cap06

GOA_INDIA 2.1

Passo la notte così, senza dormire, agitato nell’oscurità della grande cella tutta per me, correndo al bagno varie volte per l’astinenza che, terribile, avanza implacabile. Alla mattina riesco ancora ad accettare il pane ed il chai che mi danno ed a buttarli giù per il sollievo del calore del nutrimento. E poi inizia il delirio,  quello vero, perdo la linearità degli eventi, sono nelle loro mani, e mi portano su e giù, un’ordalia di macchine che mi trasportano, di celle in diversi edifici, di ore di angoscia, di inutili richieste di droga ai poliziotti, ripetendogli come un disco incantato: siete la squadra narcotici, se non ce l’avete voi la roba chi altri, pago, pago quello che volete per un po’ di roba. Già non penso più a negoziare la mia libertà, penso solo alla prossima pera, chiedo loro solo quello. Ridono, ma non mi danno niente, né avrei una lira per pagarli, anche se fosse.

Neuroni impazziti affamati soli nudi isterici all’alba per le strade dell’India in cerca di droga rabbiosa, ricordi di mille rote, di mille astinenze, vomito verde e amarissimo, bile, cagare sangue ai giardini pubblici di Delhi e Bombay, reni che urlano l’impossibilità a sostenere il dorso la schiena il corpo la vita… ovvero la Paura. La paura grande come il mondo intero che oscura il sole la luna la luce che non danno più vita ma solo insopportabili un calore torrido una luce accecante che feriscono gli occhi, le piante dei piedi sulla sabbia che scotta, le budella ritorte strizzate, la gola secca, l’ansia, l’ansia, l’ansia.

Il presente è l’unica cosa che non dovrebbe esserci, morbido il ricordo delle pere passate, morbido il futuro in cui si tornerà a farsi, non riescono ad ammorbidire questo presente raschiante duro spietato, da abolire decisamente. Distorsione temporale, uscita dal tempo lineare, il tempo come dolore, il tempo come condanna alla sofferenza dilagante nell’eterno presente, l’inferno. Distorsione sensoriale. Perdita del controllo degli sfinteri. Volontà dura e schiava. Negoziazione con Potenze Oscure, Chiare, ambigue, dialogo con legioni di fantasmi demoni alieni spiriti persi e vaganti aguzzini vittime. Carcere a cielo aperto. Condanna.

Freddo, trema il mio corpo nudo contro pavimenti di marmo, di pietra fredda, trema il mio corpo sudando contro l’aria calda, troppo più calda del mio corpo nudo senza alcuna protezione, i miei piedi si strascinano scalzi trascinati dai padroni delle catene su asfalti bollenti di giorno e su pietre gelide la notte. Non ho più la forza di parlare, di perorare la mia causa, non  ho più una causa, non ho più nulla.

Di fatto ho solo quel perizoma risicato, ed è così che mi trascinano davanti al giudice. Pensando di rendermi più presentabile prendo un fiorellino bianco e giallo da un albero di frangipani e me lo metto su, in mezzo ai capelli legati a crocchio come un Buddha sulla cima della mia testa, ma la cosa fa infuriare il giudice ancor di più, che con occhi di bragia alla Caron Dimonio ordina: Police Lock Up! in carcere insomma. Non ho la forza io di dire né A né B, nemmeno il mio nome, qualsiasi cosa faccia o non faccia è comunque vista da questo giudice come una provocazione. Gli dicono che avevo un grammo di cocaina! (non conoscono ancora l’eroina bianca a Goa, pensano che sia cocaina gli sbirri) ed il giudice dice loro qualcosa come: questi stranieri che vengono qui a gozzovigliare spendendo in una notte di coca il mio stipendio di un mese! Gliela faccio vedere io!

Io taccio, ed in ogni caso penso che questo esser accusato di possesso di coca inesistente potrebbe tornare a mio favore, meglio non dire nulla, ricordo di un italiano che a Delhi uscì di galera perché, accusato del possesso di 300 grammi di brown sugar, quando al processo vide che la busta era stata abbondantemente saccheggiata e non conteneva nemmeno la metà di ciò che gli avevano sequestrato e lo commenta all’avvocato, questi richiede il peso e quando i dati non coincidono l’italiano fu immediatamente scarcerato perché la polizia non era in grado di portare come prova i 300 grammi di cui lo accusava. Solo un pensiero veloce, un flash nella mente, cosiccome il ricordo dello stesso italiano che mi raccontava come in carcere a rota cagava stronzi lunghi lunghi fini fini, io no io cago a sgrizzo sangue bile muco mi cago le stesse budella, mi buco io, anche mezzo grammo di eroina pura a pera, quattro o cinque volte al giorno, stanchezza arretrata di centinaia migliaia di notti senza dormire, freddo arretrato di anni senza vestiti nelle montagne in maglietta, giorno notte, tutto si confonde, e non so se siano passati due o tre giorni e quante notti quando infine la narcotici in borghese mi lascia nella mani della Polizia, quella vera, in divisa, a Mapusa.

Nel grande Police Station di Mapusa mi ritrovo senza manette, per la prima volta, di fronte ad una donna che con una macchina da scrivere mi chiede se ho segni particolari, ed io le dico, sì i tatuaggi, lei fa no, i tatuaggi si possono togliere! E scrive che non ho segni particolari. Questo segno di cortesia e umanità della donna mi fanno sbloccare, riesco a parlare, mi sento al sicuro, qui sono in un ufficio di Polizia, non più nelle mani di ufficiali della narcotici, liberi di fare e disfare, cazzo Pai mi sembrava Geppo, il diavolo buono, anche se non c’è da fidarsi di un diavolo cogli occhi iniettati di sangue. Questa donna non mi farà la spia, lo so, ed allora le chiedo se possono avvertire la mia famiglia, far sapere loro che sono qui, devono esser preoccupati, sparito come sono da vari giorni. La donna gentile mi dice, sì ma come… dove vivi? Ad Arambol. E come ci vado io ad Arambol, fa lei, non è nemmeno il mio distretto. Colla radio, dico io, chiamate la Polizia di Arambol, ce l’hanno loro la radio. Sì questo lo posso fare, ma che posso dir loro? Avvertire Anita che Rodolfo è qui. E tanto basta? sorpresa fa la donna, e come la trovano? Sanno bene dove viviamo, ci conoscono, sono dieci anni che viviamo nello stesso villaggio.

E nella mia mente flasha il ricordo dell’ultima sera, dell’ultimo rientro pomeridiano ad Arambol, giusto prima di andarmi a fare l’acido al lago, quando a cavallo di una moto taxi coi grammi di roba addosso, quella che poi sarei dovuto andare a cambiare il giorno dopo, salutavo lo sbirro che controllava chi entrava e chi usciva dal villaggio seduto di fronte al Police Station e lui ricambia il mio saluto colla mano e sentii chiaro il suo pensiero: questo è andato a prendere la roba fuori.

Quando infine viene Anita mi dice che il poliziotto il più giovane, quello nuovo, è andato a casa, in lacrime lui il poliziotto, a dirle corri, corri a Mapusa, Rodolfo è in un guaio grosso!

Non ci credo io, il mio unico guaio è l’astinenza, la scimmia la rota, e chiedo ad Anita corri, corri portami la roba, subito!

Ed inizia un’attesa in cui sperimento una tecnica, così spontaneamente per disperazione, la stessa tecnica che oggi i Pleiadiani consigliano ai Terrestri per i duri tempi a venire quando non ci sarà cibo: insomma mi metto lì a fumare le sigarette che mi ha lasciato Anita, bella Anita, bella dolce, mi ha già perdonato, aveva scoperto tutto da subito del mio tradimento, era addirittura andata dalla greca a vedere se mi fossi fermato lì, a chiederle dov’ero… e fumando le Panama senza filtro che mi ha lasciato Anita, bella Anita com’è bella e quanto mi ama, com’ho potuto tradirla? immagino che siano sigarette coll’eroina dentro e sì, mi danno calore, mi danno sollievo, mi fanno un po’.

Quando infine Anita torna e mi passa la busta dietro le sbarre della celletta singola in cui sono, mi dice che l’ha aiutata Cristof a Vagator a svoltare, e che Cristof ha visto tutto del mio arresto dalla sua capanna nella giungla, appena pochi metri sopra nascosta dalla vegetazione, e non si riesce a spiegare Cristof come mi sia lasciato prendere: si è consegnato volontariamente… poteva scappare facilmente e non l’ha fatto!!!

[Rodolfo de Matteis 13 maggio 2010]

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