BLACK RAINBOW Libro Blu cap. 3-6

i capitoli che ho appena scritto oggi del mio romanzo di fantascienza:  “BLACK RAINBOW”, tutt’ora in corso d’opera di cui puoi leggere l’inizio su http://www.teatromagico.us/Textos/BlackRainbow Da segnalare che sta per uscirne in Messico la prima parte in forma di comix, con disegni dell’ottimo Astronauta Novgord, sulla nuova rivista “KRANK” fondata e diretta dal grande Jorge Tamatz Juanes, ma ecco i nuovi capitoli:

III

E lo prende per mano quel Lizandro blu al Lizandro multicolore, quello che si sente se stesso, quello che è appena arrivato colla Scala. Cazzo! pensa Lizandro la Scala, l’incredibile Scala fra i mondi, già mi sembra quasi normale, un che di conosciuto, di possibile… mentre questo qui questo me stesso blu che è sceso dal cielo come una cometa, questo è proprio l’assurdo! Perché non tremo di paura? Perché non scappo?

– Ah ah ah Lizandro non scappi perché ti viene da ridere a trovarci l’uno di fronte all’altro! Fra tutti gli esseri che compongono tutti gli universi chi dovevamo incontrare adesso? Proprio quello, quell’unico da cui scappi ogni notte in sogno, quell’unico che non vuoi mai incontrare, quell’unico di cui neghi l’esistenza: un altro te stesso! Puoi creare mostri, gatti vulcaniani, la Scala, mondi trappola, rettliani arrapati, mondi virtuali, lune piene, morti ambulanti e viventi zombizzati… ma tu proprio tu quello che non puoi, né vuoi creare: sei tu, ma sì puoi, tutto si può, un altro te stesso, ma non riuscivi a pensare che fosse possibile… Quello là, te stesso, quello non l’hai creato tu, o sì? Ma sei davvero uno o sei tanti? Sono l’unico, sono il mondo sono l’universo, sono quello, sono tutto, e ciò che accade è solo necessità, pura e splendente come una gemma nella sua unicità dalle mille facce che però hanno le facce di tutti di tutti gli altri esseri umani piante alieni pesci spiriti.

Ed allora un pensiero un solo pensiero di identità di convenienza di “ego” di separazione ed ecco che sono solo una parte e non ci capisco più un cazzo e sono uno de miliardi di spermatozoi che schizzano fuori dall’enorme verga cosmica che senza pietà ce lo mette in culo e via a creare altri universi altri mondi per esserne il dio il dio crudele il dio degli eserciti implacabile, e la guerra cosmica continua attraverso il tempo lo spazio e sai bene che i nemici ci devono essere perché sennò che palle sennò sei solo di nuovo, nella nuova inspirazione ed ancora l’universo si ritira in te ed i mille soli sono nel tuo cuore ed è l’implosione il big crunch il gusto di dire io c’ero… ma se c’ero ci sarò sempre ed allora ci sono io il creatore di pace e ci sei tu e siamo la stessa persona e ci possiamo guardare in faccia e non è un sogno, è vero e possiamo toccarci – e il Lizandro blu tende la mano al Lizandro illustrato all’arlecchino e gliela stringe – e non scoppia tutto non si annulla l’universo solo perché siamo qui su Centronix, tanto vicini al centro alla sorgente delle stelle. In qualsiasi altro punto della Galassia il nostro incontro causerebbe un’esplosione cosmica ed annullerebbe quest’universo tutto. La fine. Qui invece è solo un inizio uno degli inizi possibili, qui la deflagrazione avviene solo dentro nella coscienza e quello che scoppia sono tutti quegli stronzi che ti portavi dietro Lizandro multicolor, l’uomo illustrato l’uomo collage di tutti quelli che incontra in cui si muta si trasforma, quello che dev’essere accettato dall’ambiente dagli altri quello mimetizzato quello che si nasconde… bum! Tu bomba incalzatrice della storia, tu bomba desiderio di distruggere il mondo intero, di mandarlo affanculo, di dire le jeux sont fait, rien ne va plus, e bum. Tutto sbagliato tutto da rifare. Bum. Il mondo non l’ha fatto Dio, dio voleva solo lo spirito, questa carne sofferente che marcisce ogni giorno è opera del demonio! E allora bum. Vaffanculo al mondo intero. Ah ah ah Lizandro, creavi mondi virtuali o volevi semplicemente distruggere il tuo di mondo, ah ah ah Lizandro erano davvero virtuali i mondi che creavi, era davvero virtuale il tuo esserne il dio il creatore, il dito teso sopra il tasto CANC? Ed ora invece sei qui e quelli che si annichilano sono gli altri e tu resti, qui solo con me, che sei tu… come ti senti Lizandro? –

– Bene, finalmente sto bene, non ho questo dovere questa necessità di capire, sinceramente non me ne frega niente –

E si rilassa Lizandro e già non è più intermittente, già non è più l’uomo illustrato, già non è più un collage, e di nuovo la sua pelle ha il colore della carne, della carne umana, e si guarda Lizandro e non gli fanno più male gli occhi, ma l’altro se stesso è ancora blu ed alza gli occhi al cielo Lizandro e vede un cielo senza stelle di un nero splendente e vibrante che davvero contiene tutti i colori tutte le possibilità ma che nero resta e brilla senza abbagliare e nel nero di colpo viaggia una stella blu ed è l’altro Lizandro, quello blu, che ora che è lontano e viaggia a cometa veloce nel cielo senz’altre stelle, ora è davvero se stesso, mentre quando era lì davanti a lui ed aveva la sua faccia e le sue fattezze era un altro che gli parlava e che poteva toccare, era l’altro insomma, ora che vola lì nel cielo sconosciuto del centro della galassia ora che si va tuffando nel buco nero avvicinandosigli in lente spirali a velocità altissime, ora ch’è così lontano ora è lui è se stesso e davvero lo sente come se stesso Lizandro e sa che non era un illusione che non era un travestimento quello che aveva davanti che era davvero lui perché ora che vola è lui davvero che va lì a tuffarsi nel mistero nel buco nero, nella sorgente delle stelle.

IV

E lì di fronte c’è di nuovo Massimo, il suo vecchio amico Massimo il Gladiatore, il compagno di mille avventure, che ride e ride a squarciagola – che succede Massimo perché ridi? – gli dice Lizandro ma non può trattenersi dal ridere anche lui, lì alla fine del mondo.

– L’ho visto, Lizandro, ho visto l’Ade, l’Ade in cui stavo, era solo una mezza bolla, una cupola di cristallo che vola in questo cielo senza stelle, senza stelle come lo era il cielo dell’Ade, ma non è certo lo stesso perché l’Ade da cui volevo tanto evadere se ne vola lontano nel cielo e in lente larghissime spirali si va tuffando veloce lì nel vortice al centro della Galassia, quel buco nero che ingoia tutto, e siamo troppo vicini per vederlo ma è da lì che nascono le stelle, che nasce tutto quest’universo. Sono vivo Lizandro, qui sono vivo! – e si gira a guardarlo Massimo ed i suoi occhi non sono più  un muro di bianco, ora le sue pupille sono blu cobalto quasi nere, profondissime, scure nere e nel fondo del nero brilla la stella blu cobalto della sua coscienza – Ma forse non dovrei dire che sono vivo, non so che dirti come spiegartelo Lizandro ma la Morte in cui credevo non esiste, l’Ade era un giochino della mia mente un mondo virtuale, quando sono morto, quando Commodo mi ha ucciso a tradimento, io ho pensato di andare nell’Ade, era ciò che mi aspettavo, non sono un vigliacco Lizandro, non sono di quelli che tanta paura hanno della morte da continuare a vagare sulla Terra come fantasmi a girare intorno ai loro cari a stare dentro un muro dentro una lamiera ondulata nel giardino di fattucchieri da quattro soldi che tengono prigionieri i fantasmi per vivacchiare loro… no Lizandro io non ebbi paura di morire guardai in faccia la mia morte, vado nell’Ade dissi e nell’Ade vissi, occhi bianchi niente sesso niente cibo niente respiro senza tempo ma tutto il resto continuava uguale, era l’Ade in cui mi avevano insegnato a credere da piccolo nella mia Spagna romana… E non c’era Lizandro, lo inventavo io e quelli come me, e c’era eccome quando ci stavamo dentro alla nostra prigione, e poi venne la Scala, e se c’è un dio in questo mondo è quello che ci ha dato la Scala… che alla fine mi ha portato qui e l’Ade non è che un altro granello di pulviscolo cosmico che cade che vola solo e lontano nel vuoto.

V

E tornano i due uomini blu che li avevano accolti sul pianeta Centronix, non i loro alter-ego ma due altri centronici qualsiasi che dicono loro – qui abbiamo anche il mare, volete venirci ? –

E lì davanti spumeggiano le onde verdi e fluorescenti e brillano gli spruzzi quando s’infrangono e mille goccioline schizzano ed ognuna è bianca e brillante rifrangendo la luce alta lassù nel cielo la luce della sorgente delle stelle, luce che non illumina l’oscurità luce che ti fa vedere tutto anche se è buio, luce dei miei occhi pensa Lizandro, mentre timoroso mette un piede sulla lancia che si è avvicinata alla riva e che li porta sulla caravella che è arrivata dall’altomare e che ondeggia lì davanti scricchiolando il legno, sventolando le sue bandiere, a punta le tette della sua polena.

E si issano le vele e viaggiano per mare, il capitano della nave è un simpatico uomo blu, e la sua barba blu ondeggia nel vento ed i suoi occhi blu sprizzano voglia di esplorare di divertirsi di osservare ancora ed ancora l’orizzonte infinito.

– Gli scogli Neoliberiani!!! – grida la vedetta blu dall’alto dell’albero maestro ed il capitan Omno dice ai due passeggeri terrestri, non ci sono tappi per le orecchie che possano impedire al canto delle sirene di essere udito dai marinai e così ipnotizzarli, l’unica cosa che potete fare è di legarvi, non tutti insieme, ma ognuno per conto suo, usando questi steli di rosa a mo’ di corda e così il pungere delle spine vi mantiene sani di mente.

