Beirut

    ancora una volta mi convinco di quanto sia importante avere
    la possibilita’ di leggere tracce di storie che stanno ai margini
    e che se non si raccontano con schiettezza fanno mancare quei pezzi della narrazione
    di una fase storica che viene plasmata con chiavi di lettura coercitive

    parlo di quello storie personali e di scelte
    che hanno portato a vite come la tua
    che se non si raccontano lucidamente
    non vengono neanche menzionate nei catagoli degli anormali 😉

    parlo dell’italia e di quella generazione che e’ stata cancellata e sommersa
    e che aiutano a non sentirsi orfani per quanto mi riguarda

    e poi devo dire che e’ anche avvincete la tua scrittura
    grazie per i capitoli che mi hai mandato

    tra l’alto son appena stato all’aquila per la prima volta…
    ci tornero’ in primavera con delle cose da fare

    anyway
    ti abbraccio stretto

    salutami la ciudad

    a tra un po’

    r

  2. mario says:

    Ciao Rodolfo!..
    Buon lavoro di ricapitolazione.
    un abbraccio

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *