cap05

GOA_INDIA 2.0

Mi portano via dal bus e mi fanno salire in un’altra macchina, con i due ufficiali in borghese e un autista.  Immediatamente chiedo loro quanto vogliono, ridono, uno è nervoso. Insisto dico che voglio andare, che i soldi ce li ho. Ma l’ufficiale, che ora scopro chiamarsi Pai, dice che non è così semplice che in spiaggia c’era il comandante e che ha visto tutto, ed ora loro devono portarmi in caserma, ma di non preoccuparmi, si tratta solo di trovare la maniera.

Piuttosto: dove vivi? andiamo a casa tua! Cazzo no! A casa non ce li porto, Anita non dovrebbe avere nulla, ma se invece avesse svoltato qualcosa? O se stesse a casa tranquilla a fumare con qualcuno proprio mentre arriviamo noi? No, questo mai, non rischierò di compromettere anche lei, e la bambina. Non ho casa, dico, sono un sadhu! Ci credono subito, d’altra parte le giata (le dread, i capelli intrecciati tipici dei santoni, come quelli dei rasta) ce li ho, e vesto solo un longoti, il perizoma degli swami nomadi.

Andiamo in una piccola police station semi deserta, come entriamo mi attaccano con una manetta all’inferriata di una finestra e vanno in un’altra stanza, non mi danno nemmeno una sedia e, quando mi siedo per terra, la posizione è scomodissima perché devo restare col braccio destro in alto, il polso più alto del davanzale.

Passano le ore. Incredibile! Mi lasciano qui come un cane alla catena; ogni tanto entra uno sbirro in divisa e batte qualcosa con un dito solo alla macchina da scrivere che sta sul tavolo e poi va via di nuovo con un foglio in mano; alle mie domande risponde sempre laconicamente di aspettare, di star tranquillo. Io mi comincio a preoccupare, il tempo passa, l’appuntamento col pusher per gli altri grammi di roba si allontana velocemente. Son senza roba, senza niente, un brivido mi percorre, la cosa è complicata, senza poterli portare a casa gli sbirri, come pagarli? persino per andare in banca a Mapusa ove ho una cassetta di sicurezza con tutti i miei averi, ovvero i nostri averi di famiglia: quasi 3000 dollari, devo prima andare a casa a prendere il passaporto, e la banca chiude alle 5, come minimo se ne parla domani. Vabbe’ una volta che ci mettiamo d’accordo sulla somma, una via d’uscita la si trova, magari lascio loro il passaporto sino a domattina, o che… mah! non son tanto convinto, stanotte la vedo brutta…

Quando oramai è tramontato il sole tornano i due ufficiali e mi fanno liberare dallo sbirro che prontamente mi rimette la seconda manetta al polso sinistro. Io sudo, e mentre mi fanno salire in una macchina comincio a insistere, voglio andare via, Cazzo! i soldi ce li ho voglio uscire! dico, ma Pai mi ripete, ma lo sai chi era il comandante in spiaggia? fosse per me… ti pare che non li voglio io i tuoi soldi, solo che ora non si può… ma non ti preoccupare, abbiamo pensato una via d’uscita per te, devi avere pazienza. Quando arriviamo ad un police station più grosso oramai è già scuro. Qui , senza tanti complimenti mi chiudono in una vera e propria cella, enorme. Dentro c’è un indiano, un ragazzo del Kerala, e quando gli chiedo perché sta qui mi risponde, brown sugar che altro? questa è la caserma della squadra narcotici, che non lo sai? Corro al bagno, a cagare.

I ricettori specializzati delle cellule di tutto il corpo, come fa un uccellino che pretende cibo rigurgitato dai genitori pigolando all’impazzata ed impone loro di nutrirlo aprendo il becco a  mostrare una gola rossa con un irresistibile richiamo viscerale ormonale ipnotico… così le cellule aprono i loro ricettori in attesa delle molecole di morfina, che non arrivano. L’ipofisi non produce più l’endorfina, avvezza com’è da anni a riceverla dall’esterno ed in dosi molto superiori al necessario; alcuni dicono persino che dopo 10 o 20 anni di assuefazione agli oppiacei l’ipofisi addirittura si calcifichi e non sia mai più capace di tornare a lavorare, di fatto sicuramente si è un po’ aggrinzita e, come un muscolo atrofizzato, ce ne vorrà di tempo prima che sappia riprendere la sua funzione. E nel frattempo tutto il corpo grida: la morfina l’ipofisi la produce quando c’è un dolore da sopportare, e la sua mancanza totale da un corpo a lei assuefatto riproduce, e amplifica, quel dolore.

Tutto è dolore, il sudore che si suda copioso non solo provoca disidratazione, ma ogni gocciolina che esce dal suo poro della pelle è un ago arroventato mosso con sadismo dalle mani dell’aguzzino; ogni respiro, faticosissimo respiro interminabile, raschia la gola secca come unghie sulla lavagna e quando arriva nei polmoni è un pugno al cuore; lo stomaco e le budella cominciano a contorcersi come quando si è mangiato pesce marcio, ed ogni conato o movimento viscerale è dolorosissimo poiché è come se l’asfalto di una strada si crepi e non c’è il bitume fuso e caldo dell’oppio che l’ammorbidisca e riempia la crepa e così il tessuto del lunghissimo condotto digestivo ed intestinale, privo di morfina nelle sue cellule, si spacca, e sotto c’è il sangue, la carne viva e rossa che urla esposta alle intemperie, alla crudeltà del mondo; ed il tempo, il tempo rallenta, rallenta quasi sino a fermarsi, ma non si ferma, no, senza pietà continua ad avanzare rallentando ed ogni momento di dolore dura secoli, ed il prossimo momento sarà peggio.

Ad un certo punto della notte verso le 10 o le 11 viene Pai, e mi dice: tutto a posto! noi adesso ti diamo 200 rupie e ti accompagniamo a comprare la roba da un pusher, uno a tua scelta, e quando stai comprando arriviamo noi arrestiamo lui e lasciamo andare te!

Cazzo! Subito mi viene in mente quello stronzo che mi ha solato l’estate scorsa, dopo mesi che gli compravo la bianca tutti i giorni avvicinandosi la bassa stagione gli chiesi se avrebbe continuato a vendere, e mi dice che no che al pubblico chiude pure il ristorante, ma che a me avrebbe continuato a darla, di non preoccuparmi. E così fu, finché un giorno di notte vidi che la roba si ricondensava subito nella spada appena sciolta, e ce la dobbiamo sparare calda calda e di corsa e faceva male quando entrava in vena. Poi mi svegliai di notte, da solo, Anita dormiva, deciso di farmene un’altra e la dovetti sciogliere e riscaldare varie volte ché sempre si ricondensava finché riuscii a spararmela, a lume di candela, un po’ più su della caviglia sinistra, come sempre.

Era già da molto che non riuscivo più a trovarmi le vene delle braccia per tanto bucare ed usavo la gamba sinistra, c’è un venone lì. La mattina quando mi svegliai… la gamba no, non si svegliò! E per un mese mi trascinai quella gamba come un tronco morto, non servì a nulla il dottore cui mi rivolsi e quasi avevo perso ogni speranza ed andavo in giro solo in moto, azionando il pedale sinistro colla mano piegato, e quando dovevo fare pochi passi lanciavo la gamba paralizzata con un colpo d’anca con uno sforzo ed una tristezza estremi. Finché non venne Mariano, lo spagnolo, il discepolo di Baba Cesare e mi dice, dai vieni, salta in moto, ti porto da Uncle, il massaggiatore. E Uncle in quattro dolorosissime sedute settimanali mi ridette vita alla gamba con quel suo pollice deformato da una vita di uso nel suo magico massaggio.

Certo quello stronzo se lo meriterebbe, quel cazzo di consigliere comunale spacciatore di lusso che dopo di un anno che gli portavo tutti i miei soldi, durante la bassa stagione invece di continuare a comprare la roba da vendermi pensò bene di tagliare quella che gli era avanzata col borotalco tanto secondo lui non potevo farne a meno poiché non ce ne erano altri a vendere la bianca fuori stagione, ed a uno abituato a bucare la bianca se si fa la brown viene il febbrone…

Sì, quello stronzo se lo meriterebbe davvero, non mi sentirei di tradire nessuno, cazzo mi ha quasi paralizzato la gamba a vita! E potevo morire d’embolia! O Anita!!! Non farei certo una lira di danno, anzi aiuterei a che non metta a repentaglio la vita di altra gente… eppure odo la mia voce che dice:

Sono italiano io, non siamo infami noi, buonanotte!

E mi butto in un angolo, mentre loro parlottano coll’indiano del Kerala e se lo portano via dicendomi, vedi lui mica è scemo come te, lui ci porta da un pusher e stanotte dorme a casa.

E l’indianino tossico del Kerala non torna più.

[Rodolfo de Matteis 26 aprile 2010]

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2 Responses to cap05

  1. Alfonzo Bemrich says:

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