Si fanno legare Lizandro e Massimo dai marinai, e poi i marinai si fanno legare, e l’ultimo viene legato dal capitano, che e il solo a restare slegato e Lizandro gli chiede – e tu non ti leghi? Non temi il richiamo delle sirene? –

– Ah ah ah sono sirene, bellissime donne, con quella bella fichetta stretta che devono avere in quanto non hanno cosce che possono allargare ma code di pesce che te lo tengono stretto e wow! Ma sono solo sirene che vivono prigioniere in quegli scogli a cui devono attirare gl’ignari consumatori affinché ivi vengano sbranati dal debito… pensa che la loro regina Cristina Laguardia avrebbe fatto qualsiasi cosa per ingraziarsi il re di Francia, che teoricamente doveva essere una sua vittima, pur di vivere un giorno in libertà… ma restò prigioniera del suo stesso scoglio… e vorrebbe attirare me ora? ma io sono Omno, il Terrore dei Sette Mari, il Vento della Libertà! che possono contro di me? –

– Questo prodotto lava più bianco, questo invece pulisce da sé, se non vuoi farti la faccia a fette tu devi usare queste lamette –

…ed il coro delle sirene fa il contrappunto a quello della regina che, per bella che sia, oramai oltre alla coda sta tramutando anche il suo bel volto in pisciforme:

– Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  –

… e la solista regina Laguardia:

– Meno male che tutto va bene meno male meno male, meno male che niente va male meno male meno ma’

– Non ho capito che cosa cercava quel pensionato che si lamentava, se vuoi che sul viso la gioia ritorni eccoti la crema di tutti i giorni –

– Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  –

– Meno male che tutto va bene meno male meno male, meno male che niente va male meno male meno ma’

– Se tu vuoi crescere forte e robusto eccoti subito il cibo più giusto –

– Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  –

– Meno male che tutto va bene meno male meno male, meno male che niente va male meno male meno ma’

– Non son sicura che hanno acchiappato quelli che in banca avevan rubato, ma se in famiglia il calor vuoi trovare ecco la stufa che devi comprare…

– Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  Questo va bene, questo va bene questo va bene va bene va bene.  –

– Meno male che tutto va bene meno male meno male, meno male che niente va male meno male meno ma’ – [1]

VI

Il dolore che mi davano le punture delle spine di rosa ogni qualvolta mi dimenavo per liberarmi e correre a comprare lo shampo che sembra panna e sembra neve ed è proprio come la mamma, mi ha decisamente salvato dalla follia e quel pungermi mi riportava alla realtà ed ora, quando gli scogli sono superati ed il canto si affievolisce in lontananza chiedo al capitano Omno di liberarmi, ma lui sghignazzando mi dice che quelle della regina Laguardia erano solo le prime di scogliere…

– Il richiamo delle sirene era solo per i più gonzi… ci sono sempre quelli che riescono a sfuggire dagli scogli prima di essere completamente divorati dal debito e che si rimettono in mare, ma devono ancora affrontare le scogliere dei tritoni e del loro re Guru. Eccole che si avvicinano! –

Lizandro guarda avanti ed è frastornato dalla bellezza di questi scogli, riflessi multicolori brillano dalle rocce che sembrano fatte di metalli preziosi incastonate di gemme, piene come sono di simboli sacri, geometrie segrete, percorsi labirintici verso la trasmutazione, cosparse le rocce di carte astrali, carte dei tarocchi, incensiere fumanti, campane, rinunce, promesse cabalistiche, mondi migliori.

E cantano ora i tritoni:

– Ancora solo ma dove vuoi andare Lizandro? Hai visto le sirene? Ce ne sono ad ogni angolo, non sono mica finite lì… come pensi di resistere da solo? –

– la jungla ti attende più avanti, ah ah all’evoluzione pensi Lizandro, ah ah un mondo fatto di zanne e artigli grondanti sangue…  non più solo sirene ma Scilla e Cariddi, mostri ibridi deformi, le tue paure fatte realtà, attaccato alla roccia colle arpie che ti divoreranno il fegato che sempre ricrescerà … –

– ma come pensi di salvarti Lizandro? Senza una guida senza un dio senza un guru?

– insieme siamo più forti, entra nella post-umanità Lizandro l’uomo è un esperimento fallito e destinato a scomparire, unisciti a noi nell’organismo collettivo e superumano, il futuro sotto la guida del Guru, lui sa, lui vede, lui ti ama –

La risata di Omno che capelli azzurri al vento, se la ride della lunga barba bianca del re Guru, mi fa sentire che tutti gli altri marinai stanno declamando un coro che sembra una manifestazione politica più che una preghiera: – SCIAME NO! SCIAME NO! SCIAME NO! –

E mi unisco al grido nostro di potere che copre oramai il canto dei tritoni e mi si fondono le parole fra le labbra e sto lì a dire: – Sciameno, sciameno sciamæno sciamæno sciamano sciamano… –

Ed a queste parole Omno agitando la sua bandiera collo smily al vento come fosse una spada grida – attento Guru, stai attentooo! –

Ma non è una minaccia, come pensava il re Guru che già rispondeva cantando soavemente: – attenti voi della nave dei folli, quel capitan Omno vi porterà al dis…. – bensì era un avvertimento quello del nostro capitano, ed ora le parole gli muoiono in gola al povero re Guru poiché, appena passati noi indenni, gli altri tritoni lo hanno attaccato e pugnalato alle spalle proprio lì sopra al cuore e muore il caro vecchio Guru dicendo: – Tu quoque fili mignottæ… – ma nessuno lo ascolta più che i tritoni già si sbranano l’un l’altro…


[1] Ugolino, uno dei padri fondatori del rock demenziale, in anticipo sui tempi, nella sua canzone Meno Male del 1969

Posted in Uncategorized | Leave a comment

HOLI esp

Hoy en India es HOLI, la Fiesta de los Colores, casi un Carnaval, Fiesta de Primavera, Semana Santa. Las clases sociales parecen desvanecerse, solo por hoy, y un pobre puede manchar el vestido de un rico sin ser madreado y encarcelado. Vi muchas fiestas de Holi en mis años en la India, pero nada que ver con este: en el fin de los años ’80 del siglo pasado partí de Goa para Indore, la mas grande ciudad del estado de Madhya Pradesh, la Tierra de Medio, el corazón de la India, atravesada por el Narmada, el rio sagrado del país en una antiguísima era.

Me habían dicho que en Indore todavía había posibilidad que te dieran una extensión de la visa, que según las nuevas leyes de la Unión Indiana era de un máximo de seis meses, después de los cuales tenia que salir a huevo, y esperar un mes para pedir un nuevo permiso, si te lo daban. Pero si tenias un sello de alguna Oficina Estatal de Migra… seguro que era bueno! Seguro mejor que los sellos falsos hechos a mano que usábamos entonces, a tener un pasaporte… yo había estado muchos años sin papeles y después con pasaporte encontrados o que me regalaban, pero ahora que tenía un nuevo flameante pasaporte italiano quería arriesgar la vía legal, y así partí, llevando también el pasaporte de Anita, mi esposa.

Después de un larguísimo viaje, 24 horas en el mítico barco Goa-Bombay (ahora ya Mumbay) rolas por la ciudad, y por fin abordar el Avantika Express que en poquito más de 14 horas, mas retrasos, me lleva a Indore, estoy ya en mi destino y, no recuerdo como vagando entre cantinas y chai shops,  me encuentro en la casa de una simpática familia que me consigue 200 gramos de opio. Lo compraba, aprovechando de encontrarme en unas de la mejores áreas mundiales de producción, solo por algunas emergencias, ya eran años que no lo comía prefiriendo inyectarme heroína. Bytheway era buenísimo. Así por la mañana me como una super bola y salgo a la calle para ir a la migra.

Apenas afuera una explosión de colores: ¡¡¡es HOLI!!!

Dejo pronto de un lado la idea de tomar algún taxi por anillos periféricos y escojo de atravesar todo el centro a pie, para gozar de la fiesta.

La escena es increíble, nunca vi antes algo así, parecía el infierno de Dante si no fuera por la felicidad derramando a contagiarlo todo, mucha muchísima gente tirándose colores unx encima del otrx, la ciudad es la paleta de un pintor loco.

De pronto alguien me tira polvo rojo, pues verde, pues amarillo, caras que ríen.

La turbia es todo, cuerpos amontonados, pero no hay violencia, no es como en un concierto de ska, nadie empuja, nadie ejerce la fuerza de ninguna manera, solo tirarse colores, no hay trafico, seria imposible pasar…

Pero de repente entre la gente se ve llegar un elefante, montado por dos chavos multicolor que tiran cubetadas de color liquido hacía los primeros pisos de la casas donde los más ricos disfrutaban del espectáculo sin mancharse, ya no ¡los colores llegan hasta las azoteas!

Llego al Inmigration Office por la tardecita, entro pintado desde los pies a la cabeza como un arlequín, los polis se la ríen y en corto me sellan los pasaportes regalándome un año más de visa.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

HOLI

Oggi in India è HOLI, la festa dei colori, una specie di Carnevale, Festa di Primavera, Pasqua. Le classi sociali sembrano abolirsi e un povero può imbrattare il vestito di un ricco senza finire bastonato e in galera. Ne avevo visti vari di Holi durante i miei anni in India, ma sul finire degli anni ’80 del secolo scorso partii da Goa per Indore, la città più importante dello stato del Madhya Pradesh, ovvero la Terra di Mezzo, il cuore dell’India, attraversato dal Narmada, il fiume sacro del paese in un’era antichissima.

Mi avevano detto che a Indore c’era ancora la possibilità che ti dessero un’estensione del permesso di soggiorno, il quale secondo le nuove norme dell’Unione Indiana era limitato ad un massimo di 6 mesi, trascorsi i quali dovevi uscire ed aspettare minimo un mese per richiedere un altro visto. Ma di sicuro se avevi un timbro di un Ufficio Statale d’Immigrazione esso era valido! Sempre meglio che i timbri contraffatti a mano con i quali si andava in giro allora, prima dei computer: chi ce lo aveva il passaporto… Io ero stato tanti anni senza alcun documento, e poi con passaporti trovati o regalati, ma ora che avevo una figlia ed un nuovo passaporto italiano preferii tentare la sorte nel cammino della legalità, e così partii da Goa, armato pure del passaporto di Anita mia moglie.

Dopo un lunghissimo viaggio, 24 ore sul mitico battello Goa-Bombay (oggi Mumbay) sbattimento in città, ed infine sull’Avantika Express che in poco più di 14 ore mi porta ad Indore, sono a destinazione e non ricordo come vagabondando fra cantine o chai-shop mi trovo di notte in casa di una simpatica famiglia ove mi procurano ben 200 grammi di ottimo oppio. Lo compravo, approfittando di trovarmi in una delle migliori zone di produzione, solo per le emergenze in quanto erano già anni ed anni che non ne mangiavo più e preferivo farmi di eroina. Comunque era buonissimo. Così alla mattina successiva ne mangio una bella palla ed esco per recarmi all’Immigration Office.

Appena in istrada l’esplosione dei colori è inequivocabile, è HOLI!

Rinuncio subito all’idea di prendere un taxi per alcuna circonvallazione e decido di farmela a piedi attraversando tutto il centro e godendomi la festa.

La scena è incredibile, mai ne avevo vista una così, sembrerebbe un girone dell’inferno se non fosse per la gioia contagiosa che dilaga ovunque, tanta tantissima gente ammassata a tirarsi colori l’un l’altro, la città è la tavolozza di un pittore folle.

Subito qualcuno mi lancia addosso una manciata di polvere rossa, e poi verde e poi gialla, volti che mi ridono felici.

La ressa è totale, i corpi ammassati attaccati, ma non c’è violenza, nessuno spinge nessuno fa forza in alcun modo ma sono tutti lì solo per tirarsi i colori addosso, la città è un delirio, non c’è traffico, sarebbe impossibile per qualsiasi mezzo passare…

ma ad un punto incredibilmente fra la folla si fa strada un elefante montato da due ragazzi policromi che lanciano grandi secchiate di colore liquido contro le finestre ed i balconi delle case, ove i più ricchi si godevano la scena al sicuro dell’altezza, ma non più, macchiati anche loro, anche i muri, come tutto il resto.

Arrivo all’Immigration Office che oramai è pomeriggio, ed entro avventurosamente tinto come un arlecchino dalla testa ai piedi, gli ufficiali ridono e seduta stante mi timbrano i passaporti regalandomi un intero anno di permesso.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

The Wall

Gods Angels Demons Fuck Off

Yes thanks you saved my life so many times

As I was asking for, petty survivor at any cost

Meanwhile around me Death was raging

Life and I were killing blaming ravaging destroying

And now what?

In the beautiful land of flowers of wonders of gentle birds

Curled up cursed down cured again and again

I cry you out of my space

Oh caretakers, for all I care, I can’t care less

*

Jealous of my grief, not wanting to release my sadness

The only thing left here for me, working for me

Caressing my lone lonely heart

Pouring honey in this so hard a world

The real holy reason for my laziness

Able to remove any “I should do”

– Anyway it is not right to be happy in this world

If you want to be normal you have to suffer

And to forget it through addiction of any sort –

So it’s been taught and shown to me

And so I believe, deep down where the beliefs are roots

And from those roots it flourishes the red tree

Bark of blood, mangling leaves, shrapnel flowers exploding

Anger, holy fury, fuelling myself into life into the action

Oh rush of rage jet propelled engine of my resurrection

Love and intolerance curled one around the other

Building up the vampire DNA of power on, again.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

ASCO

Asco, presión, gorgoteo volcánico en el estomago en le garganta
Liofilizado de carne humana, concentrado de mal de ojo
Ecos de palabras rabiosas de gestos. Vómito.
Vomitando veleidades de dominio cansancio existencial
Vampirizandose otra y otra vez
Masturbandose a cuatro manos
¡Mono! ¡Cobra de Shiva que ahorca!
¡Mujer! mujer madre mujer hija mujer esposa
Esposas de alianzas de oro eslabones de una cadena que cruje
Que cruje entre porros copas inyecciones ansiedad derramando
Carrera jadeante y perezosa del levantarse angustiante al ocaso
Templo: la noche suave protección de la oscuridad
Relojes parados respiro suspendido solo queda la vejiga
A medir horas de-programadas y sinceras.
Y otra vez la mujer en el sueño, puta abismal y perenne.

Más arriba el color del manantial de las estrellas
El olor libre del cosmos
El soplo

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Nausea

Nausea, pressione, gorgoglìo vulcanico nello stomaco nella gola
Liofilizzato di carne umana, concentrato di malocchio
Echi di parole rabbiose di gesti. Vomito.
Vomitando velleità di dominio di controllo stretto
Attraverso routine sessuale stanchezza esistenziale
E ancora e ancora vampirizzandosi
Masturbandosi a quattro mani
Scimmia! Cobra di Shiva che strozza!
Donna! donna madre, donna figlia, donna sposa
Manette di fedi d’oro anelli di una catena che cigola.
Che cigola fra canne tazze pere ansietà diffusa
Corsa affannosa e pigra dall’alzarsi angosciante al tramonto
Tempio: la notte soffice protezione dell’oscurità
Orologi fermi respiro sospeso solo resta la vescica
A scandire ore deprogrammate e sincere.
E di nuovo la donna nel sogno, troia abissale e perenne.

Più su il colore della sorgente delle stelle
L’odore libero del cosmo
Il soffio.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

3º Mese

Ahi! come saresti stato carino oggi a tre mesi
fra le braccia della tua forte mamma
con un cappellino buffo in testa, Michel.
Calde le lacrime che piango in quest’alba fredda
come ogni giorno, da quella terribile notte
quando col dolore e la follia ci hai dato la forza.
La forza con cui proprio ieri tua madre
non ha mollato camera e cellulare
a chi gli puntava la pistola alla tempia.
La forza che ci ha permesso di richiedere
il divieto di esercitare, ora imposto dall’autorità
alla “levatrice”: non ne ammazzerà più.
La forza mia di accogliere coscientemente infine
gli spiriti guida, ascoltandoli con calma e stupore
e gioia e affetto e senza più paura.
La forza che ci farà accettare la Morte quando verrà
abbandonandoci con fiducia al suo dolce abbraccio
sereni e felici di poterti incontrare ancora, Michel.
¡Ay! Como habría sido lindito hoy a los tres meses
entre los brazos de tu fuerte mamá
con un gorrito chistoso en la cabeza, Michel.
Cálidas las lagrimas que lloro en esta fría madrugada
como cada día, desde aquella noche terrible
cuando con el dolor y la locura nos diste la fuerza.
La fuerza con la cual justo ayer tu madre
no soltó cámara y celular
a quien le apuntaba la pistola en la frente.
La fuerza que nos permitió pedir
la prohibición de ejercer, ahora impuesta por la autoridad
a la “partera”: no matará no más.
La fuerza mía de acoger conscientemente por fin
l@s espíritus guías, escuchándoles con calma y asombro
y dicha y afecto y sin más miedo.
La fuerza que nos hará aceptar la Muerte cuando vendrá
abandonándonos con confianza a su dulce abrazo
serenos y felices de poderte encontrar aún, Michel.
Posted in Uncategorized | Leave a comment

It’s Not My Problem

Hasta un palillo para limpiar orejas tirado en el piso

o un lo que sea de platillo a cocinar, hasta una manzana

Todo está hechizado por su presencia.

Cada esquina un fantasma acechando al transeúnte

ahí clavado desde sus acontecimientos y para siempre

Mendigos fantasmas a manos tendidas reclamando vida.

Dura la rebeldía a la dictadura de los objetos de los lugares

que detentan el loop continuo el replay imperante

Solo el niño pasa suelto, riéndose.

Rodolfo de Matteis, Tenochtitlan, a 15 de diciembre de 2012
Posted in Uncategorized | Leave a comment

LA FOSA – 2º capítulo

enlace al 1er capítulo -> http://www.teatromagico.us/Blog/?p=1243

El sol sigue implacable e inclemente alto en el cielo mientras que yo sigo excavando. Los pandilleros que me miran aburridos se dan un toque tras el otro, yo una palada tras la otra. El trabajo y el tanto sudar parecen aliviar mi cruda, o será que a estas alturas la precedentemente terrible cruda ya no es un problema ¿como podía ser tanto importante antes? ¿Que son la cruda, el mal de cabeza, el estomago retorcido y todo por el estilo, en frente a la Vida y la Muerte?

A un punto uno, el menos feo de los tres, extiende su brazo con un churro enorme en la mano hacía mi: ¿quieres wuey? Yo veo mi propio brazo extenderse, siento una ola de calor subir del corazón hacia la cabeza mientras que justo cuando estoy por decirle gracias la enormidad de la palabra explota ¿agradecerles a estos desgraciados que me quieren matar? ¡ni modo! Y es solo por esto despertarse de mi orgullo que empiezo a pensar ¿fumar ahora, volverme pacheco y torpe? ¿y si va a haber chance de escapar o de salvarme quien sabe como? No no no, no puedo arriesgarme de perder lo poco de energía de dignidad de rabia de lucidez que se me queda, no puedo arriesgar de no ser capaz de agarrarla si acaso viene la ocasión única de salvación así por wuey… ¡no esta vez no! y sí que quiero salvarme: espero algo, algún milagro, una llamada que le dé la contra-orden, o quien sabe que… Me parece de estar loco a pensar ancora de salvarme aquí adentro de mi tumba ya medio lista con tres armas automáticas apuntándome, me siento loco como nunca antes en mi vida, a mi que me decían el loco cuando iba a las ocho de la mañana a comprar más coca en los barrios más podridos de las ciudades más hermosas del país… ahora no, loco no quiero estar, menos pa’morir… ya parece que se vaya a acabar el día, y yo con él. No quiero morir pacheco, no quiero morir pendejo feliz, no, no sé que voy a encontrar del otro lado, el verdadero otro lado, del cual nunca regresó nadie, nadie que se conozca… a lo mejor no hay nada… pero parece demasiado fácil, perderse en la nada desaparecer sin memoria sin visión sin consciencia, no la veo tan fácil, siempre tuvimos que batallar en la Vida, a lo mejor hay que batallar hasta atrás de la Muerte…

¿quieres o no fumar wuey?

¡NO! oigo mi voz decir que NO, por fin después de una vida de síes.

Y agrego rápido y furioso: ¡Y váyanse a la chingada!

Su respuesta es una carcajada, una carcajada fea vulgar corrupta, mientras que el otro dice: ¡a la chingada vas a ir tú abuelito cabrón, jajaja, excava pues más rápido que ya me aburrí! El tercero, el Gato Montés, nunca habla.

Y empiezo a llorar, lagrimas saladas que saben a mi hija, a mi esposa, a todo lo mal que les hice, a cuanto las pegué, a cuando les rompí la madre, a cuando las insulté gritando como loco, a cuando derrumbaba las puertas de los cuartos donde se refugiaban llenas de miedo, y yo a entrar loco de veras p’hacerles pagar el desafío a mi autoridad ¡Yo soy el jefe el patrón aquí y porten respeto! gritaba como loco con los ojos pa’fuera las venas de la garganta tan hinchadas como tuberías de cloaca  mientras que a putazos hacía pedazos del estéreo que había regalado a mi hija… solo porque lo había prendido pa’no escuchar mi locura, pa’no tener que acordarse toda la vida de las maldades que iba pronunciándole…

¡Ay las lagrimas no me alivian! NO no quiero que me alivien no quiero que la mota me alivie no quiero que nadie ni nada me alivien quiero morir con mi dolor con todas mi culpas… y excavo más rápido ya, ya no quiero vivir, no más, y con cada palada de tierra dura y reseca que saco de la fosa me sepulto sepulto mi alma mi corazón mis culpas mi locura; y ahora que por fin no estoy loco… voy a estar en esta locación… pa’siempre. Aquí en esto ojo del culo del mundo, esta fosa desconocida y perdida en la nada donde nadie nunca podrá venir a llevarme flores a llorar o a festejar conmigo el Día de Muertos…

Y ahí están conmigo le Petit Serge, sobredosis en un hotel de mala muerte de Nueva Delhi, y Gerome, sobredosis en una cabina de teléfono publico en Europa… muertos sin que nadie los lloró, quemado uno y sepultado el otro probablemente por parte del gobierno, sin flores… quien sabe si nunca lo supieron sus madres si acaso tenían madres todavía… y lloro lloro por ellos por mis amigos, mientras que estos asesinos pendejos ríen diciendo ¡y ahora no te cagues en los pantalones cobarde de un wuey!

No saben que no lloro por mi, me vale de mi, siempre me valió, lloro por mi hija, mi esposa, mis amigos. Y si es que nadie les lloró a mis amigos yo lo hago, y si no tuvieron una sepultura, yo se las voy a dar, y cada palada de tierra que saco es para ellos, para darles una tumba digna por fin. Los amigos se ven en el momento de la bisoña se dice, y aquí estoy por ellos, con ellos.

Y pienso en Mario, en mi amigo Mario, que tenía que morir cada rato y nada ni nadie lo pudo matar, hasta que vino el terremoto y ni el terremoto pudo, no, sobrevivió hasta al terremoto… pero no en su corazón, y unos días después del terremoto se fue así solo pa’no ver su querida ciudad en ruinas y saqueada por políticos y empresarios. Y sepulto a Mario también con mi paladas de tierra que saco del desierto, y de veras no se porque, Mario sí tiene una tumba y hermanas y hermanos, y no se porque le tengo que hacer esta ceremonia fúnebre, no soy un sacerdote yo… pero sí se la hago, por liberarnos…

Y pienso en Gilberto, mi amigo, mi maestro de literatura underground en largas tardes que se volvían noches que se volvían madrugadas con cervezas y cigarros, cuando había, porque no había no había nada en su casa, en la refri solo un bote de nescafé medio vacío, mientras que organizaba festivales de poesía y publicaba artículos en periódicos nacionales y escribía tesis de licenciaturas una tras la otra para semiólogos huevones, y en su casa no había comida, puro nescafé que tomaba frío por falta de gas calentándose con música lsd y cigarros nomás, y pienso que tengo que sepultar a él también… y en este momento oigo su voz, la voz de Gilberto, clara fuerte inconfundible en mi cabeza que me dice fuerte y claro: A mi déjame en paz…

De repente oigo unos gritos afuera de la fosa, ahora es tan profunda que ya es una tumba, mi tumba, una voz nueva, que nunca había oído, miro afuera de mi tumba y es el Gato Montés que grita. Hay una nube oscura rara baja que se va tragando a mis asesinos y un zumbido absurdo que parece el despegar de un avión, el Gato Montés deja su arma en el piso que a nada le sirve ahora en contra de un enjambre de abejas enloquecidas que lo persiguen mientras que corre corre por el desierto cacheteándose la cara y gritando hasta que cae a tierra, pa’siempre. Son menos inteligentes sus compinches que disparan disparan ráfagas inútiles en contra de la nube negra logrando solo que un cuervo caiga muerto por una bala perdida, un cuervo que se ofreció de acompañarlos al otro mundo.

Posted in Uncategorized | 1 Comment

LA FOSA – 1er capítulo

Cansado, recansado estoy, el día fue un desmadre, desde las cuatro de la mañana / chingao no pude dormir bien, la pinche cruda, ayer tomando otra vez demasiado, y solo, sin excusas de amigos o desilusiones de amor o peleas, no, me emborraché solo y con gusto, sin razón, si el gusto no es una razón valida… ¿pues cual?

Y ahora tan cansado como estoy, no puedo hacerlo, no puedo excavarme la fosa como estos tres chavitos con sus cuernos de chivo en la mano me imponen… de veras no tengo la fuerza, pero los pendejos me hicieron el solito viejo discurso: no tenemos tiempo wuey, si te excavas la fosa tú solo y sin broncas… te vamos a matar cómodo bien acostadito en ella sin dolor, un par de balazos y ya, sino… le damos mano libre al Gato Montés, que se divierte a torturar y para cada palada de tierra que tendremos que chingar nosotros él te la va a cobrar el doble.

El Gato Montés está refeo, con dos ojitos chiquitos y rojos, creo que cuando llora llore sangre por cuanto rojos están sus ojos, que me miran fijo. Creo que quiera sonreír cínicamente pero no sabe sonreír, más bien su sonrisa es una máscara de pena y de desesperación, está atrapado y se ve, atrapado en lo que pensaba un juego, le dieron dos mil pesos y el cuerno de chivo que arrastra el piso, es más grande que él, trece años de miseria no lo mancharon tanto en la cara en el cuerpo y en el alma como los últimos dos años cuando se sintió el rey. Moreno, manchado en su cara, nariz rota, manos pequeñas ¡chingao! dicen en el pueblo que no sabe escribir ni leer, fíjate…

Me pidieron 100 mil pesos por el churro de mota que les vendí, de diez pinches varos: insistieron, saben que fumo, estamos sin nada, me dijeron, háganos el paro con un par de cigarros, ándale, tú siempre la tienes. Les creí, los vi nacer, conozco sus padres, más jóvenes que yo sus padres, el hermano mayor del Gato Montés se fue al gabacho mojado a trabajar, era mi amigo, simpático vivo y mujeriego como yo, cuantas chavas cuantas historias cuanta cerveza cuanta fiesta con él, y ahora su hermanito me quiere torturar, porque conmovido les vendí un poquito de la mía, y como la tuvieron en la mano, la tiran al piso, le caminan encima, sacan las armas diciendo: ¡te chingaste pendejo, vender mota aquí en mi plaza! Si me la pediste por favor. Pa’ver si era cierto. ¿cierto que? ¡que vendes! Pero si no hay, si nunca la venden… yo con gusto se la compro yassaben carnales… Te chingaste pendejo vendiste mota aquí en la plaza de mi patrón, que nos ordenó: quien vende… ¡que pague 100 mil varos o muera! de veras nos da pena viejo, pero yassabesss o tú o nosotros, mi patrón no perdona a quien le desobedece, si no te matamos no vamos a ser tan afortunados como tú, arreglándote tu camita, él nos va a hacer torturar a muerte por el Gato Montés antes de cortarle los huevos él mismo al Gato, hacércelos comer y dejarlo morir desangrándose lentamente el escroto… ya ves cabrón, no seas pendejo no chingues ¡cállate y excava!

Condenado a muerte por no tener 100 mil pesos, para hacerle el paro a los hijos de mis cuates ¡que wuey! Y estoy cansado como para excavar una fosa tan grande y con todo y dolor de cabeza, ni tuve tiempo de un almuerzo por la mañana con la cruda sin nada de tomar a fumar y fumar para quitármela y a las 7 llegaron ellos…

Es el medio día, el sol quema el chaparral y la cabeza me explota, el Gato me mira travieso, mejor excavar, tomar tiempo, todo puede pasar, no puede ser cierto, pero la tierra está dura y reseca, no sabe a sueño, no sabe a alucine, sabe a tierra, salada como está la arena de aquí, que me cruje entre los dientes cuando me limpio la cara del sudor con las manos embarradas.

Esta pinche tierra que no quise trabajar este año, por falta de agua decía, por falta de ganas, por pacheco, por mañana vemos, y la primavera se fue, y la tengo que trabajar ahora, pa’ morir de verano, verano de sequía, sequía en el cielo, sequía en las almas los ojos los labios, corazones de piedra, vacas flacas que ya no se pueden levantar ni pa’comer, la única agua que fluye es la de las vaginas de las chavitas excitadas de ir con el narco, de ser chingadas, violadas, elegidas, pobres malinches en sus propias casas…

La canción de Paolo Rossi no me deja en paz y sigue atormentándome el cerebro: era meglio morire da piccoli: era mejor morir cuando niños que ver este asco ahora grandes.

Y vomito, y los armados se la ríen ¡no chingues tu cama wuey! ¿apoco quiere pasar la eternidad así de apestoso? Verde la bilis sale de mi estomago, no comí nada y todavía sabe a vino de ayer, verde y ácida, y yo que le decía a Erick cuando me preguntaba si el mundo se iba a acabar en el 2012, yo lo cotorreaba, no sé, le decía, pero piensa si se acaba cuando estás crudo ¡lo peor! Y ahora tengo que morir crudo y de verano, chingao el verano no es buena temporada pa’morir, se muere de invierno no de verano, y vomito por los nervios, y escupo, que tanto la tierra lo recicla todo, mierda vomito y pecados.

Era meglio morire da piccoli con in bocca un cavaturaccioli / era mejor morir cuando niños con un sacacorchos en la boca…

¿Cómo es posible tener esta pinche canción en la cabeza en un momento así? palabras sin sentido que no me dejan pensar, y ya que estoy cansado y tengo que excavar, pa’morir cansado pa’morir pendejo secuestrado por niños malos y analfabetas que querían jugar a los grandes y ahora se cagan en los pantalones ya antes de despertar, el ejercito los busca disparándoles por las espaldas, los marinos los buscan pa’desaparecerlos, el otro cartel los busca pa’torturarlos, y piensan que su patrón los matará por cierto apenas fallen, y sí que todos fallan, todos fallamos más bien, quien no falla no nace aquí, quien no falla nace del otro lado, ahí donde las luces tienen otros colores, y las mujeres te mantienen, y todo está limpio y resplandeciente y el dinero no huele feo, y quien lo tiene está siempre guapo y honrado.

enlace al 2º capítulo -> http://www.teatromagico.us/Blog/?p=1258

Posted in Uncategorized | 1 Comment